Da giocatore 'di quantità' come tanti a genio della panchina (anche se gli inizi non furono affatto incoraggianti) con VERONA e GENOA: Allenatore schivo, allergico alle luci della ribalta, non a caso ha dato il meglio con le 'piccole'; per i veronesi rimane un vero e proprio mito come dimostra il grandissimo applauso tributatogli dall'Arena in occasione dei 110 anni dell'HELLAS...

Osvaldo Bagnoli
Data di nascita:03/07/1935
Luogo di nascita:Milano (MI)
Nazionalità:Italiana
Ruolo:Mediano/Libero
Altezza:170 Cm
Peso:69 Kg
Posizione:
CARRIERA DA ALLENATORE +   -   =
 SquadraStagioneSeriePartite  
Inter1992 - 1994A-Allenatore 
Genoa1990 - 1992A-Allenatore 
Hellas Verona1981 - 1990B e A-Allenatore 
Cesena1979 -1981B e A-Allenatore 
Fano1978 - 1979C2-Allenatore 
Rimini1977 - 1978B-Allenatore 
Como1975 - 1977A e B-Allenatore 
Como1974 - 1975B-Vice All. 
Solbiatese1973 - 1974C-Allenatore 
Verbania1969 - 1970C-Vice All. 

CARRIERA DA GIOCATORE +   -   =
 SquadraStagioneSeriePartiteGoal 
Verbania1968 - 1973C135? 
Udinese1967 - 1968C224 
Spal1964 - 1967B e A9212 
Catanzaro1961 - 1964B10222 
Udinese1960 - 1961A111 
Hellas Verona1957 - 1960A e B9727 
Milan1955 - 1957A182 
Primavera Milan1954 - 1955--- 
Giovanili Ausonia 1931Fino al 1954--- 


NEWS E CURIOSITÀ +   -   =
Più amato di MANDORLINI, più bravo di PRANDELLI, ecco la scheda di Osvaldo BAGNOLI il tecnico che ha fatto sognare Verona e i veronesi trasformando un'antica e gloriosa società calcistica di provincia in un team vincente in Italia ed in Europa!

L'UOMO GIUSTO AL POSTO GIUSTO NEL MOMENTO GIUSTO...
Questo fu l'Osvaldin de la Bovisa per i colori scaligeri, uno che non ha mai perso di vista il fatto che alla fine il calcio è uno sport di squadra, che non servono astrusi principi tattici per vincere ma equilibrio, semplicità, motivazioni e anche (perchè no?) la giusta dose di fortuna senza la quale ogni cosa è pregiudicata...
Il suo era in fondo un calcio elementare:
  • Due registi uno in difesa (TRICELLA) e l'altro in mezzo al campo (DI GENNARO) in grado di dirigere i rispettivi reparti con ritmi giusti e sapienza
  • Rallentamento del gioco e 'giropalla' alla ricerca di varchi in fase di possesso
  • Pressing asfissiante sui portatori di palla in mediana, in maniera che mai possano giocare 'comodo' anche un solo pallone, in fase di non possesso
  • Guardia e contrattacco da esperto schermitore e, quando serviva, anche un 'catenaccio' spietato (se non puoi vincere fa in modo di non perdere...)
...Elementare ma impossibile da applicare se non si hanno i calciatori giusti, magari carichi di motivazioni e spirito di rivalsa nei confronti di chi li ha ritenuti frettolosamente inadatti alla causa, e da chi altri era composta la 'rosa' scaligera a quel tempo?
Agli ingredienti si aggiunga un ottimo Direttore Sportivo (MASCETTI), perfettamente integrato (anche caratterialmente) con la volontà del mister, ed ecco uscire l'HELLAS VERONA vincitore del tricolore 1984-1985


UNA VITA DA MEDIANO...
Da calciatore BAGNOLI rifletteva le peculiarità caratteriali che lo contraddistingueranno anche da allenatore: Concretezza, sacrificio, idee chiare ed i risultati arriveranno.
Così fu infatti per il giovane Osvaldo, nato e cresciuto alla Bovisa (quartiere alla periferia nord di Milano nato da una borgata agricola poi inglobata da Milano) da una famiglia modesta che precocemente gli trasmise il valore del costante impegno per l'ottenimento di una vita migliore, partito dai dilettanti dell'AUSONIA 1931 e poi, via MILAN, passare la carriera (anche al VERONA dal '57 a '60) tra A, B e C a fare da mediano o mezz'ala con un buon tiro dalla distanza.

I SOFFERTI INIZI DA ALLENATORE POI LE PROMOZIONI!
Il mister del tricolore scaligero non fu molto fortunato ai primi inizi con la nuova carriera ai bordi del campo: Dopo una parentesi al VERBANIA da vice, lavorò tre anni più tardi con SOLBIATESE in C ma venne esonerato appena cominciato il girone di ritorno, ingaggiato successivamente dal COMO come vice di MARCHIORO non riuscì ad evitare la retrocessione ai lariani come capo-coach (subentrato) in Serie A due anni dopo.
Nella successiva stagione in cadetteria il riconfermato Osvaldo termina al 6° posto, si salva con il RIMINI nell'annata '77-'78 ottenendo finalmente una promozione dalla C2 col FANO e dalla B col CESENA che dirigeva in campo dal '79.


UN VERONA VIVACE E DIVERTENTE: IL MIRACOLOSO SCUDETTO!
Nel 1981 BAGNOLI potrebbe gustarsi la Serie A conquistata con i romagnoli e invece si fa convincere dal presidente Celestino GUIDOTTI che gli presenta l'ambizioso progetto scaligero per rilanciare una squadra che solo all'ultimo si era salvata dalla Serie C: Nasce il leggendario ciclo che porterà l'HELLAS a vincere un incredibile scudetto solo quattro anni più tardi!
Osvaldo miete successi e dopo aver portato i gialloblù in Serie A, mette paura alle 'grandi' terminando il campionato '82-'83 al quarto posto con la meritata qualificazione per la Coppa UEFA e la finale di Coppa Italia: Quella squadra è composta dagli 'scarti' di altre squadre (come GARELLA, MARANGON, VOLPATI, TRICELLA, FANNA e DI GENNARO che costituiranno la 'spina dorsale' della compagine Campione d'Italia) con l'aggiunta dell'estro brasileiro assicurato da DIRCEU attorno al quale mastro Osvaldo modellò l'assetto tattico.
Il gioco si fa interessante, la gente apprezza la 'novità' VERONA che rompe la cortina dei 'soliti vincenti' formata da JUVE, INTER e MILAN: L'HELLAS si rafforza mantenendo la filosofia che l'ha premiata e la stagione '83-'84 termina col 6° posto in Serie A e ancora la finale nella coppa di Lega...
La pera è matura, chiede solo di essere colta e con l'innesto dei due fuoriclasse BRIEGEL ed ELKJAER (fino a quel momento praticamente ignorati dal 'grande calcio') la squadra scaligera conquisterà il più incredibile degli allori al termine di una stagione 1984-1985 irripetibile!
Quello fu il culmine dei nove anni scaligeri in cui BAGNOLI conquistò un altro 4° posto e i quarti di finale UEFA (nella stagione 1987-1988) prima della retrocessione del 1990, causata anche dal dissesto economico in cui versava la società, e la fine di un magico ciclo...

GRANDI SODDISFAZIONI ANCHE AL GENOA
Uno dei più bravi allenatori italiani di quel tempo (forse addirittura il migliore) non smette di stupire: In 'rotta' con la nuova dirigenza gialloblù BAGNOLI viene ingaggiato dal GENOA che porta al 4° posto in Serie A dopo decenni di 'magra' e alla conseguente disputazione della Coppa UEFA nella stagione successiva nella quale la squadra del 'Grifone' arrivò fino alla semifinale (dopo aver battuto, fra gli altri, il LIVERPOOL sul proprio campo).

IL SECONDO POSTO CON L'INTER, L'AMARO ESONERO E L'ADDIO AL CALCIO...
La squadra nerazzurra vuole mister BAGNOLI alla sua corte e nel 1992 ne ottiene l'ingaggio: E' l'INTER 'disegnata' sulle ripartenze dei velocissimi SOSA e SCHILLACI che, grazie ad un arrembante finale, riuscirà a piazzarsi seconda dietro all'odiatissimo MILAN.
La stagione '93-'94 dovrebbe essere quella del rilancio interista grazie anche al faraonico mercato che porterà nella squadra di Osvaldo nientemeno che l'asso BERGKAMP ed il suo compagno olandese JONK: Purtroppo non nascerà mai un vero feeling tra il tecnico (forse anche inadatto alle squadre metropolitane in cui spesso gli allenatori pagano le 'bizze' delle star che calcano il campo) ed i nuovi acquisti, Osvaldo verrà esonerato a Febbraio e l'INTER naufragherà tra errori di mercato ed insanabili problemi tattici.
A 59 anni BAGNOLI non ne vuole più sapere di sedersi in panchina: Rifiuterà diverse panchine importanti e si dedicherà al mestiere di nonno per il resto della vita (anche se non ha negato qualche comparsata nelle TV locali e al 'Binti')

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ANEDDOTI & ALTRO DA RICORDARE +   -   =
  • Enrico Ruggeri racconta Osvaldo Bagnoli e il miracolo dell'Hellas Verona: Enrico Ruggeri per la puntata odierna de "Il Falco e il Gabbiano" in onda dalle 15.30 su Radio 24, intervista l'ex centrocampista del Verona Pietro Fanna ripercorrendo la storia di Osvaldo Bagnoli storico mister dell'Hellas vincitore dello scudetto nel 1985
  • Oggi 3 Luglio 2015 'Mister Scudetto' compie 80 anni: Tanti auguri di tutto cuore a Osvaldo BAGNOLI! Il giornalista Di Pietro sulle colonne de L'Arena raggruppa una serie di personaggi noti (e non) che non mancano di augurare un buon compleanno ad una vera e propria legenda dello sport veronese e non solo.
  • Indimenticabile per una città intera! Osvaldo BAGNOLI è e rimane un mito vivente da tutti inarrivabile per Verona e i veronesi: Il boato più grosso e ricco di emozione, tributato dai tifosi accorsi all'Arena il 20 Maggio 2013 per festeggiare il 110° compleanno dell'HELLAS, è stato dedicato proprio al tecnico tricolore che da par suo ancora fatica a credere di meritare tutto l'affetto che la gente gialloblù gli assicura...
  • Proverbiale 'musone'... Più che alle parole BAGNOLI si affidava agli sguardi e non c'erano pericoli di fraintendimento alcuno! Non stupì BRIEGEL che, intervistato a proposito del suo rapporto col tecnico che lo guidò alla vittoria del campionato ebbe a dire "Volete sapere qual è stata la prima volta che l'ho visto sorridere? A Bergamo. Negli spogliatoi, il giorno dello scudetto"
  • Contrario alle grandi rose da allenatore Al mister tricolore non piaceva avere troppi calciatori da amministrare e, instaurando con loro un rapporto maestro-allievo con annessi e connessi, sapeva esattamente su chi, cosa e per quanto poteva contare: Altro che turn over!
  • Jolly del centrocampo da giocatore Il giovane di scuola MILAN crebbe da ala destra ma fu poi dirottato verso il centro del campo come mediano interditore o come trequartista. A fine carriera nel VERBANIA giocò anche da libero (per i più giovani: il 'battitore libero' era il difensore che, non dedicato ad una specifica marcatura, si trasformava in difensore aggiunto o si proponeva come primo 'manovratore' nelle ripartenze...)
  • Al MILAN per meno di 100mila Lire! Estate del 1955 il 20enne BAGNOLI viene ingaggiato dal MILAN per la bellezza di 75.000 Lire! Chiaro che si stà parlando di un'altra era geologica rispetto alle cifre attuali ma fa lo stesso impressione...
Osvaldo Bagnoli - Il calcio per bene

DA WIKIQUOTE, AFORISMI E CITAZIONI IN LIBERTÀ +   -   =
  • Gaffe italiotiche "Che se loro aspetta che io li accendi..." questa in dialetto sarebbe stata perfetta... Il problema è nella traduzione istantanea in italiano magari quando sei in agitazione, "L'Inter se avrebbe perso non meritava di perdere" scivolare sul congiuntivo è quasi un must per ogni vero big degno di questo nome, "Probabilmente se l'avrei vinto... se l'avevo vinto io, probabilmente cercavo di sopportare quello che avevo perso" cos'avrà voluto dire?
  • Dedicate ai suoi calciatori "Dite che con Pancev bisogna avere pazienza perché è macedone? Sarà... ma io sono della Bovisa e non sono mica un pirla" a chi ha orecchie per intendere..., "Ruben Sosa di tattica el capìss nient, ma se continua a fare gol, mi sta benissimo!"
  • Meglio essere previdenti! "Quando allenavo il Rimini, ero contestato. Fui costretto a scappare come un ladro. Per questo, se posso, esco sempre dalla porta di servizio: mi alleno per i tempi duri"
  • Grande anche nelle metafore "Il calcio è come il cibo: se ti abitui all'aragosta, poi il risotto coi funghi non lo vuoi più", "Il calcio è come una briscola al bar con il tuo migliore amico. Quando giochi, fai di tutto per fregarlo. Quando posi le carte, bevi con lui un bicchiere" alias il terzo tempo
  • Giovani calciatori arroganti e insopportabili "Pentito per non aver più accettato panchine dopo l'esonero all'INTER? No. Probabilmente ero arrivato al capolinea. Certe cose non le sopportavo più. Ad esempio i giovani: pretendevano tanto e davano poco. E se un insegnante non sopporta più i suoi allievi è meglio che smetta"
  • Conta la squadra non il singolo "Bergkamp e Dell'Anno? Ho cercato di capirci qualcosa. Anche perché ho visto che dopo di me all'Inter sono successe sempre le stesse cose. L'Inter ha avuto presidenti paternalistici, che si innamoravano dei giocatori. E questo è un segno di debolezza... All'Inter ha fallito anche Lippi"
  • Sorpreso dall'INTER... "Quando giocavo il sogno era quello della grande squadra. Da allenatore invece no. Arrivai all'Inter che avevo 57 anni e questo fatto mi sorprese. Al Milan o all'Inter si va da emergenti"
  • Apolitico "Io sono apolitico. Votavo socialista solo perché mio padre era socialista. Però è vero che Gianni Brera fece il mio nome a Silvio Berlusconi"
  • Sacchi e l'equivoco del progresso "Sacchi ha avuto il merito di portare la cultura del lavoro nelle grandi squadre però ha pure originato un grosso equivoco. Si diceva che il suo calcio fosse offensivo ma come si fa a chiamare offensivo un calcio basato sul pressing e sul fuorigioco? Voglio dire che il mio calcio ha incominciato a cambiare con lui. Del resto una volta andavi in giro a piedi o in bici. Ora devi stare attento, se no ti tirano sotto. È il progresso"
  • Il cappello non è un vezzo! "Appena si abbassa la temperatura, io ho sempre il mio cappellino in testa. Ma non è un vezzo. Soffro di sinusite e all'inizio mi curavo con i fumenti, l'acqua calda e la camomilla. Fu un medico, tanti anni fa, a dirmi: mettiti il cappello e non toglierlo più. John Lennon non c'entra. Mica indosso sempre lo stesso modello"
  • Collosale ingiustizia... "La più grossa ingiustizia patita in carriera? Il famoso Juve-Verona di Coppa dei Campioni. Pagammo noi per cose che non c'entravano con lo sport. La Juve era stata condannata a giocare due partite a porte chiuse e noi fummo le vittime sacrificali perché c'era da risarcire economicamente i bianconeri. Un mio giocatore tirò uno zoccolo che ruppe un vetro. Ne venne fuori un po' di casino e nel nostro spogliatoio entrò la polizia. Allora io feci una battuta: se cercate i ladri, sono dall'altra parte. Poi comunque la Juve venne eliminata dal Barcellona: ricordo ancora la gioia che provammo in quel momento"
  • TOTTI era un grande "Il calcio in TV? Il Totti di un paio d'anni fa, quello prima dello sputo e dell'incidente, mi teneva attaccato al televisore. Adesso invece..."
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Osvaldo Bagnoli
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Osvaldo Bagnoli (Milano, 3 luglio 1935) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolocentrocampista.
Ha legato il suo nome all'Hellas Verona con cui ha conquistato l'unico scudetto dei gialloblu nella stagione 1984-1985.

Caratteristiche tecniche
- Giocatore
Schierato inizialmente come ala destra, ha giocato per la maggior parte della carriera comemezzala o mediano; nelle ultime stagioni al Verbania è stato utilizzato come libero. Era dotato di un potente tiro dalla distanza.

- Allenatore
Ha fatto applicare alle sue squadre (e in particolare al Verona) il cosiddetto catenaccio, pur applicando una marcatura a zona mista in fase difensiva, nella quale il centrocampo era chiamato a un lavoro di pressing aggressivo. In fase di possesso palla chiedeva ai suoi giocatori di rallentare il gioco e far girare il pallone, oppure colpire velocemente in contropiede sfruttando al massimo il gioco sulle fasce e le verticalizzazioni. Impiegava un giocatore con compiti di regista arretrato (spesso il libero) e uno come regista avanzato, e schierava i suoi uomini cercando di rispettarne le caratteristiche tecniche e tattiche. Prediligeva lavorare su un gruppo ristretto, evitando il più possibile il turnover, ed era un abile motivatore e comunicatore con i propri giocatori, di cui cercava la collaborazione.

Carriera
- Giocatore
Nato nel 1935 alla Bovisa, quartiere della periferia settentrionale di Milano, cresce come centrocampista nell'Ausonia 1931, formazione dilettantistica con cui si aggiudica il titolo di campione lombardo Allievi. Nel 1955 passa al Milan, segnalato dall'osservatore Malatesta, per 75.000 lire; con i rossoneri esordisce in Serie A disputando le ultime 8 partite del campionato 1955-1956. L'anno successivo è inizialmente titolare nel ruolo di ala destra, disputando le prime 5 partite di campionato prima di lasciare il posto a Tito Cucchiaroni; con il Milan vince in quell'annata lo scudetto e la Coppa Latina.

A fine stagione viene ceduto al neopromosso Verona, con cui disputa la sua prima stagione da titolare nella massima serie senza poter evitare la retrocessione degli scaligeri dopo lo spareggio con il Bari, anche a causa di una pleurite che lo tiene fuori squadra per diverso tempo. Rimane al Verona per i successivi due campionati cadetti, nei quali realizza complessivamente 24 reti, e nel 1960 torna per un'annata in Serie A, ingaggiato dall'Udinese.

Prosegue la carriera di nuovo in Serie B con tre annate al Catanzaro, da cui lo preleva la SPAL, su proposta di Sergio Cervato. Con gli estensi ottiene la promozione in Serie A e disputa le sue due ultime stagioni nella massima serie, realizzando la rete decisiva per la salvezza sul campo del Brescia, il 22 maggio 1966. Nel 1967, a 32 anni, torna per una stagione all'Udinese, nel frattempo retrocessa in Serie C; al termine del campionato subisce un incidente stradale, a causa del quale medita il ritiro per impiegarsi alla Mondadori. Chiamato da Enrico Muzzio, accetta poi la proposta del Verbania, neopromosso in Serie C: qui subisce un grave infortunio, e nella stagione successiva ricopre il doppio ruolo di allenatore e giocatore, affiancato da Franco Pedroni. Chiude la carriera con i piemontesi nel 1973, all'età di 38 anni, dopo aver totalizzato 110 partite in Serie A e 209 in Serie B.

- Allenatore
Gli esordi
Inizia la carriera di allenatore sulla panchina della Solbiatese, in Serie C, su indicazione del direttore sportivo del Verbania; viene esonerato all'inizio del girone di ritorno, a causa di contrasti con il presidente. In seguito Pippo Marchioro lo chiama come allenatore in seconda (e responsabile delle giovanili) del Como; rimane sul Lario anche dopo la partenza di Marchioro, e nel campionato 1975-1976 subentra all'allenatore Beniamino Cancian dopo 12 giornate, senza evitare la retrocessione. Viene riconfermato anche per il successivo campionato cadetto, concluso al sesto posto e diventa poi allenatore del Rimini, con cui ottiene la salvezza nel campionato di Serie B 1977-1978, risultato da lui stesso considerato un capolavoro. Nel 1978 accetta di scendere in Serie C2 alla guida del Fano, con cui ottiene la promozione, poi torna tra i cadetti con il Cesena, col quale nel giro di due anni sfiora la promozione in Serie A nel 1980 e la raggiunge al termine del campionato 1980-1981.

L'Hellas Verona e lo scudetto
Osvaldo Bagnoli portato in trionfo dopo aver conquistato lo scudetto.
Nel 1981 lascia la panchina cesenate per tornare al Verona, dove il presidente Celestino Guidotti aveva garantito un serio piano di rafforzamento della squadra, che l'anno precedente si era salvata all'ultima giornata. Con gli scaligeri ottiene la promozione in Serie A nel campionato 1981-1982; nella stagione successiva raggiunge il quarto posto in campionato e arriva alla finale di Coppa Italia, con una formazione composta da giocatori scartati da altre squadre (Garella, Marangon, Volpati, Tricella, Fanna, Di Gennaro) con l'aggiunta del nazionale brasilianoDirceu, per il quale modifica l'assetto tattico passando ad un'unica punta. Nel 1983-1984 il Verona, costruito con la stessa filosofia, raggiunge il sesto posto in campionato e nuovamente la finale di Coppa Italia.

Nel campionato Serie A 1984-1985 la squadra, con gli innesti di Hans Peter Briegel e dell'attaccante danesePreben Elkjær Larsen, va in testa alla classifica già nelle prime giornate e conquista il primo ed unico scudetto della storia del Verona; Bagnoli, considerato uno dei principali artefici del risultato, viene soprannominatomago della Bovisa e viene premiato con il Seminatore d'oro.

L'anno seguente, alla guida di una formazione modificata negli uomini e negli equilibri tattici dalla campagna acquisti-cessioni, non va oltre il decimo posto in campionato e l'eliminazione in Coppa dei Campioni dopo il doppio confronto con la Juventus; al termine della partita di ritorno, caratterizzata da controverse decisioni arbitrali, dichiara Se cercate i ladri, sono nell'altro spogliatoio. Bagnoli rimane al Verona fino alla stagione 1989-1990, conclusa con la retrocessione in Serie B causata anche dal dissesto economico della società; il suo ciclo sulla panchina gialloblu comprende uno scudetto, due finali di Coppa Italia e due quarti posti, oltre a tre partecipazioni alle coppe europee, nelle quali il miglior risultato è costituito dai quarti di finale della Coppa UEFA 1987-1988. Nei nove anni di permanenza a Verona stabilisce anche il record di presenze di un allenatore sulla panchina gialloblu.

Genoa
Nel 1990 lascia Verona, in contrasto con la nuova dirigenza del club scaligero, e si trasferisce sulla panchina del Genoa, con il quale ottiene il quarto posto nella stagione 1990-1991, miglior risultato della squadra nel dopoguerra, e la qualificazione alla successiva Coppa UEFA. Nella competizione europea i Grifoni approdano alla semifinale persa contro l'Ajax, dopo aver eliminato tra gli altri il Liverpool vincendo sul campo di Anfield Road; incampionato, invece, la formazione di Bagnoli accusa maggiori difficoltà, anche a causa delle voci di mercato che accostano il tecnico milanese ad altre squadre. A fine stagione, dopo l'eliminazione in Coppa UEFA e il quattordicesimo posto in campionato, lascia la squadra per trasferirsi all'Inter.

Inter
Nella stagione di esordio di Bagnoli l'Inter ottiene il secondo posto alle spalle del Milan, grazie a una rimonta in classifica nelle ultime giornate; la squadra viene impostata per giocare in contropiede, sfruttando le caratteristiche di Ruben Sosa e Salvatore Schillaci. Nel campionato 1993-1994 la squadra viene rinforzata dagli acquisti degli olandesi Wim Jonk e Dennis Bergkamp, che nei mesi successivi entrano in contrasto con l'allenatore. La squadra non ottiene i risultati previsti, a causa di problemi tattici ed errori di mercato, e Bagnoli viene esonerato a febbraio, dopo la sconfitta interna contro la Lazio. Si tratta del secondo esonero, dopo quello nella stagione di esordio nella Solbiatese; Bagnoli, che aveva già deciso di lasciare la panchina interista a fine stagione, conclude la carriera di allenatore a 59 anni, rifiutando diverse offerte negli anni successivi.

Palmarès
- Giocatore
Competizioni nazionali
  • Campionato italiano: 1 Milan: 1956-1957
Competizioni internazionali
  • - Coppa Latina: 1 Milan: 1956
- Allenatore
Competizioni nazionali
  • Campionato italiano: 1 Verona: 1984-1985
  • Campionato italiano di Serie B: 1 Verona: 1981-1982
  • Campionato italiano di Serie C2: 1 Fano: 1978-1979
Individuale
  • Seminatore d'oro: 1 1984

FONTE: Wikipedia.org


NEWS
Bagnoli: “Verona, non è troppo tardi per la A”
Il Mister: “Serve un’inversione di marcia, c’è poco tempo. Ma occorre fiducia”

di Redazione Hellas1903, 16/04/2017, 09:28

Osvaldo Bagnoli, il Mister, parla del Verona in un’intervista rilasciata a “La Gazzetta dello Sport” oggi in edicola.
Dice il leggendario allenatore dell’Hellas: “Occorre un’inversione di marcia e il tempo che rimane è poco. Bisogna rimanere fiduciosi. Ci sono sette giornate davanti e non è troppo tardi per recuperare ed essere promossi”.
Poi: “Su cosa puntare per andare in A? Sull’unione del gruppo. Da tecnico quel che più mi premeva era che ci fosse armonia tra i giocatori. Mantenendo sempre intatto lo spogliatoio tutto risulta più agevole”.

FONTE: Hellas1903.it


Osvaldo Bagnoli e lo scudetto dell’Hellas Verona
26 marzo 2017 Giacomo Van Westerhout
Esisteva un tempo, nemmeno troppo lontano, in cui la nostra serie A, ogni domenica, vedeva scendere in campo questi campioni: Maradona (Napoli), Platini (Juventus), Rumenigge (Inter), Falcao (Roma), Zico (Udinese), Passarella (Fiorentina) e tanti altri. Il gotha del calcio mondiale calcava i campi della nostra penisola. Inutile giraci intorno: economicamente parlando i presidenti calcistici italiani, in quegli anni, non se la passavano male. Ciò che appare singolare è che tutte le squadre potevano contare su un paio di calciatori stranieri di eccellente livello. Nell’estate del 1984, a Verona approdarono due giocatori: un terzino e un attaccante. Entrambi disputarono un eccellente europeo con la maglia delle rispettive nazionali: il tedesco Briegel e il danese Elkjaer-Larsen. L’Hellas di quegli anni era senza dubbio una squadra ostica per chiunque. Ritornata da poco tempo in serie A si mise subito in luce conquistando la qualificazione in Coppa Uefa e una finale di Coppa Italia (sconfitta dalla Roma). Fra le cosiddette provinciali, il Verona era certamente una delle compagini più importanti: grande pubblico, un allenatore pragmatico come Osvaldo Bagnoli, i due acquisti stranieri sommati a un nucleo importante di italiani. Insomma, nell’estate del 1984 c’erano tutti gli ingredienti per un’altra stagione positiva. Nessuno però avrebbe mai potuto immaginarsi una cavalcata del genere.

La rosa dell’Hellas. stagione 1984-85.
www.delinquentidelpallone.it

Osvaldo Bagnoli approdò sulle rive dell’Adige la prima volta nel ’57, da calciatore. Osvaldo è un uomo della periferia di Milano, nato e cresciuto nel quartiere della Bovisa; ha mosso i primi passi calcistici nell’Ausonia, storica squadra giovanile milanese. La svolta della sua vita (non soltanto della carriera) arriva nell’estate del 1981. L’ambizioso presidente dell’Hellas Verona Celestino Guidotti lo volle a tutti i costi come allenatore della sua squadra, promettendo, di fatto, un ricco calciomercato; Bagnoli non deluse le attese e al primo anno ottenne la promozione in serie A e l’anno successivo, come si è detto, centrò addirittura la qualificazione europea. La qualità principale del mister (non ancora il Mago della Bovisa) oltre a una sana dose di pragmatismo tattico (pochi fronzoli perché, d’altronde, il calcio è un gioco molto semplice), consisteva nel saper ridare nuova linfa a calciatori avviati verso una parabola discendente. Allenando una provinciale ci sono soltanto due opportunità per potere reggere il confronto con società più ricche: o si punta tutto sui giovani, i quali però hanno bisogno di molto tempo per poter maturare, oppure si possono comprare a basso prezzo presunti “bidoni” scartati dalle altre grandi squadre. Bagnoli allestì la propria macchina da guerra con i vari Tricella (ex Inter), Di Gennaro e Bruni (entrambi scartati dalla Fiorentina), Galderisi e Fanna (riserve della Juventus). Il mister riesce a resuscitare ex giovani promesse finite nel dimenticatoio e a ciò si aggiungono i due stranieri del nord Europa, il tedesco e il danese. La città nell’estate del 1984 può sognare in grande. Già, ma quanto in grande?

Osvaldo Bagnoli portato in trionfo.
www.gazzetta.it

Effettivamente leggendo la rosa dell’Hellas balza agli occhi un dato incontrovertibile: il mister Bagnoli (senza staff tecnico, ma solamente con un vice-allenatore) ha a disposizione solamente 17 giocatori. Una miseria per una squadra giovanile, figurarsi per una compagine che punta ai piani nobili della serie A. Osvaldo dirà che quell’anno è stato anche molto fortunato: ci furono pochissimi infortuni e mai in contemporanea. Non avendo grosse stelle fu necessario puntare tutto sul collettivo. Nove elementi della rosa parteciparono alla festa del gol e i due centravanti, ovviamente, portarono a casa il bottino maggiore: 11 centri per Galderisi e 9 per Briegel. Il Verona balzò in vetta della classifica fin dalla prima giornata: la Juventus di Platini, campione in carica, scomparve presto dalla scena, mentre l’Inter di Rumenigge provò a resistere, invano, alla corsa degli scaligeri. L’Italia intera cominciò presto a considerare l’Hellas come una solida realtà che può ambire al titolo; sui giornali e nei salotti televisivi si fecero innumerevoli disamine tattiche sul Verona di Bagnoli. Al mister venne chiesto di rivelare qualche segreto relativo alla sua squadra. Il Mago della Bovisa si schernì: «Il Verona gioca un calcio tradizionale, che noi facciamo pressing lo leggo sui giornali. Io in campo non l’ho mai notato. Scusate, mi chiedete una ricetta che non so». Finta umiltà? Un modo per non rivelare niente e restare abbottonati? In realtà è molto probabile che Osvaldo Bagnoli fosse sincero. Il suo modo di intendere il calcio era molto semplice: «Il tersin fa il tersin; il median fa il median», ripeteva spesso il mister con il suo modo di parlare, un dialetto che mischia la sua origine milanese con il veronese d’adozione. Grazie a queste ricette da osteria spartana piuttosto che da ristorante stellato, il 12 maggio 1985 l’Hellas Verona andò a giocare a Bergamo contro l’Atalanta. Era sufficiente un pareggio per poter festeggiare lo scudetto con una giornata d’anticipo, e un pareggio, puntualmente, arrivò.

Il Bentegodi ribolle di passione.
www.hellasverona.it

Dei tre scudetti italiani vinti in provincia (Verona, Cagliari, Sampdoria), quello dell’Hellas è senza ombra di dubbio il meno atteso. A Cagliari giocava un certo Gigi Riva, il centravanti azzurro più forte di sempre, mentre la Sampdoria del presidente Mantovani era una società molto ricca. Oltretutto, come si è ricordato all’inizio, gli anni ’80 rappresentarono un periodo straordinariamente florido per il nostro campionato. Vincere il tricolore davanti a gente come Maradona e Platini è un’impresa che oggi acquisisce un significato ancora più ampio, anche perché nel XXI secolo (esclusa l’iniziale sosta romana) lo scudetto è transitato solamente a Milano e Torino. Un anno fa, di questi tempi, lo scudetto del Verona venne menzionato molte volte come metro di paragone dell’impresa che stava compiendo il Leicester di Claudio Ranieri in Premier League. Anche il Verona, così come la squadra campione d’Inghilterra, nella stagione seguente al titolo deluse le aspettative, come d’altronde è lecito immaginarsi dopo un’impresa del genere. Osvaldo Bagnoli rimase ad allenare l’Hellas Verona fino al 1990, anno in cui la sua creatura retrocedette in serie B, anche a causa di un fallimento societario. Il Mago della Bovisa ha vissuto altre due esperienze da allenatore: una eccellente al Genoa (raggiunse la semifinale di Coppa Uefa, dopo aver eliminato il Liverpool vincendo – prima squadra italiana – ad Anfield) e una in chiaroscuro all’Inter (secondo posto ed esonero nella stagione successiva). Oggi mister Osvaldo è un ottuagenario non più addentro al mondo del calcio. Dopo aver smesso di allenare (a soli 59 anni) si è stabilito a Verona (e in quale altra città, se no?), dove si fa cullare dai ricordi di un’impresa che, al momento, appare irripetibile.

FONTE: FascinoIntellettuali.LarioNews.com


Bagnoli: “Lunedì sarò allo stadio. Mi sento veronese e tiferò Hellas”
febbraio 15, 2017

“Lunedì andrò allo stadio. Il Verona e la Spal sono due parti della mia vita. A Ferrara siamo stati benissimo, non solo ci giocavo, ci abitavamo anche e la nostra seconda figlia, Monica, è nato proprio là. Ho degli ottimi ricordi come calciatore e ne abbiamo di splendidi come famiglia – ha dichiarato Osvaldo Bagnoli a Il Corriere di Verona – Lunedì che vinca il migliore, come si dice in questi casi. Ma io mi sento veronese e tifo Verona, quindi mi si permetta di dire che spero che sia proprio l’Hellas a esserlo. Certo che ci sarà bisogno di giocare molto bene, perché questa Spal ha le risorse per essere promossa. Mi fa piacere rivederla in alto dopo tutti questi anni”.

FONTE: HellasNews.it


NEWS
Bagnoli: “Verona, rialzati con la Spal”
Osvaldo: “Momento particolare, ma nessun dubbio su Pecchia e la squadra”

di Redazione Hellas1903, 15/02/2017, 10:37

Osvaldo Bagnoli, leggendario allenatore del Verona, è un doppio ex della gara di lunedì con la Spal, avendo giocato con la squadra ferrarese, commenta la situazione dell’Hellas.
Lo fa in un’intervista rilasciata al “Corriere di Verona” oggi in edicola.
Dice Bagnoli: “Sono momenti che si attraversano, ma non ci sono dubbi sul lavoro svolto dal tecnico, Pecchia, che ha notevoli idee di calcio. L’organico allestito ha dimostrato di poter ottenere determinati risultati. In questo periodo non gira bene e per questo serve vincere per ritrovare maggiore tranquillità. Farlo con la Spal sarebbe ancora più prezioso, seppure non sia per niente semplice”.

FONTE: Hellas1903.it


ALTRE NOTIZIE
Bagnoli a TMWRadio: "Queste sconfitte del Verona denotano problemi di spogliatoio"
20.11.2016 12.55 di Redazione TMW Twitter: @tmwradio
Fonte: Tmwradio.com
Ospite nel pomeriggio di TMWRadio , l'ex tecnico del Verona campione d'Italia Osvaldo Bagnoli ha parlato della sua ex squadra dopo le due sconfitte ecco quanto evidenziato da TMW:
"Queste ultime due partite che ha perso il Verona sono state perse con tanti gol e questo mi fa pensare che sia successo qualcosa all'interno dello spogliatoio, lo dico per esperienza.
Un club che nelle precedenti gare ha fatto quello che ha fatto non può perdere due partite com ha fatto il Verona ultimamente, bisogna che ci sia qualcosa che non consciamo ma questi risultati non sono normali.
Non penso ci siano congiure contro Pecchia, é una brava persona, però una squadra quando molla con nove gol in due gare significa che probabilmente qualcosa non funziona internamente, se la squadra va d'accordo questi risultati non succedono.La squadra può anche perdere ma non 4 o 5 a zero".

SERIE A
ESCLUSIVA TMW - Bagnoli: "Pioli intelligenza al servizio dell'Inter"
11.11.2016 22.00 di Lorenzo Marucci
Anche Osvaldo Bagnoli si esprime sul momento dell'Inter e sull'arrivo di Stefano Pioli alla guida della squadra. "Posso dire che Pioli l'ho avuto come giocatore al Verona ed è molto intelligente. E mi sembra un tecnico preparato. Per il resto essendo lontano da anni dall'ambiente Inter posso aggiungere quelle che sono le mie sensazioni. E' chiaro che ci sono state delle difficoltà che hanno portato al cambio del tecnico".

Quali sono stati i problemi dell'Inter?
"A mio parere l'Inter dà l'impressione di poter segnare solo con Icardi. Tengo a precisare che è la mia sensazione da lontano e che può anche essere sbagliata"

Sulla serie A in generale che idea si è fatto?
"La Juve è sempre superiore alle altre. Poi c'è la Roma, vedo anche che il Napoli comunque c'è, cerca di migliorare pur facendo fatica".

Veniamo allora al suo Verona.
"Sta andando molto bene, però è ancora presto, il campionato è ancora lungo e occorre stare attenti"

Pazzini sta segnando tanto. Se lo aspettava?
"Si sapeva che era un giocatore su cui puntare. Ha solo avuto a volte degli infortuni che lo hanno un po' bloccato".

Anche Pecchia si è dimostrato pronto.
"Se il Verona lo ha preso vuol dire che aveva delle certezze".

FONTE: TuttoMercatoWeb.com


Osvaldo Bagnoli e la favola ‘Hellas Verona vincitore dello scudetto dell’85
By Redazione ExtraPosted on Lug 4, 2016

Il ciclo vincente sulla panchina gialloblù comprende uno scudetto, due finali di Coppa Italia e due quarti posti, oltre a tre partecipazioni alle coppe europee, nelle quali il miglior risultato. Nei nove anni di permanenza a Verona Bagnoli stabilisce il record di presenze di un allenatore sulla panchina gialloblù
“Il calcio è un gioco semplice, non sono indispensabili astruserie come la zona o il pressing. L’importante è avere la fortuna di trovare gli uomini giusti per metterli poi nei posti giusti;
lasciandoli liberi di esprimersi”

Osvaldo Bagnoli 81 anni adesso è stato Bagnoli è stato uno degli allenatori di calcio entrati nella storia. Un allenatore che metà degli anni 80 è stato al timone dell’Hellas Verona, una squadra che sbalordiva e terrorizzava l’Italia calcistica. Personaggio schivo e sempre lontano dai riflettori Osvaldo Bagnoli ha contribuito a creare la storia di una città, di una squadra, di un popolo e di un uomo portando l’Hellas sul tetto d’Italia. Bagnoli ha valorizzato talenti e ha vinto con la semplicità della tattica ha creato un gruppo ed una favola…una storia d’amore nella città di Romeo e Giulietta che non finirà mai. Osvaldo Bagnoli riportò lo scudetto in provincia, quella Veronese, a oltre sessant’anni dalle vittorie della Pro Vercelli e del successo del 1969-1970 targato Cagliari. L’Hellas scrisse il suo nome nella storia del campionato italiano grazie al tedesco Briegel, ai Garella, ai Tricella a Fanna e grazie alla coppia d’attacco Elkjær-Galderisi, il tutto coadiuvato dal direttore d’orchestra Osvaldo Bagnoli.
Ma dietro un grande allenatore c’è sempre un grande uomo. Amante del proprio lavoro è stato un abile motivatore e comunicatore con staff e giocatori, con i quali instaurava rapporti che andavano oltre il rettangolo di gioco. Un allenatore gentiluomo, mai sopra le righe, attento soprattutto al rapporto umano con i propri giocatori, che tanto lo stimavano. Ogni domenica, prima della partita, Bagnoli non faceva lezione, difficilmente creava scompigli prima del match, in spogliatoio si parlava poco. Si sedeva in un angolo e leggeva il giornale. I suoi uomini dopo la settimana di allenamenti, confronti e accorgimenti tattici sapevano già cosa fare.La fiducia era alla base di un gruppo. “Con Bagnoli ci siamo sentiti come uccelli fuori dalla gabbia ” come affermava Fanna e la gabbia aperta ha dato spazio alla libertà e alle qualità umane e professionali della crew gialloblù. E’ stato bello vederli giocare a memoria, senza la presenza di fuoriclasse o prime donne. Osvaldo Bagnoli arriva a Verona con l’intento di mantenere la permanenza in serie A il più possibile, ma anno dopo anno i risultati sempre migliori lo portano a tentare l’impresa, quella…che arriverà nella stagione 1984-85 con la vittoria del primo storico scudetto.
Il Verona r la sua favola Taciturno e mite, Osvaldo Bagnoli, con quel suo fare onesto e riservato, riuscì a portarlo allo scudetto, superando rivali che i fuoriclasse invece li avevano ben acquistati e schierati prepotentemente. Perché se l’Inter poteva schierare Rummenigge e Brady, Napoli e Maradona, Stromberg e l’Atalanta, la Juventus Platini e Boniek, il Milan gli inglesi Wilkins e Hateley, la Roma Falcão e Cerezo, la Fiorentina Socrates e Passarella ed il Torino Júnior, Udinese e Zico. desideroso di un gioco efficace finalizzato a mandare l’attaccante in porta con pochi e tocchi e ripartenze fulminee. Arrivarono il corazziere Briegel (1,87 m per 92 kg) dal Kaiserslautern e il velocissimo danese Elkjær, il cavallo pazzo proveniente dal Lokeren, Bagnoli trasformava Volpati in terzino marcatore astante e in avanti combinava l’agile potenza di Elkjaer ai guizzi del piccolo Galderisi.
Il portierone Claudio Garella abituato a parare con i piedi Tricella, giocatore dotato di un grande senso della posizione e di un ottimo possesso di palla e lo stempiato Fanna grande ala destra in grado di svariare su ambo i fronti del campo e dotato di tecnica, velocità e fantasia. Il Verona restava in testa dalla prima all’ultima giornata, macinando un calcio vigoroso e spettacolare. In un panorama ricco di stelle, lo scudetto del Verona rappresentava il premio all’umiltà e alla forza creativa dell’allenatore. Che spiegava così la propria filosofia tattica: «Il calcio è un gioco semplice, non sono indispensabili astruserie come la zona o il pressing. L’importante è avere la fortuna di trovare gli uomini giusti per metterli poi nei posti giusti; lasciandoli liberi di esprimersi» Bagnoli diventa una delle figure vincenti del Verona, è corteggiato dalle grandi, ma il tecnico milanese rifiuta le proposte, e preferisce lavorare in un’isola tranquilla come la piazza di Verona. Ai complimenti, reagiva con poche parole e semplici consensi. Per il trionfo, riusciva a stirare appena un lieve sorriso. Parlava con gli occhi, più che con la bocca “La prima volta che ho visto sorridere Bagnoli? A Bergamo, il giorno dello Scudetto.” (H.P. Briegel)
Bagnoli, considerato uno dei principali artefici del risultato, viene soprannominato mago della Bovisa e viene premiato con il Seminatore d’oro. ” Per me il merito era dei giocatori, andavano molto d’accordo, c’era armonia. Ricordo che l’ultimo dell’anno l’avevano festeggiato tutti insieme, con mogli, compagne e figli Bagnoli rimane al Verona fino alla stagione 1989-1990, conclusa con la retrocessione in Serie B causata anche dal dissesto economico della società.Nelle 9 stagioni nelle quali Bagnoli ha guidato ininterrottamente il Verona – dal 1981 al 1990 – record di stabilità tuttora imbattuto, la squadra gialloblu ha meritato il maggior numero di riconoscimenti a livello nazionale ed ha affrontato a più riprese le manifestazioni europee . Non ha conquistato solo lo scudetto del 1984/85, fatto di per sé unico, ha ottenuto una promozione in serie A (1981/82), 2 partecipazioni alla Coppa UEFA (1982/83 e 1986/87) e 2 finali di Coppa Italia (1982/83 e 1983/84
Bagnoli ha 59 anni, che per un allenatore non sono poi tantissimi, ma sorprendentemente decide di lasciare definitivamente il calcio. Nel 1994 il calcio-business sta per arrivare con le pay-tv,merchandising, società servizio, le maglie personalizzati e i bilanci che si riveleranno dopati, come qualche calciatore.Forse a Bagnoli questo nuovo calcio non lo entusiasmava… Bagnoli detestava le mode e il protagonismo di allenatori che si davano un tono formale, falso e retorica …fatto di ripartenze, difesa a zona e diagonali ecc. “Non mi va di fare il buffone e non partecipo a certe trasmissioni: mi fanno venire il mal di testa. C’è gente che grida e se fai un discorso logico, ti levano subito la parola”.Bagnoli uomo semplice così come il modo d’intendere il calcio e lo sport un modello basato su solidarietà, competizione e opportunità sociale per tutti.
di Giuseppe Foti 12:18 14.07.16

FONTE: CalcioWeb.eu


Enrico Ruggeri racconta Osvaldo Bagnoli e il miracolo dell'Hellas Verona
Enrico Ruggeri per la puntata odierna de "Il Falco e il Gabbiano" in onda dalle 15.30 su Radio 24, intervista l'ex centrocampista del Verona Pietro Fanna ripercorrendo la storia di Enrico Bagnoli storico mister dell'Hellas vincitore dello scudetto nel 1985

La Redazione
10 giugno 2016 14:19
Enrico Ruggeri racconta Osvaldo Bagnoli e il miracolo dell'Hellas Verona

Osvaldo Bagnoli, ex allenatore che nel 1985 ha portato il Verona a vincere lo scudetto, il protagonista della puntata di oggi, venerdì 10 giugno, de Il Falco e il Gabbiano in onda alle 15.30 su Radio 24, in cui interverrà l’ex centrocampista del Verona Pietro Fanna. Tutto iniziò nel lontano 1981 e in quattro anni Bagnoli riuscì a portare il Verona dal rischio della retrocessione in serie C alla vittoria del massimo campionato italiano di calcio: la serie A. Con un’intervista all’ex centrocampista del Verona Pietro Fanna, Enrico Ruggeri racconta a Il Falco e il Gabbiano in onda dalle 15.30 di oggi su Radio 24 la storia di Osvaldo Bagnoli.

Il calcio moderno ci ha ormai abituati a presidenti milionari, petrolieri incalliti, emiri e sultani da ogni parte del mondo che comprano squadre di calcio che poi rinforzano comprando i migliori giocatori. Spesso però, come dimostra la storia, ai loro investimenti non corrispondono i risultati sperati. Succede così che squadre meno ricche, meno titolate, con giocatori che rientrano nella media, stupiscono il mondo vincendo campionati e coppe. L'esempio lo abbiamo avuto con il Leicester di Ranieri, ma prima delle volpi blu “ci sono stati altri miracoli di quel genere, uno proprio in Italia”, afferma Enrico Ruggeri nel video in cui lancia la puntata de Il Falco e il Gabbiano in onda oggi alle 15.30 su Radio 24.


“Era il 1985 – racconta Ruggeri – e un uomo porta una dozzina, quattordici al massimo, di giocatori a vincere uno scudetto storico”. Quell’uomo era Osvaldo Bagnoli e la squadra era il Verona: una squadra di provincia che nel 1985 conquistò a sorpresa lo scudetto, battendo tutte le grandi. Dopo un anno nella prima squadra del Milan, Osvaldo Bagnoli viene ceduto al Verona che gioca in serie B. Lì conosce una ragazza e qualche anno più tardi si sposa. Così, anche se lui dopo tre stagioni in gialloblu si trasferisce a Udine, Verona rimane comunque la sua città. Dopo Udine passa al Catanzaro, poi Spal e di nuovo Udine. Bagnoli continua a giocare in diverse squadre fino alla stagione 1967-68 quando a 32 anni, a causa di un incidente stradale in cui è rimasto infortunato, medita il ritiro dal calcio. Dopo un periodo a Verbania passato nel doppio ruolo di giocatore e allenatore, nel 1973 decide di chiudere con il calcio giocato.

Appese le scarpe al chiodo, Bagnoli incomincia la carriera da allenatore. Inizia con l’allenare la Solbiatese in serie C per poi diventare allenatore in seconda di Pippo Marchioro al Como, dove la squadra conquista la promozione in serie A. Bagnoli è il trait d'union tra l’allenatore e i giocatori e questo gli permette di sviluppare un rapporto paterno del quale i giocatori sono molto contenti. Uno stile che diventa il suo personale quando dopo due stagioni al Cesena, e una storica promozione in Serie A, riceve una telefonata da Celestino Guidotti, presidente del Verona che è nel campionato cadetto. Lui sta rivoluzionando la squadra e gli serve un allenatore che sappia creare un gruppo unito e compatto. Per Bagnoli è l'occasione giusta per tornare a casa.

FONTE: VeronaSera.it


IL LIBRO
Quell'Osvaldo che faceva miracoli "normali"
07/06/2016 19:38
La scrittura, profonda e lieve al tempo stesso, con cui Matteo Fontana, racconta un personaggio come Osvaldo Bagnoli è un tesoro che Verona farebbe bene a non disperdere.

Pochi scrittori (e giornalisti, Fontana lavora al Corriere di Verona) hanno la capacità di raccontare con le parole il calcio come questo ragazzo veronese, cresciuto a pane e Hellas, ma con il condimento di una robusta cultura e buone letture.

Le influenze anglosassoni sono evidenti. Fortemente ispirato da Tim Parks, con cui ha collaborato, e ovviamente da Nick Hornby, Fontana si cimenta con un compito arduo come raccontare il più grande allenatore che si sia mai seduto sulla panchina del Verona.

"Il miracoliere, Osvaldo Bagnoli, l'allenatore operaio" è il titolo del libro che Fontana ha pubblicato qualche mese fa (edizioni Eclettica, 18 euro) e che merita un posto nella biblioteca di ogni tifoso del Verona. In realtà è un libro trasversale, in cui Fontana racconta il suo Bagnoli, quello che ha fortemente influenzato la sua adolescenza ma anche la Verona degli anni '80, una città ricca e controversa, realtà di provincia che grazie allo scudetto conquistato dal Verona di Bagnoli, diventa famosa in tutto il mondo.

Bagnoli è un uomo normale che compie azioni eccezionali. E l'eccezionalità è comportarsi in modo normale. Sempre e comunque. Un aspetto che Fontana coglie con arguzia, con un lavoro documentale di prim'ordine, infarcito di gustose testimonianze che alla fine riflettono la figura dell'Osvaldo nella sua vita senza fronzoli, fatta della piccola felicità quotidiana e non di grandi imprese.


Si parte e si arriva con Bagnoli che lascia San Siro non da vincitore in quella che è l'ultima avventura calcistica.

Ma anche l'amarezza fa parte della vita e Bagnoli, lontano dalle tragedie greche, accetta anche questo come ineluttabile parte di essa e dei suoi cicli. Fa sorridere a pensare ai Mourinho e alle tecniche comunicative di oggi. Agli uffici stampa che dettano le dichiarazioni e bloccano le interviste, al calcio di plastica, dopato e corrotto.

Bagnoli era un Ligabue naif, ma a suo modo un genio e anche questo emerge nella biografia di Fontana. Matteo non lo dice, ma si capisce: Bagnoli avrebbe preso a calci nel sedere quei gagà benvestiti che oggi si siedono accanto agli allenatori pronti a pesarne le dichiarazioni, facendo capire il loro disappunto tramite il sopraciglio nei momenti in cui il tecnico si lascia magari andare ad un po' di spontaneità.

E diciamoci la verità: tutti noi vorremmo farlo, ogni domenica e forse ogni giorno, per cercare di riavere quel calcio autentico e quei personaggi. Per questo anche un ragazzo che non ha vissuto l'epopea dell'allenatore operaio (si gli operai esistevano, fabbricavano cose, lavoravano tanto, mantenevano con dignità le loro famiglie...) farebbe bene ad acquistare e a leggere questo libro. Molto meglio di un'inutile selfie allo stadio.
GIANLUCA VIGHINI

FONTE: TGGialloBlu.it


04.05.2016
E Bagnoli non ha dubbi «Più bravo lui»
Osvaldo Bagnoli

«Sono stato tempestato di telefonate. Un sacco di giornalisti mi hanno chiesto del Leicester, ma non l’ho visto giocare. Adesso sono curioso, va bene che hanno già vinto ma guarderò la prossima partita. Giuro lo farò». Osvaldo Bagnoli era preparato. La nostra telefonata non lo ha sorpreso: «Sono contento», prosegue l’allenatore dello scudetto del Verona, «che un tecnico italiano, abbia vinto un campionato così importante. Ranieri mi sembra una persona seria, ma non lo conosco. Ci siamo salutati in qualche occasione, ma niente di più. Una cosa posso dire con certezza: lui è stato più bravo di me». Bagnoli non smentisce la sua carica di simpatia e umiltà: «Lo dico davvero. Ranieri ha vinto al primo colpo, mentre noi del Verona abbiamo costruito una squadra partendo dalla serie B e pian piano abbiamo inserito dei giocatori. La squadra, perché mi sono informato», ride Bagnoli, «l’anno scorso si è salvata all’ultimo, poi è arrivato Ranieri. Noi l’avevamo potenziata con due stranieri. (...)

FONTE: LArena.it


Bagnoli: “Non mi aspettavo la retrocessione del Verona”
3 maggio 2016
All’indomani dell’incredibile vittoria del campionato del Leicester in Premier League, Osvaldo Bagnoli, storico condottiero dell’epopea dell’Hellas Verona, è stato contattato da Tuttomercatoweb. Di seguito le sue dichiarazioni:
“Arrivai al Verona in Serie B e io andai lì vincendo subito il campionato cadetto. Poi arrivammo sesti, poi quarti e poi vincemmo lo Scudetto. Fu merito anche del ds Mascetti, noi ci parlavamo ma era lui che andava a vedere i giocatori e a prenderli. L’anno dello Scudetto cambiammo solo i due stranieri. Nei due-tre anni precedenti cercammo di crescere sempre di più, acquistammo giocatori importanti che ci permisero di conquistare un Tricolore che, comunque, nessuno pensava il Verona potesse conquistare”.

Si è rivisto nella favola del Leicester?
“Io ho sempre seguito il campionato italiano, ma nella prossima gara li osserverò volentieri. Non ho mai pensato troppo a questo parallelo”.

Come giudica la stagione del Verona?
“Non mi aspettavo potesse retrocedere. Io vado a vedere le partite del Verona e ci sono state delle gare che gli scaligeri hanno perso in maniera anche immeritata. E’ stata un’annata in cui tutto è andato male, si vede che doveva andare così”.

FONTE: HellasNews.it


I NUOVI CAMPIONI D'INGHILTERRA E LA FAVOLA GIALLOBLU'
Ranieri come Osvaldo e Leicester come Verona
03/05/2016 16:16
Alzi la mano che non c'ha mai pensato in questi mesi... La favola del Leicester, che si è appena laureato campione in Inghilterra, sembra proprio quella del Verona di Bagnoli dell'85. Le similitudini sono tante. Proviamo a elencarle.

ARTIGIANI DEL PALLONE. Bagnoli e Ranieri, intanto: due artigiani del pallone, due persone perbene, due "normal one" come ha spiegato bene il direttore della Gazzetta Mario Monti stamattina, elogiando la normalità di Ranieri. Due allenatori di buon senso che sanno costruire un vestito su misura a seconda dei giocatori che hanno a disposizione e a seconda delle loro caratteristiche. Nel mondo degli affabulatori Ranieri ha rinverdito la normalità dell'Osvaldo che arrivava allo stadio in bici e colbacco.

SQUADRA DI "SCARTI". Vi ricordate il Verona di Bagnoli? Dicevano che quella squadra era stata costruita con gli scarti delle grandi. Fanna, Galderisi, Di Gennaro, Ferroni e il dottor Volpati. Assomigliano moltissimo a Morgan e alla truppa di Ranieri. Mahrez, Vardy, Okazaki, Kantè, Drinkwater hanno tutti alle spalle storie molto simili a quelle dei veronesi dell'85. ragazzi che a Leicester hanno trovato una loro dimensione, dimostrando di essere grandi campioni.

LO SPOGLIATOIO. Lì è nata la vittoria del Leicester e lì si fondò quella del Verona. Spogliatoi granitici che hanno saputo resistere agli "attacchi" esterni con l'unione e la solidità. Gente vera con valori elevatissimi.

DUE GRANDI CAMPIONATI. L'ultima incredibile analogia tra Verona e Leicester, riguarda i rispettivi campionati. Quello dove giocò il Verona era senza dubbio il più bel campionato del mondo. Vi giocavano praticamente tutti i più forti calciatori dell'epoca, da Zico a Platini, passando per Maradona. Lo stesso si può dire del campionato inglese di quest'anno. Il Leicester ha vinto tra sceicchi e miliardari, tra allenatori di grido e grandi campioni. Come ha scritto il New York Times, forse la più grande impresa del nuovo millenio. Per quello passato, rivedere alla voce Hellas Verona.
GIANLUCA VIGHINI

FONTE: TGGialloBlu.it



NEWS
Bagnoli e la B del Verona: “Adesso tocca alla dirigenza”
Il Mister: “Stagione storta, troppi problemi. Serve ripartire subito”

di Redazione Hellas1903, 30/04/2016, 10:49

Osvaldo Bagnoli, il Mister per eccellenza del Verona, parla delle vicende gialloblù dopo la retrocessione in B.

Dice: “Quella che sta per concludersi è stata una stagione storta. Capita di incappare in annate così, in cui non va bene niente. Ci sono stati molti infortuni e quando si è provato a correggere quel che non andava ci sono stati altri problemi. Succede a tutti, non bisogna fare drammi. Ora serve ripartire”.
Sui modi per tentare la risalita, Bagnoli osserva: “Sono scelte che spettano alla dirigenza”.

FONTE: Hellas1903.it


LIBRERIA
L'epopea di Socrates, campione irregolare, e la vita di Bagnoli, "mago" operaio
La carriera in campo e le battaglie civili di Socrates, asso "irregolare" del gioco del calcio; e poi il romanzo della vita di Osvaldo Bagnoli, dalla Bovisa allo scudetto con il Verona


di Massimo Grilli
VENERDÌ 1 APRILE 2016 17:50
[...]


Già la scelta andrebbe premiata. Raccontare Osvaldo Bagnoli significa schierarsi, accreditarsi ad una certa idea di calcio; scegliere le schiene dritte, non i lacché, stare con le persone serie, non con la cricca della fuffa. Matteo Fontana fa una cosa a cui non siamo più abituati: indaga. E’ un’indagine vera e propria, quella che si srotola tra le pagine di un libro che si legge tutto d’un fiato; è l’indagine (troppo facile: al di sopra di ogni sospetto) su un uomo, un allenatore, un calcio che non c’è più. Di Bagnoli, Matteo Fontana racconta tutto. Il privato, il pubblico. La quotidianità, il teatrino del pallone. Le gioie, sempre vissute con pudore. Le delusioni, sempre accettate con serenità. E lo fa scavando sotto la superficie, per restituirci l’intima verità di un uomo di calcio come non ce ne sono più.

Di Bagnoli viene ricordato, ovviamente, l’epopea dello scudetto con l’Hellas Verona, l’ultimo vero miracolo italiano, altrochè. Era la primavera del 1985, e tra qualche anno scopriremo che nel nostro calcio è stato quello il momento che ha segnato la cesura tra un prima e un dopo. Del primo Bagnoli vengono ricordate le promozioni con Fano (C1) e Cesena (A), la cavalcata europea col Genoa (prima squadra italiana a vincere ad Anfield Road). Di Bagnoli viene ricordato l’addio alla panchina, stava all’Inter e quando Ernesto Pellegrini gli comunicò l’esonero, l’Osvaldo - come scrive l’autore - girò i tacchi e disse solo: «Si vergogni».

Tanti ricordi, filtrati attraverso la memoria di chi lo ha conosciuto da vicino, da Fanna a Volpati, da Gritti a Guidetti; tanti retroscena, tante piccole storie nobili di un allenatore che ha forgiato la propria diversità rimanendo se stesso. E’ stato questo il piedistallo su cui ha costruito la sua storia di uomo di calcio. Nella godibilissima prefazione Roberto Beccantini scrive: Osvaldo Bagnoli. Il calciatore, l’allenatore, l’uomo, il marito, il padre: non «uno, nessuno e centomila», alla Luigi Pirandello, ma sempre quello, sempre «uno». (Furio Zara)

OSVALDO BAGNOLI, il miracoliere, l'allenatore operaio; di Matteo Fontana, edizioni Eclettica, 319 pagine, 18 euro

FONTE: CorriereDelloSport.it


Osvaldo Bagnoli, l’allenatore operaio
Un libro appena uscito racconta la storia di Osvaldo Bagnoli. Un personaggio di un calcio che non esiste più e che nel mondo delle dirette 24 ore su 24 e delle conferenze stampa preconfezionate sarebbe un alieno


Fabio Polese - Lun, 21/03/2016 - 22:12
Osvaldo Bagnoli è un allenatore troppo poco considerato per quanto ha fatto nel calcio.
E non solo per i risultati ottenuti nella sua carriera. Ma anche per le sue idee. Infatti, ha trasformato il gioco all'italiana, dandogli una maggiore tempra offensiva, ha valorizzato talenti e ha vinto con la semplicità della tattica.

Bagnoli è anche stato sempre un personaggio schivo e, per questo, lontano dai riflettori. Ma la sua incredibile storia la racconta Matteo Fontana - giornalista della Gazzetta dello Sport e del Corriere del Veneto – nel volume appena uscito in libreria: Il miracoliere. Osvaldo Bagnoli, l’allenatore operaio (Eclettica Edizioni, pp. 324, 18,00 euro).

Sullo sfondo del libro, l’autore, oltre a parlare di un calcio che non esiste più e dove Bagnoli oggi sarebbe un extraterrestre, troviamo molte storie di un Paese che cambia. Dal boom economico agli anni di piombo, fino ad arrivare ai giorni nostri.

Perché “l’allenatore operaio”?
Non un mago, non un filosofo, non un tribuno. Un artigiano, un operaio: questo è stato il Bagnoli tecnico. Con questi criteri ha costruito le proprie squadre, dal Fano all'Inter, con il picco di un Verona entrato nel mito. Inoltre Bagnoli è di estrazione proletaria. Lavoratore figlio di lavoratori. Uno venuto su dalla fabbrica.


Cosa ha rappresentato Bagnoli per Verona?
Verona sta a Bagnoli come Liverpool sta a Bill Shankly: ha reso la gente felice, he made people happy. Basta questo per capire tutto.

E per le altre piazze?
Taciturno e mite, riservato e onesto: uno, Bagnoli, che per queste caratteristiche è stato amato e che ha lasciato ricordi profondi ovunque. Poi ci sono solchi più marcati, come a Cesena e, in altra forma, al Genoa, e altri controversi. All'Inter è arrivato secondo e fino ai tempi post-Calciopoli non si è più vista una squadra così, stante la qualità della rosa, ma è stato esonerato: una delusione che l'ha spinto a non allenare più.

Possiamo definire Bagnoli un extraterrestre del calcio attuale?
Non è immaginabile un Bagnoli nel calcio di oggi. Gianni Mura gli ha accostato, per la ritrosia alla ribalta, Maurizio Sarri. Ma uno come lui nel mondo delle dirette 24 ore su 24 e delle conferenze stampa preconfezionate sarebbe un alieno.

Possiamo paragonarlo ad altri allenatori del passato?
Bagnoli ha sempre stimato Pippo Marchioro, un amico personale con cui ha giocato e iniziato ad allenare come secondo. Corrado Orrico e Massimo Giacomini hanno avuto la stessa signorilità silenziosa e fuori dal sistema. Ma Osvaldo resta di una categoria distinta: lo “Schopenhauer della Bovisa”, per dirla con le parole di Gianni Brera.

Nel suo libro, oltre al calcio, racconta tante storie…
Nel libro lo sfondo è quello di 80 anni di storia italiana. Il calcio è un grande specchio del Paese. Non a caso ora il pallone non brilla e sembra il calco di una nazione che fatica a ripartire. Per questo sono ricorrenti, nel volume, le tracce di quanto è avvenuto nella nostra terra. Storie di piombo, di bombe e misteri, di mafia e corruzione. Ma anche di speranza e sogni. Si legge di Moro e Berlinguer, di Gelli, di Di Pietro, di Berlusconi. Di Brigate Rosse e neofascisti, di Mussolini e Andreotti, di Craxi e Bossi. Di Bagnoli socialista per tradizione familiare: l'allenatore operaio, appunto.

FONTE: IlGiornale.it


NEWS
Bagnoli: “Verona, anno no. Situazione inspiegabile”
Il tecnico dello scudetto: “La squadra era ben allestita. Troppa sfortuna. E con Delneri le cose non sono migliorate”

di Redazione Hellas1903, 11/03/2016, 15:59

Osvaldo Bagnoli parla ai microfoni di Radio Bruno.
Il tecnico del Verona dello scudetto e delle grandi stagioni degli anni ’80 commenta il campionato disastroso dei gialloblù prima della trasferta di Firenze.
Dice Bagnoli: “Non mi aspettavo che il Verona andasse così male, la squadra era allestita bene con Toni e Pazzini in attacco. Nonostante il cambio dell’allenatore le cose non sono migliorate, evidentemente questo è un anno sfortunato per la squadra”.

BAGNOLI: “VERONA, PROVA A VINCERE CON L’INTER”
Il tecnico-leggenda: “Gialloblù squadra di carattere, dovranno attaccare per primi”
di Redazione Hellas1903, 06/02/2016, 08:18

Osvaldo Bagnoli è l’allenatore-leggenda del Verona e per una stagione e mezza è stato sulla panchina dell’Inter. Doppio ex della gara di domani, dunque.
Intervistato dal Corriere di Verona, Bagnoli dice: “Quando ci si confronta con le grandi bisogna sempre esprimere il massimo che si può dare e auspicare che loro non ci riescano. Sennò è dura. Però ho visto che questo Verona è in forma. Ha vinto con l’Atalanta, e magari la sorte è cambiata.Una bella dimostrazione di carattere. Ti annullano un gol subito, quello di Toni, e ne prendi uno rocambolesco, che potrebbe incrinarti il morale. Per rimontare devi avere un temperamento forte e mi sembra che il Verona ce l’abbia, dato che non è la prima volta che recupera un risultato. Queste indicazioni sono favorevoli per il futuro”.

Continua: “Non sono abituato a fare pronostici, trovo che sia un esercizio che serve a poco, perché è sempre più facile essere smentiti. Dico che si può cercare di metterli in difficoltà attaccando per primi. Se con gli squadroni ti difendi e basta sei sicuro che il gol lo prendi e ritornare in partita mica è semplice”.
Redazione Hellas1903

FONTE: Hellas1903.it


«IL MAGICO VERONA E la storia del no dI Berlusconi»
«Elkjaer, Briegel e un gruppo speciale: lo scudetto dell’unione Io e la panchina del Milan? Vi racconto cosa mi confidò Brera...»
Osvaldo Bagnoli è, per il calcio, quello che, si parva licet, sono stati Lucio Battisti e Mina nella musica o Salinger nella letteratura. E’, cioè, uno dei pochi casi di protagonisti del rutilante mondo del football che poi si siano ritirati, all’improvviso, nella loro vita privata. E non, come succede normalmente, al tramonto della loro carriera. Bagnoli era arrivato ad allenare la squadra della sua città, l’Inter. Era al top di una carriera onesta e faticata, fatta di partite infuocate sui campi di Solbiate Arno, di Verbania, di Fano. Aveva preso, per amore, una squadra, il Verona, in serie B e aveva vinto il campionato garantendole la promozione. Poi in tre anni l’aveva portata a vincere lo scudetto. In anni in cui giocavano Maradona, Falcao, Platini, Rummenigge, Socrates mica pizza e fichi. Verona non aveva mai vinto uno scudetto, ovviamente, ed è stata l’ultima vera provinciale ad aggiudicarsene uno. La Samp, che arrivò prima nel 1991, è infatti figlia di una grande città come Genova. Fu davvero Davide contro Golia. Bagnoli e il suo direttore sportivo Emiliano Mascetti, storica figura del calcio scaligero, avevano composto la formazione come i “ Magnifici sette”, cercando grandi giocatori scartati da squadre distratte o in overbooking. Così nacque il Verona dei miracoli, che fece impazzire una città e mostrò un calcio nuovo e aperto. Ma la storia di Bagnoli comincia dalla Bovisa, negli ultimi anni del fascismo, i primi della guerra. «Ho cominciato a giocare al calcio in una stradina del quartiere. La parete di una casa faceva da porta. Si segnava e il pallone tornava subito in campo, comodo. Nel quartiere c’era anche un campo sportivo, terra e polvere, della “Ceretti e Tanfani”. Giocavamo con i primi palloni, quelli con i lacci. Ogni colpo di testa era un mal di testa garantito. Poi arrivarono, ma era già un lusso, quelli con la valvola per la gonfiatura che avveniva con le pompe delle biciclette».

Che famiglia era la sua?
«Mio padre era operaio alla Fargas e mia madre casalinga. Io sono arrivato alla terza media poi volevo fare il disegnatore meccanico come mio cugino più grande. Che era un po’ il mio riferimento. Era Juventino e mi portava a vedere le partite all’Arena. Così anche io cominciai a tifare per la Juve».

Poi arrivarono i bombardamenti su Milano e i giorni più difficili...
«Noi non andavamo nei rifugi, quando suonava l’allarme. Scappavamo nei campi e ci rifugiavamo in grotte per salvarci. Ricordo anche di essere andato, con i miei amici bambini, a Piazzale Loreto perché dicevano che lì c’era Mussolini. Quando arrivammo era tutto finito, c’era tanta gente. Era un tempo duro».

Come diventò giocatore di calcio?
«Io non ci pensavo proprio, volevo fare il disegnatore meccanico. A 14 anni la domenica si giocava all’oratorio e cominciavano ad esserci tornei, campionati e porte vere. In quel periodo, nel fermento del dopoguerra, due persone della Bovisa fondarono una nuova società dal nome ambizioso: “La Trionfale”. Fu la mia prima maglietta. Non mi chieda il colore, non lo ricordo. Il tempo passa e poi allora era tutto in bianco e nero, anche i ricordi».

Come arrivò al Milan?
«Nella Trionfale furono anni belli. C’erano altri miei amici come Giancarlo il portiere e Danelli. Ma poi mi chiamarono quelli dell’Ausonia, che era una società importante. Da lì finii ai ragazzi del Milan. Feci un paio di campionati poi un dirigente mi chiamò e mi disse che sarei passato tra le riserve. Ero felice. Inforcai la bicicletta e corsi verso casa. Non stavo nella pelle, non vedevo l’ora di raccontarlo ai miei. Ma a metà strada mi fermai. Mi venne un pensiero, mi scese il sorriso. Girai la bicicletta e tornai in sede dove il dirigente mi accolse sorpreso. “Guardi che io lavoro, non posso allenarmi con le riserve, devo portare i soldi a casa”. Lui mi chiese quando guadagnavo. Mi offrì cinquemila lire in più. E allora potei risalire in bici, stavolta davvero entusiasta. Fu una festa, a casa».

Chi c’era in quel Milan?
«Dei miti come Liedholm, Nordahl, Bean, Recagni, Schiaffino, Maldini, Buffon. Allenatori come Puricelli e Gipo Viani. Vincemmo lo scudetto e io segnai anche due gol in Coppa Latina, uno nella semifinale con il Benfica e uno nella finale contro l’Atletico. In due campionati giocai diciotto partite. Non male vista la concorrenza. Poi passai al Verona, primo segno del destino. Giocavamo in serie A ma retrocedemmo. Allora le rose erano davvero risicate. E io mi ammalai di pleurite e come me Rosetta, il difensore che era stato nella Fiorentina. E la squadra ne risentì molto. Feci 97 partite e ventisette reti, giocavo spesso ala destra, un ruolo diverso da quello mio tradizionale di mezzala. A Verona mi innamorai di quella che ancora oggi è mia moglie. Dopo Verona andai ad Udine e poi a Catanzaro e alla Spal. Fino a Verbania, dove decisi di smettere. Avevo trentotto anni, ormai».

E lì’ cominciò a fare l’allenatore...
«Sì, il Presidente mi aveva preso in simpatia e per un periodo mi chiese di fare l’allenatore giocatore. Ma poi smisi. Feci un anno alla Solbiatese e poi il mio amico Marchioro mi chiamò come secondo al Como dove lavorava un’altra persona che conoscevo, Beltrami. Che, quando Pippo andò via, mi affidò la prima squadra».

Cosa le piaceva del mestiere di allenatore?
«Mi piaceva stare con i ragazzi, fare gli allenamenti. Avevo in testa uno schema, il mio preferito: sulla fascia destra lo scambio tra due giocatori per fare il cross e i due attaccanti che incrociavano per tirare. Mi piaceva molto. Non le sembri strano ma l’allenatore dal quale ho più imparato si chiamava Bruno Arcari ed era il secondo di Puricelli al Milan. Un vero maestro di calcio e di vita».

Dopo Como ci furono Rimini, Fano, Cesena…
«Col Cesena in due anni facemmo faville e il secondo fummo promossi in A. Ma io, alla fine di quel campionato, decisi di tornare a Verona, anche se era in serie B. Lì c’era mia moglie e io volevo stare con lei. Ci sono restato nove anni. Anni fantastici. Costruimmo, pezzo a pezzo, un gruppo che era in primo luogo un collettivo di persone affiatate. E questo faceva la differenza. Si trovavano bene tra loro nello spogliatoio e fuori. L’armonia di un gruppo secondo me fornisce ad una squadra qualcosa che ne moltiplica la forza in campo».

In fondo voi avevate fatto la squadra con dei campioni “scartati” dalle loro squadre.
«Mascetti aveva fatto un grande lavoro. A Firenze aveva pescato Di Gennaro, Sacchetti, Bruni. Dalla Juventus arrivarono, in tempo diversi, Fanna e Galderisi. Tricella era uno dei giovani dell’Inter e Marangon era reduce dalla Roma. Insomma costruimmo la squadra come un mosaico. Poi, nell’anno dello scudetto arrivarono Briegel e Elkjaer, due campioni veri».

Erano potenti e tecnici…
«Le racconto questa: in quell’anno Marangon aveva avuto offerte e voleva andare via. Per questo chiesi a Mascetti di cercare in Italia o all’estero un terzino sinistro. Trovò Briegel e allora gli stranieri più forti venivano volentieri in Italia. Poi Marangon cambiò idea e io ne fui felice, era molto forte. Solo che ora mi trovavo con due giocatori di qualità per lo stesso ruolo. Chiamai Briegel, un po’ imbarazzato, e gli dissi “Hai mai giocato mediano?”. Lui mi sorrise e mi disse “Giocare mediano è il mio sogno”. E fu affare fatto, tra noi».

Io, anche quando giocava con la Juventus, avevo un debole per Fanna. Ricordo che mi impressionò molto in una partita di Coppa, credo col Bruges.
«Sì, era fortissimo. Lui tendeva a svariare a destra e sinistra, anche a seconda della forza del terzino avversario. Io lo lasciavo fare, assecondavo il suo talento».

Voi eravate consapevoli di poter riuscire in un’impresa storica per la squadra, il calcio, la città?
«Vincemmo la prima e la seconda di campionato e restammo in testa a lungo. A Natale io riunii i ragazzi e dissi loro: “Guardate che possiamo vincere davvero lo scudetto. E i primi a saperlo siete voi. Ma non dobbiamo dirlo, fino all’ultimo. Dobbiamo sostenere che il nostro obiettivo è la salvezza”. Vincemmo il campionato con una giornata di anticipo. L’ultima partita fu una festa. Non so se si ripeterà mai più. Lo auguro al Verona e a ogni squadra che possa vincere un titolo per la prima volta. Io nella città di Giulietta e Romeo ho raggiunto risultati fantastici: uno scudetto, due finali di Coppa Italia e due quarti posti, oltre a tre partecipazioni alle coppe europee con il traguardo dei quarti di finale in Coppa Uefa. Anni speciali, figli di passione e di programmazione. E, in primo luogo, del talento dei ragazzi».

Come finì la sua avventura nel Verona?
«Male. Era cambiata la proprietà, avevano venduto per ragioni di bilancio molti giocatori e retrocedemmo. Perdemmo una partita col Cesena e fu il buio. Ma la società aveva visto lo spettro del fallimento e tutti ne risentimmo».

Poi andò al Genoa…
«Altri due anni bellissimi. Mi piaceva la città, l’ambiente, i luoghi dove ci ritrovavamo. Avemmo anche lì risultati unici nella storia del Genoa del dopoguerra come un quarto posto in campionato e la semifinale di Coppa Uefa con l’Ajax che perdemmo in modo non meritato. Ma per arrivare fin lì avevamo battuto il Liverpool all’Anfield Road e in casa. Ed era il Liverpool di Rush e McManaman».

Però qualcosa successe…
«Sinceramente sì. C’erano due o tre giocatori che io volevo andassero via. Non mi piacevano. Ma erano idoli della tifoseria, che si sarebbe rivoltata contro la società. Così andai via io…».

Inutile che le chieda chi erano, immagino…
«Sì, non ho rancori e non ho rimpianti. E nulla da scaricare su nessuno».

Circola una leggenda: che Gianni Brera avesse, in quel periodo, suggerito a Berlusconi di prenderla come allenatore di quel Milan nel quale era cresciuto come giocatore. E che il Cavaliere…
«La fermo perché me lo raccontò, con mio grande stupore, Gianni Brera. Berlusconi disse che non mi avrebbe preso perché ero comunista. A parte il fatto che non era una considerazione tecnica, era anche una affermazione infondata. Io votavo socialista, solo perché mio padre lo faceva. Non mi sono mai occupato di politica, non mi interessava. Sono rimasto davvero sorpreso».

E così finì alla concorrenza, l’Inter.
«Il primo anno fu bellissimo. Da tempo i nerazzurri andavano male. Arrivammo al secondo posto e disturbammo il Milan, allora fortissimo. L’anno dopo ebbi una discussione con il Presidente Pellegrini che alla fine mi esonerò. Ho letto una sua intervista, dieci anni dopo, nella quale si rimproverava di averlo fatto e ne sono stato contento. Per me, nel calcio, ognuno deve fare il suo mestiere. Un presidente non deve fare l’allenatore e viceversa».

Bergomi mi ha detto che lei era un tecnico avanti sugli altri, che giocava col 3-5-2 quando ancora non si sapeva cosa fosse. Ma, come unica nota critica, ha sottolineato che lei si trovava bene con undici titolari e faticava a gestire una rosa larga.
«Ha ragione. Io, quando facevo il calciatore, volevo sempre giocare. Anche in una categoria inferiore, purché giocassi. Da allenatore mi rendevo conto di quanto fosse doloroso lasciare in panchina qualcuno e così si creavano tensioni. Più largo era il gruppo e più faticavo. E’ vero».

Perché dopo l’Inter non ha più allenato?
«Perché volevo stare a casa, con la mia famiglia. Negli ultimi anni non li avevo quasi visti. Perciò decisi di smettere. Non avevo ancora sessant’anni. Certo l’esonero dell’Inter mi aveva dato un dolore ma fu prevalente la voglia di ritrovare la mia vita e la sua semplicità. Non ho rimpianti, mai avuti. Torno allo stadio ogni tanto a vedere il Verona. Il presidente mi manda sempre due tessere, una per mia moglie e una per me. Lei mi veniva sempre a vedere, sia da calciatore che da allenatore. Ora andiamo insieme, allo stadio. E ancora mi diverte, perché è, sempre, un gioco. Il più bello che ci sia».
fonte: corrieredellosport

FONTE: TuttoMercatoWeb.com


Osvaldo Bagnoli: “L’armonia di un gruppo moltiplica le forze in campo”

gennaio 16, 2016
Osvaldo Bagnoli, storico allenatore del Verona campione d’Italia, ha rilasciato una lunga intervista ai microfoni de “Il Corriere dello Sport” in cui ha parlato della sua carriera da calciatore e da tecnico. Ecco le sue dichiarazioni:

GLI INIZI – “Ho cominciato a giocare al calcio in una stradina del quartiere. La parete di una casa faceva da porta. Si segnava e il pallone tornava subito in campo, comodo. Nel quartiere c’era anche un campo sportivo, terra e polvere, della “Ceretti e Tanfani”. Giocavamo con i primi palloni, quelli con i lacci. Ogni colpo di testa era un mal di testa garantito. Poi arrivarono, ma era già un lusso, quelli con la valvola per la gonfiatura che avveniva con le
pompe delle biciclette”.

CALCIATORE – “Io non ci pensavo proprio, volevo fare il disegnatore meccanico. A 14 anni la domenica si giocava all’oratorio e cominciavano ad esserci tornei, campionati e porte vere. In quel periodo, nel fermento del dopoguerra, due persone della Bovisa fondarono una nuova società dal nome ambizioso: “La Trionfale”. Fu la mia prima maglietta. Non mi chieda il colore, non lo ricordo. Il tempo passa e poi allora era tutto in bianco e nero, anche i ricordi”.

ALLENATORE – “Il Presidente mi aveva preso in simpatia e per un periodo mi chiese di fare l’allenatore
giocatore. Ma poi smisi. Feci un anno alla Solbiatese e poi il mio amico Marchioro mi chiamò come secondo al Como dove lavorava un’altra persona che conoscevo, Beltrami. Che, quando Pippo andò via, mi affidò la prima squadra. Mi piaceva stare con i ragazzi, fare gli allenamenti. Avevo in testa uno schema, il mio preferito: sulla fascia destra lo scambio tra due giocatori per fare il cross e i due attaccanti che incrociavano per tirare. Mi piaceva molto. Non le sembri strano ma l’allenatore dal quale ho più imparato si chiamava Bruno Arcari ed era il secondo di Puricelli al Milan. Un vero maestro di calcio e di vita”.

VERONA – “Lì c’era mia moglie e io volevo stare con lei. Ci sono restato nove anni. Anni fantastici. Costruimmo, pezzo a pezzo, un gruppo che era in primo luogo un collettivo di persone affiatate. E questo faceva la differenza. Si trovavano bene tra loro nello spogliatoio e fuori. L’armonia di un gruppo secondo me fornisce ad una squadra qualcosa che ne moltiplica la forza in campo. Mascetti aveva fatto un grande lavoro. A Firenze aveva pescato Di Gennaro, Sacchetti, Bruni. Dalla Juventus arrivarono, in tempo diversi, Fanna e Galderisi. Tricella era uno dei giovani dell’Inter e Marangon era reduce dalla Roma. Insomma costruimmo la squadra come un mosaico. Poi, nell’anno dello scudetto arrivarono Briegel e Elkjaer, due campioni veri”.

ADDIO – “Perché volevo stare a casa, con la mia famiglia. Negli ultimi anni non li avevo quasi visti. Perciò decisi di smettere. Non avevo ancora sessant’anni. Certo l’esonero dell’Inter mi aveva dato un dolore ma fu prevalente la voglia di ritrovare la mia vita e la sua semplicità. Non ho rimpianti, mai avuti. Torno allo stadio ogni tanto a vedere il Verona. Il presidente mi manda sempre due tessere, una per mia moglie e una per me. Lei mi veniva sempre a vedere, sia da calciatore che da allenatore. Ora andiamo insieme, allo stadio. E ancora mi diverte, perché è, sempre, un gioco. Il più bello che ci sia”.

FONTE: MaiDireCalcio.com


10:00 | martedì 17 novembre 2015
Bagnoli: «Napoli, Sarri è davvero bravo»
Continua : «Mi colpisce l’unione del gruppo»

di Massimo Balsamo - twitter:@Massimo_Bals©imagephotoagency.it

NAPOLI SARRI BAGNOLI - Lunga ed interessante intervista de Il Mattino all'ex tecnico Osvaldo Bagnoli, che ha fatto il punto in casa Napoli ed ha parlato di Maurizio Sarri: «In panchina in tuta? Per me era una questione di comodità. Alla fine di ogni partita, c’erano da allenare i ragazzi che non avevano giocato. E io volevo osservare il loro lavoro perché un allenatore deve seguire tutto il gruppo, non soltanto gli undici che vanno in campo. Conosco Sarri? Non personalmente. Però vedo che sta facendo grandi cose a Napoli. Mi rivedo un po’ in lui? Sono cose che dovete dire voi. La critica mi dipinse per quello che sono, tutto sommato una persona normale. Se riscontrate queste caratteristiche nel carattere di Sarri, vuol dire che abbiamo qualcosina in comune».

CONTINUA BAGNOLI - Prosegue Bagnoli, commentando Verona - Napoli, mai una gara come tutte le altre: «È vero, era così pure quando allenavo. Ma non per la rivalità accesa tra le due tifoserie. Il Napoli è sempre considerato una big dalle nostre parti, esercita lo stesso fascino della Juventus e delle milanesi. Quando arrivano gli azzurri al Bentegodi, i veronesi vanno allo stadio per vedere una grande partita. È quello che farò anche io. A ottant’anni suonati non vado allo stadio tutte le domeniche, domenica ci sarò perché non voglio perdermi questo Napoli. Gioca bene e non sono il primo o l’unico a dirlo. Sa cosa mi colpisce maggiormente? L’unione del gruppo. È il discorso che facevo prima. Tanta armonia in campo lascia credere che quello azzurro è uno spogliatoio di ferro. Merito di Sarri? Devo riconoscere che non è facile fare andare d’accordo tutta quella gente. Ma se lui ci sta riuscendo vuol dire che è davvero bravo».

FONTE: CalcioNews24.com


SERIE A
ESCLUSIVA TMW - Bagnoli: "Verona, Mandorlini come me nell'89"
11.11.2015 17.03 di Gaetano Mocciaro Twitter: @gaemocc
In una settimana di grandi cambiamenti in panchina c'è l'eccezione Verona, che ribadisce la propria fiducia ad Andrea Mandorlini, nonostante l'ultimo posto senza vittorie. Una situazione già vissuta nel 1989 con Osvaldo Bagnoli che mantenne il suo posto in panchina fino alla fine dell'anno, nonostante un inizio simile a quello attuale, con l'Hellas che raggiunse il primo successo soltanto al 14mo turno. Lo stesso Bagnoli parla ai microfoni di Tuttomercatoweb: "Quell'anno cambiò tutta la società e cambiarono tutti i giocatori. Partimmo con tutte le difficoltà del caso e abbiamo iniziato a carburare molto tardi. Siamo rimasti in corsa fino all'ultima giornata poi mancammo l'appuntamento contro il Cesena. Non vorrei essere cattivo ma agli avverasari qualche punto glielo avevano dato...".

Concorda sulla scelta dell'Hellas di confermare Mandorlini nonostante una situazione critica?
"La conferma a Mandorlini fa guadagnare punti al presidente. Ricordiamoci che il tecnico ha raccolto il Verona che stava per scivolare in C2 e pian piano l'ha portato in A e ce l'ha fatto restare. Mi pare che i problemi siano altri, troppi giocatori importanti fuori e questo la squadra lo sta pagando".

SERIE A
ESCLUSIVA TMW - Bagnoli: "Verona, Guidolin bravo ma Mandorlini merita fiducia"
27.10.2015 17.40 di Lorenzo Marucci
Quella di domani per Andrea Mandorlini potrebbe essere l'ultima spiaggia. Il Verona è in grave difficoltà e i nomi per un'eventuale sostituzione del tecnico sono sempre più insistenti. Tra questi in particolare c'è quello di Francesco Guidolin. Ne abbiamo parlato con Osvaldo Bagnoli, lo storico allenatore dei gialloblù che conquistò lo scudetto nell'85. "Innanzitutto mi dispiace leggere certe cose - dice a Tuttomercatoweb.om - soprattutto dopo che per cinque-sei anni li Verona ha giocato ottimi campionato anche grazie a lui".

Lei ha allenato anche Guidolin al Verona: Le piacerebbe come eventuale sostituto di Mandorlini?
"Posso dire che è stato un ottimo calciatore ed è una brava persona. A Udine e Palermo e non solo ha fatto bene quindi è abile anche come allenatore. Però non so se c'è bisogna davvero dell'esonero di Mandorlini. So cosa vuol dire essere esonerato: mi è capitato all'Inter e poi dopo vent'anni mi ha fatto piacere leggere che il presidente se tornasse indietro non rifarebbe quella scelta. Detto questo c'è da sottolineare che il Verona sta pagando pure gli infortuni".

Per Mandorlini insomma c'è da tener presente questa situazione...
"Mandorlini è capace e lo ha dimostrato. Non credo che in due mesi abbia perso tutto. Ora diventa importante lo spogliatoio, coeso e desideroso di uscire da questa situazione".

FONTE: TuttoMercatoWeb.com


Bagnoli: Di Natale e Toni immensi
Monica Valendino 14 ottobre 2015 00:00

Osvaldo Bagnoli, una vita per il calcio e nel calcio. Una carriera che si è incrociata anche con l’Udinese. Nel 1955 il tecnico campione d’Italia col Verona, era il terzino del Milan che ha perso al Moretti la gara-scudetto, rivelatasi poi effimera per i bianconeri che sono stati prima beffati nella corsa al titolo dai rossoneri e poi retrocessi a tavolino per una presunta combine: «Certe gare non le dimentichi. Ero appena arrivato in prima squadra dalle riserve rossonere: in quell’anno facevo l’ala destra, anche se non mi piace dirlo perché mi sono sempre considerato una mezzala! In realtà qualche allenatore mi ha fatto fare anche il libero, ovviamente dovevo adattarmi. Del resto con Schiaffino e Liedholm in squadra era difficile farsi spazio!».

Com’è cominciata la sua carriera?
«Ho iniziato a 14 anni, non come oggi quando i ragazzi arrivano a quell’età già stanchi del calcio! I primi calci li ho tirati vicino alla Bovisa, nella Trionfale, poi è arrivata la più blasonata Ausonia dove mi videro gli osservatori del Milan. Qui ho cominciato la carriera con Radice, Marchioro, Bean».

Da ragazzo qual era la passione?
«Non ero milanista, nemmeno interista. Da ragazzino c’era mio cugino più grande che era tifoso della Juve e lui mi attaccò questa mania. Dopo, quando ho cominciato a giocare, le mie simpatie personali so sono legate sole verso le squadre dove ho giocato».

Tante squadre, ma un unico amore. Vero?
«Verona è la mia città d’adozione, la città dove vivo e che amo. Ho sposato una moglie splendida di questa città, ho sposato il posto».

Dell’esperienza a Udine cosa porta dentro?
«Sono arrivato due volte in Friuli in realtà. La prima in Serie A nel 1960, la seconda in Serie C nel 1967, ma fatalità ha voluto che non sono riuscito mai ad esprimermi come volevo. Udine è però una città che ti fa innamorare. Sono stato bene, c’era il mare a 60 km. Ricordo che andavo spesso a Lignano».

Il Verona: cos’ha significato allenarlo?
«Era il mio sogno guidare i gialloblù. Tornare da tecnico per me era lavorare in casa. Onestamente quando l’ho presa non pensavo di riuscire a costruire quanto fatto. Parte del successo, non lo nego, è stata trovare giocatori che andavano d’accordo e mi seguivano. Sapete, io ho fatto il giocatore, certe cose le capisco subito!».

Ci sono nomi ai quali è più legato?
«Tutti i miei ragazzi sono stai eccezionali, ma ci sono due nomi che voglio fare: uno è Volpati, l’altro Tricella, due ragazzi splendidi oltre che giocatori bravi. Poi il segreto del successo va diviso anche con Emiliano Mascetti, il direttore sportivo. E’ lui che ha portato Di Gennaro, Bruni, Sacchetti. Un maestro».

Un ruolo, quello di direttore sportivo che si sta andando perdendo?
«Non so se oggi i dirigenti siano più o meno bravi, come in tutte le situazioni ci sono gli uni e li altri. Però allora ce n’era qualcuno davvero in gamba».

Lo storico scudetto: quando ha cominciato davvero a crederci?
«Non pensavo di poterlo vincere, anche se si era arrivati due volte quarti. Ma in quell’anno avevamo cambiato solo i due stranieri, sostituendoli con Elkjaer e Briegel. Questi hanno fatto la differenza, ma solo a metà stagione iniziai a pensare davvero che potevamo farcela. Ricordo che cominciai a parlare del titolo a Natale. Nello spogliatoio dissi alcune parole ai giocatori: ’questo è un anno particolare, si possono raggiungere tutti i traguardi. Ma prima di tutto la salvezza!’».

Sembrano parole dette sempre anche da Francesco Guidolin…
«Vuol dire che ha imparato da me a parlare così evidentemente! L’abbiamo venduto solo per prendere Dirceu. Io però non ero d’accordo: il numero 10 lo volevo dare a lui, era il capitano, una brava persona oltre che un bravo giocatore. La sua carriera parla per lui».

Bagnoli e l’Inter: ci sono rimpianti qui?
«Nessun rammarico di non aver vinto in nerazzurro: ho bellissimi ricordi anche riguardo questa esperienza. Arrivammo secondi dietro al Milan al primo anno, una squadra piena di fenomeni quella rossonera. La seconda stagione qualcuno pensò che si poteva fare meglio anche se eravamo quarti. Però ho avuto la soddisfazione di sentire l’ex presidente Pellegrini dire che si è rammaricato di avermi esonerato. Mi ha messo sullo stesso piano di Trapattoni!».

Oggi il calcio le piace ancora?
«Non mi diverto. Sapete, una vola si diceva ‹ vai e tira ›, adesso è importante solo il possesso palla. Tutti gli allenatori oggi puntano solo a questo, non si vedono invenzioni. Per me il segreto rimane fare un passaggio e segnare. Fin da ragazzino avevo insegnanti che mi dicevano che la sintesi dal calcio è il dribbling, oggi questa qualità non c’è più. Si arriva a fare anche 20 passaggi in un’azione prima di andare al tiro, lo torvo noioso».

Calcio che si è impoverito anche per colpa dei troppi stranieri non sempre all’altezza?
«Quando parlo con gli amici tutti sono tutti concordi: qualche squadra va in campo anche con nove stranieri, troppi. Manca l’identificazione con la maglia, stanno venendo meno certi valori che considero importanti. Io come allenatore cercavo per prima cosa l’armonia nello spogliatoio, a volte mi chiedo come facciano gli allenatori di oggi a trovarla con tante lingue da parlare».

Come mai però i ragazzi non emergono?
«Oggi i genitori sono invadenti con i ragazzini che giocano a pallone. A mio papà non gli dicevo nemmeno dove giocavo. Oggi quando vado a vedere un bambino la prima cosa che mi viene in mente da chiedere è se si sia divertito. Molti dimenticano che questa è la prima cosa che conta. Non mi sembra che si divertano però, non vedo felicità nei loro occhi dopo una partita. Forse hanno troppe pressioni. Noi alla loro età passavamo giornate a giocare, e questo verbo dovrebbe rimanere impresso».

Toni e Di natale, i due grandi vecchi del nostro calcio. Un aggettivo per definirli?
«Immensi»

Bagnoli, si ricorda ancora il derby del 1984 finito 3-5 per l’Hellas?
«Come non poterlo ricordare! La partita era sentita allora. Lo stadio era pieno, quelle erano le squadre emergenti del nostro campionato. Vincevamo 3-0 nel primo tempo, potevamo segnare il quarto gol, poi invece ci fu la rimonta bianconera. E quando sembrava che stessimo crollando, riuscimmo a dare il colpo d’ala. Una pagina importante dl nostro calco quella. Del resto in quelle squadre c’erano campioni unici». Quelli che mancano oggi, forse, a molti, così come mancano persone come il tecnico della Bovisa.

FONTE: MondoUdinese.it


SERIE A
ESCLUSIVA TMW - Bagnoli: "Sì, è Sassuolo da Scudetto. C'è anche la Viola"
25.09.2015 11:32 di Lorenzo Marucci
Hanno fatto rumore le parole di Zampagna a Tuttomercatoweb.com a proposito del Sassuolo ("può vincere lo scudetto", ha detto). E allora abbiamo sentito che cosa pensa di questa possibilità anche Osvaldo Bagnoli che nell'84-85 con il suo Verona fu capace di vincere, a sorpresa, proprio il tricolore. "Non vedo perchè non potrebbe vincerlo - spiega il tecnico lombardo a Tuttomercatoweb.com - Se andiamo ad analizzare come sta andando il campionato, la Juve sta andando male, l'Inter è in testa ma in generale non tutti sono convinti della sua forza. Il Milan non ha una grande squadra. Insomma le formazioni titolate sono in difficoltà. I nerazzurri vincono uno a zero o con un gol di scarto: ho visto la partita col Verona e la squadra di Mandorlini non meritava assolutamente di perdere". Insomma lei ci crede al Sassuolo? "Certo. Secondo me può vincerlo anche la Fiorentina, ha esperienza e può farcela". Tornando al Sassuolo, Di Francesco è ormai uno dei tecnici più interessanti... "I numeri dicono questo, ma occorre anche sottolineare che è migliorata la società ed anche la sqaudra è stata rinforzata". Se l'obiettivo dovesse diventare concreto nel corso del tempo, potrebbe essere complicato per il Sassuolo reggere certe pressioni? "Trent'anni fa ai miei giocatori al Verona, anche quando eravamo in testa alla classifica dicevo: "E' l'anno in cui possiamo fare qualcosa di buono ma dobbiamo lottare per salvarci..."

FONTE: TuttoMercatoWeb.com


C'ERA UNA VOLTA
C’era una volta… Osvaldo Bagnoli, il condottiero dell’Hellas Verona
BY GABRIELE LUDOVICI · 17 SETTEMBRE 2015
Bagnoli festeggia lo scudetto

L’evoluzione del ruolo dell’allenatore è sotto gli occhi di tutti coloro che seguono il calcio da almeno due decenni. Attualmente chi siede in panchina è spesso un preparatissimo giovane uomo in giacca e cravatta, perfettamente a suo agio nella giungla mediatica e pronto a prender parte a “progetti” che spesso durano pochi mesi. Un tempo invece il mister era semplicemente uno che la sapeva più lunga degli altri, il garante della coesione dello spogliatoio, a volte persino burbero e poco incline a farsi punzecchiare di continuo dai giornalisti.

Un simbolo della vecchia guardia, ormai ritiratosi da tempo, è senza dubbio Osvaldo Bagnoli. Nato a Milano ottant’anni fa, spende la propria carriera di calciatore tra la Serie A e la Serie B, sempre apprezzato per le buone doti di ala e di cecchino dalla distanza. Quando appende gli scarpini al chiodo inizia una lunga gavetta come allenatore, ottenendo risultati notevoli soprattutto a Rimini, Fano e Cesena. Col passaggio all’Hellas Verona, avvenuto nel 1981, centra subito la promozione in A e rafforza le ambizioni del club scaligero. I gialloblu pian piano costruiscono una squadra piena di “scarti” delle altre squadre, tutti giocatori in realtà di discreto valore. Non a caso l’impatto con la massima serie è positivo, anche se nessuno sarebbe stato in grado di pronosticare l’exploit della stagione 1984-85.

Bagnoli istruisce Briegel

Alla vigilia del campionato, l’attenzione viene catalizzata dall’arrivo di un certo Maradona alle falde del Vesuvio; la Juventus parte tra le favorite, l’Inter sembra pronta a riconquistare un ruolo da protagonista e il Toro di Radice appare come una buona outsider. Fin dalle prime giornate però il Verona si impone a sorpresa come la squadra da battere, forte di un solidissimo impianto di gioco e di un affiatamento notevole. Bagnoli guida con maestria un gruppo di onesti mestieranti un po’ sottovalutati. In porta c’è l’estroso Garella, in difesa capitan Tricella detta i tempi di una retroguardia blindata. Sulle fasce scalpita il monumentale Briegel, mentre a centrocampo il motorino è Fanna. La cabina di regia è affidata al talentuoso Di Gennaro, e l’attacco s’impreziosce la perfetta simbiosi tra il guizzante Galderisi e il “cavallo pazzo” Elkjær Larsen, la furia danese capace di segnare un memorabile gol alla Juve… pur essendo privo di uno scarpino!
Il ruolino di marcia è inarrestabile: con sole due sconfitte, l’Hellas vince il primo ed unico Scudetto della propria storia. Bagnoli è l’indiscusso artefice del successo, e ammette che solo col tempo si sarebbero potute cogliere tutte le sfumature dell’impresa.

Il Verona però non regge l’onda d’urto del successo. La squadra si sfalda, l’anno dopo viene eliminata dalla Coppa dei Campioni dalla Juventus. Bagnoli rimprovera l’operato degli arbitri, e a fine partita dichiara ai giornalisti: «Se cercate i ladri, sono nell’altro spogliatoio!»
Nonostante tutto gli scaligeri conquistano due finali di Coppa Italia e persino un quarto di finale di Coppa UEFA; ma con la retrocessione in B avvenuta alla fine della stagione 1989-90, il tecnico milanese passa al Genoa. L’esperienza è agrodolce: conquista subito un quarto posto e si toglie lo sfizio di battere il Liverpool in Coppa UEFA, ma l’idillio dura poco. Si susseguono le voci di un suo trasferimento nella sua Milano, e nel 1992 viene effettivamente nominato allenatore dell’Inter.

Mandorlini e Bagnoli, presente e passato dell'Hellas

Anche in nerazzurro Bagnoli riesce a tirar fuori il meglio dai propri elementi. Contro il Milan degli olandesi non c’è competizione, ma grazie alle giocate di Sosa e Schillaci la squadra ottiene un secondo posto. Tuttavia il mister viene messo presto in discussione, il feeling con la pressante stampa milanese non è dei migliori. Per la stagione 1993-94 la dirigenza punta molto sull’innesto del discontinuo Bergkamp, che non riesce a dare la svolta alle sorti dell’Inter. Addirittura Jonk, l’altro made-in-Ajax acquistato nell’affare, dichiara alla stampa olandese di non gradire Bagnoli, a suo giudizio meno capace del suo vecchio allenatore van Gaal. Sacrilegio? Tuttavia Bagnoli viene accusato di non saper gestire tatticamente la squadra, e viene esonerato prima della fine del campionato. Nonostante abbia solo 59 anni, decide di non accettare più offerte come allenatore. Si ritira da un mondo forse ormai avulso dai suoi metodi di lavoro, che meno di dieci anni prima lo avevano consacrato come uno dei migliori allenatori italiani.

FONTE: FantArdore.it


Bagnoli: «Che bello il Toro primo come quel mio Verona»
«Il segreto è l’armonia del gruppo. Noi vincemmo lo scudetto cambiandone solo due»


TORINO - La favola del suo Verona? Una parentesi calcistica da far studiare sui libri di scuola. Davide che batte Golia? La rivincita del povero sul ricco? Stereotipi che lasciano il tempo che trovano. Fu il trionfo della volontà, dell’entusiasmo, del “se vuoi puoi” e anche della classe più meno operaia che allora certo non mancava e che andò in paradiso. Basta dare uno sguardo ai nomi dei protagonisti di quell’incredibile impresa di trent’anni fa per rendersene conto: Garella, Fontolan, Ferroni, Marangon, Tricella, Briegel, Bruni, Di Genaro, Volpati, Donà, Elkjaer, Galderisi, Fanna, Turchetta. Adesso, la Serie A degli “intrusi” vorrebbe continuare a sognare. Una parte, appunto: Torino, Chievo, Sassuolo, Palermo che stanno in vetta dopo le prime due giornate, con la più blasonata Inter. Ecco il pensiero e l’opinione di uno dei principali interpreti di quello storico titolo, in panchina, sul campo, negli spogliatoi.

Osvaldo Bagnoli, buongiorno. Parliamo un po’ del nostro bistrattato calcio? «Perché no. Faccio una premessa: ho ottant’anni e un po’ mi perdo nel pallone d’oggi. Però è bello vedere squadre come il Chievo, che sta facendo più del normale, e il Torino comandare la classifica. E poi leggo di un mare di nuovi acquisti, li leggo e rileggo, ma non mi lasciano nulla dentro. Vedo la Juventus che ha cambiato molto, l’Inter che ha optato per la rivoluzione con dieci arrivi eccetera eccetera. Prima, li conoscevo bene tutti, i giocatori. Ma qui in Italia piombavano Maradona, Zico, Platini, Gullit, Van Basten, Junior, Krol e via discorrendo. Non avevi bisogno di informarti. Adesso, invece, devo chiedere, perché ci sono squadre con 11 stranieri e rose infinite. Ma chi è quello lì? Chi è quello là? Questo per dire che non siamo più il campionato più bello del mondo e che l’invasione non è proprio di qualità. E per me stare al passo con i tempi è difficile».

Non si preoccupi, lo è anche per i più giovani: non trovano spazio. «Spesso chi vince lo scudetto Primavera non ha sbocchi in prima squadra. E’ dura».

Quando allenava lei c’era il tetto per chi proveniva da fuori. «Una regola precisa: potevi tesserare due stranieri. E basta. Non c’erano problemi di inserimento, di dialogo».

Il segreto del suo successo? «L’armonia del gruppo, non certo il sottoscritto. Noi cambiammo solo due giocatori, gli stranieri Briegel ed Elkjaer appunto, confermando tutti gli italiani».

Sul tedesco ha un aneddoto da raccontare, vero? «Ciccio Mascetti fu bravissimo, lo scelse lui. Dovevamo sostituire il terzino sinistro Marangon che aveva deciso di lasciarci. Invece, alla fine rimase. Così ci fu l’intuizione. Secondo le mie abitudini, andai a parlare a Briegel che in Germania aveva sempre giocato in difesa sulla fascia mancina. Dovevamo affrontare il Napoli e gli chiesi: ti piacerebbe agire come mediano marcatore, andare su Maradona? Li rispose: è il mio sogno, giocare in mezzo. Bene, così ci fu la svolta».

Kamil Glik sembra ricordare, per atteggiamento, proprio Briegel. «Gente che dà tutto in campo,un simbolo, anche per la serietà e il comportamento, anche se non posso dare un giudizio preciso sul granata. Vedendo però come porta i gradi da capitano, il fatto che indossa quella gloriosa maglia dal 2011 mi fa tornare indietro al mio Verona. Oltre allo scudetto, arrivammo due volte quarti, perdendo due finali di Coppa Italia. Erano i calciatori italiani a formare lo zoccolo duro, il tecnico entrava poco nelle dinamiche. I ragazzi erano affiatati, un tutt’uno con l’ambiente. Visto da fuori, il Toro ha delle similitudini. Io, ripeto, a 80 anni frequento ancora Fanna, Sacchetti, i tifosi legati da quel titolo. E lo ribadirò all’infinito: l’armonia tra i protagonisti fece la differenza. Allora come oggi».

FONTE: TuttoSport.com


SERIE A
ESCLUSIVA TMW - Bagnoli: "Verona, Pazzini l'uomo giusto. Toni resta fondamentale"
21.08.2015 14.30 di Marco Conterio Twitter: @marcoconterio
Tecnico dello storico scudetto del Verona, Osvaldo Bagnoli parla dell'attacco dell'Hellas di oggi, alla vigilia della prima di campionato contro la Roma, per Tuttomercatoweb.com.

Un reparto dove è arrivato Pazzini.
"Pazzini è un giocatore che ha segnato tanto in carriera, che può far bene. Con lui il Verona ha fatto un bell'acquisto. Può giocare con Toni, che è il miglior giocatore della squadra, importantissimo per la formazione di Mandorlini".

Oggi ha detto di esser pronto a lottare ancora per i cannonieri.
"Toni ha i suoi anni ma evidentemnete si sente sempre bene. Per il Verona è fondamentale, è basilare, non solo per i gol ma anche per come gioca. Però con l'acquisto di Pazzini ha un giocatore che può sia coabitare con lui che sostituirlo. Potrebbe essere anche un bel campionato".

Domani c'è la Roma: che squadra si aspetta?
"Era meglio incontrarla più avanti, è una squadra importante ed ha giocatori importanti in attacco soprattutto. E' sicuramente quella più forte, era meglio trovarla più avanti per conoscersi meglio visti i tanti volti nuovi".

FONTE: TuttoMercatoWeb.com


Lunedì, 06 Luglio 2015 07:32
Amarcord: Osvaldo Bagnoli, l’allenatore del Verona tricolore

Trent’anni dopo lo storico scudetto Osvaldo Bagnoli festeggia il suo ottantesimo compleanno. Il tecnico milanese nasce, infatti, il 3 luglio del 1935. Muove i primi passi in una piccola società del capoluogo lombardo: l’Ausonia 1931. Cresce calcisticamente nelle giovanili dell’AC Milan.
Possiede un passato da giocatore professionista, calca con discreta fortuna i verdi campi dal 1955 al 1973; veste le maglie del Milan, Verona, Udinese, Catanzaro, Spal, Udinese e Verbania.
Osvaldo è un centrocampista eclettico che può interpretare con sagacia il ruolo di mezzala o mediano, talvolta impiegato nel ruolo di ala destra. Nel suo bagaglio tecnico annovera discrete capacità balistiche, abile nel tiro da fuori area. Chiude la carriera nel Verbania nel ruolo di battitore libero.
Nella stagione 1969-1970 inizia la carriera d’allenatore. La prima esperienza, con l’incarico di vice nel Verbania, poi alla Solbiatese, approda in riva al Lario nella squadra di Como. Fugaci sono le apparizioni a Rimini e Fano per poi giungere a Cesena.

Dal 1981 al 1990 è il tecnico degli scaligeri. L’esperienza, nella città di Giulietta e Romeo, è da considerarsi la parentesi più lunga in termini temporali e più intensa, vissuta con grande professionalità e romanticismo.
In seguito registra due anni positivi in terra ligure, alla guida del Grifone. Chiude la carriera nella sua Milano, sponda Inter, dopo un biennio tra luci e ombre. Lascia il mondo del pallone all’età di cinquantanove anni.
Nella sua carriera vince due scudetti, il primo da calciatore del Milan nella stagione 1956-1957, il secondo nella veste di coach in riva all’Adige nella stagione 1984-1985.
Nella metà degli anni ottanta il girone della serie A è composto a 16 squadre. Nell’anno del tricolore all’Arena, il “mitico” Hellas Verona giunge primo nel tabellone finale (a quota 43 punti). Alle spalle della capolista si classifica il Torino del brianzolo Gigi Radice (a quota 39) e al terzo posto giunge l’Inter del trevigiano, Ilario Castagner (a 38 punti).

E’ una straordinaria cavalcata cominciata il 16 settembre 1984 con la partita Verona-Napoli (3-1) e conclusa il 19 maggio 1985 con il match Verona-Avellino (4-2).
Nelle 30 partite disputate, 15 sono le vittorie, 13 sono i pareggi, 2 le sconfitte. Gli undici “Mastini” perdono con l’Avellino al Partenio (2-1) e al Marcantonio Bentegodi con i granata del Torino (1-2).
Il secondo migliore attacco (insieme alla Beneamata) con 42 reti alle spalle della Juventus (48 reti); è la miglior difesa con 19 reti subite.
Nel torneo precedente (1983-1984) i gialloblù si collocano al sesto posto in coabitazione con il Milan e la Sampdoria, mentre l’anno successivo (1985-1986) si posizionano solo decimi.

Ai piedi dell’Arco dei Gavi, il “mago della Bovisa” celebra oltre al memorabile tricolore, la promozione in serie A (1981-1982), due finali della coppa nazionale (Coppa Italia) e il raggiungimento dei quarti di finale nella competizione europea (Coppa UEFA nella stagione 1987-1988).
In quell’annata leggendaria Osvaldo Bagnoli schiera i “Butei” con un modulo attento e accorto. Riesce nel miracolo di portare nell’élite del calcio italico la truppa gialloblù, conquistando il primo tricolore della società scaligera.
A difesa dei pali è Claudio Garella, portiere istintivo. Sono rinomate le parate con i piedi facendo uso dell’intero corpo per deviare i palloni insidiosi, una sorta di scudo umano.
Il pacchetto arretrato è composto da: Mauro Ferroni, il marcatore arcigno, Silvano Fontolan, la torre difensiva, Roberto Tricella, il playmaker basso (scuola di Cernusco sul Naviglio come Scirea e Galbiati) e Luciano Marangon, la propulsione in fascia.

A centrocampo il modulo è assemblato da: Hans-Peter Briegel, il fisico a servizio del football, Antonio Di Gennaro, il costruttore di gioco e Domenico Volpati, l’utilità e la duttilità del mediano; il tornante Pietro Fanna, la fantasia sugli esterni.
In attacco il tandem è assortito da: Giuseppe Galderisi, il “nano” sgusciante e imprevedibile e Preben Elkjaer Larsen, la potenza offensiva.
Infine, il condottiero, schivo e introverso, è un tecnico pragmatico e preparato, dotato di grande umanità. E’ conosciuto nell’ambiente del pallone come un uomo dall’alto profilo morale, retto e corretto; un allenatore d’altri tempi per virtù e schiettezza.
Dal punto di vista tattico apprezza una difesa coperta che interpreta con giudizio la cosiddetta “zona mista”. Un playmaker arretrato (una sorta di libero) che imposta le giocate dalla linea bassa e si “stacca” nella fase di chiusura e di ripiego.

La mediana è aggressiva supportata da un pressing combattivo che regola con misura un possesso di palla acuto e brillante.
Mister Bagnoli è un maestro di calcio, pratico nell’interpretare il gioco caratterizzato da fasi rallentate e ripartenze veloci e repentine sfruttando i binari sospinti dagli esterni.
Difficilmente modifica o altera le caratteristiche tattiche e tecniche dei giocatori a disposizione, evidenziandone al contrario le peculiarità.
Oggigiorno Osvaldo Bagnoli si gode la meritata pensione nella sua Verona, nel quartiere di Valdonega, teatro e palcoscenico di una storica villa romana, circondato dall’affetto della sua famiglia.
Un grande personaggio del calcio, sentimentale e poetico, che regala un sogno a una città, sfiora con onore il cuore e la mente degli sportivi e non solo scaligeri. Un uomo che lascia il football agonistico per troppo amore, forse ferito ma probo, integro e leale.
Emanuele Perego www.emanueleperego.it www.perego1963.it

FONTE: LaVoceDelTrentino.it


E' un giorno speciale, tanti auguri Osvaldo
Postata il 03/07/2015 alle ore 10:42

Oggi è un giorno speciale per l'Hellas Verona e per tutti i nostri tifosi.
Oggi, 80 anni fa, nasceva una persona destinata a scrivere la nostra storia.

Da parte del presidente Setti e di tutta la famiglia gialloblù
TANTI AUGURI OSVALDO
BUON COMPLEANNO MISTER

FONTE: HellasVerona.it


VERONA, OSVALDO BAGNOLI COMPIE 80 ANNI

Redazione Lug 03, 2015
Osvaldo Bagnoli, l’allenatore dello storico scudetto del Verona, compie 80 anni. La sua carriera si è interrotta 21 anni fa, dopo l’esonero nell’Inter. Un addio che, scrive la Gazzetta dello sport, non ha mai digerito. Osvaldo Bagnoli, sollevato dall’incarico e sostituito da Gianpiero Marini, non ha più voluto allenare, come se non fosse riuscito a superare la delusione, chissà. Chiuse la carriera a 59 anni, ancora giovane.

Da più di vent’anni, quindi, è fuori dal giro, ma Zaso (crasi fra zazzera e naso: il soprannome da giocatore) resta un protagonista di rilievo del nostro calcio. E oggi che spegne ottanta candeline, riceverà gli auguri di tanti dei suoi ragazzi di ieri. Soprattutto di quel Verona (squadra e città della sua vita) che proprio nello scorso maggio ha celebrato il trentennale dello scudetto. Un’impresa più unica che rara, orchestrata in panchina proprio dal Mago della Bovisa, come venne definito per sottolineare l’eccezionalità della conquista: più che un risultato sportivo, un colpo di magia…

E invece nulla era stato improvvisato, Bagnoli avesa saputo creare in poche stagioni vissute in costante ascesa dalla B ai quartieri nobili del massimo campionato, un meccanismo di gioco perfetto, che sapeva sfruttare le lacune altrui e che veniva esaltato anche dalla predisposizione al sacrificio dei suoi: tutti per uno.

Terminato l’aureo ciclo veronese (nove anni, tuttora è il tecnico-record del club), Bagnoli ha vissuto un’altra esperienza che ha sentito molto sua col Genoa. In coppa Uefa i rossoblù espugnarono il tempio del Liverpool prima di arrendersi in semifinale all’Ajax. Ecco perché Pellegrini lo volle all’Inter dove nella prima stagione Bagnoli portò la squadra alla piazza d’onore dietro il Milan schiacciasassi di Fabio Capello, suo compagno di squadra per tre stagioni alla Spal. Ma Bagnoli, cresciuto in un quartiere operaio di Milano, non poteva avere nessun altro punto di contatto con la società del padrone Berlusconi. E quindi accusò moltissimo l’impossibilità di colmare il gap che divideva le due squadre.

Persona schiva e schietta, quando era di genio regalava battute e massime tratte dalla saggezza contadina. La partitina a carte con gli amici del bar, una rigorosa e puntuale dedizione alla famiglia, una profonda conoscenza del calcio e dei suoi interpreti.

Hellas Verona Scudetto 1984-85

FONTE: TodaySport.it


03.07.2015
Tanti auguri Osvaldo Hai regalato a Verona il grande sogno tricolore
«Questa è casa mia, sono tornato nell'81 e non me ne sono più andato Potevo fare ancora qualcosa, un ruolo alla Tavellin, ma non ho rimpianti»

Foto di gruppo della cena organizzata dagli Ex Gialloblù per festeggiare il compleanno di Bagnoli

Lo chiamano Osvaldo, adesso. Solo il nome, come si fa con gli amici, quelli veri. Quelli che magari non vedi da tempo eppure è come non fossero mai andati via. A Verona, l'Osvaldo aveva lasciato un pezzo di cuore. D'accordo, il Milan, il debutto, Schiaffino, Liedholm, i sogni del picinin cresciuto alla Bovisa. Ma Verona era il Verona, ostrega. Il Verona l'aveva preso da ragazzo e se l'era coccolato per bene. Una stagione in A, la prima per l'Hellas, la prima da titolare per l'Osvaldo. Gioie e dolori, perchè, questo l'aveva capito da tempo, il calcio è la fotografia della vita. «Un girone di andata tra le grandi, poi la caduta» dicono sempre i vecchi eroi di quella lontana stagione. La caduta? Successe che l'Osvaldo si ammalò, oh niente di serio, al giorno d'oggi. Ma allora, quando i medici gli dissero «pleurite», qualcuno fece pensieri cattivi. Senza l'Osvaldo, e forse non è un caso, il Verona precipitò. E fu serie B.

UN TUFFO AL CUORE. Tutto questo gli ripassò per la testa, quel giorno, era l'estate dell'81. «Viene ad allenare il Verona?». L'Osvaldo non è uno da «tuffo al cuore» e da frasi a effetto. Ma se gli avessero chiesto quel giorno di raccontare che cosa avvertì, avrebbe detto proprio questo. «Io al Verona?», pensò. Sospirò. Lui era l'allenatore del Cesena e l'aveva appena portato in serie A. Gli avrebbero fatto un monumento, se avessero potuto. «Resti qua - gli dissero - le compriamo chi vuole». Lui sorrise, un sorriso mite, leggero, un sorriso «alla Bagnoli». «Grazie, ma devo tornare a casa». Disse proprio così, «a casa». Verona era casa sua. La città nella quale, l'aveva sempre pensato, sarebbe tornato un giorno. La città di sua moglie. La città di molti amici. La città che gli sembrava fatta per lui. Semplice, riservata, schiva quanto basta. «Sì» rispose. «Vengo al Verona». Gli sembrava naturale, come quando si riannodano fili spezzati, perchè la vita è fatta di arrivi e partenze, di incroci e ritorni che sembrano casuali e casuali non sono.

PROFUMO DI SCUDETTO. Lo scudetto nacque quel giorno, anche se nessuno poteva immaginarlo. «Noi vorremmo tornare in A» gli dissero semplicemente Guidotti, D'Agostino e Di Lupo. L'Osvaldo fece una smorfia, anche questa una smorfia «alla Bagnoli». Parlava poco e lavorava tanto. I suoi silenzi (tanti) cominciarono a entrare nel cuore di una città. Più delle sue parole (poche). Di sicuro, più delle sue promesse, perchè l'Osvaldo non era abituato a farne.Nè a raccontare storie. Nè a vendere fumo. Nè a cercare scuse. Il suo Verona ci mise un pò, a prendere il volo. Il tempo di mettere assieme Gibellini e Penzo, Odorizzi e Manueli, Di Gennaro e Guidolin. Il tempodi farsi capire, senza bisogno di parole, come piaceva a lui. Gli bastava guardarli «i suoi giocatori», come li chiamava lui. Di solito, succedeva così.Quando lo capivano al volo, quando s'accorgeva che bastavano i suoi sospiri a metterli in riga, allora era fatta. Quando Roberto Tricella un giorno, s'accorse che tra loro le parole non servivano più, venne il giorno dello scudetto. Di Preben e Hans Peter, Luciano e Silvano, Piero e Sergio, Claudio e Armando, Domenico e Gigi, Nanu e Antonio, Franco e Luciano, Fabio e Dario. I suoi sedici campioni. Piùil Ciccio, il dottore e il Francesco. Alla testa c'era lui, l'Osvaldo.

CAMPIONI, CAMPIONI. Allora e solo allora, lo videro ridere, lo sentirono urlare. «Siamo campioni» disse in una sera senza tempo, in piazza Bra, nella notte più bella e più lunga che Verona ricordi. La notte dello scudetto. Bagnoli rientrò a casa, alla solita ora e alla solita maniera. «Allora?» gli chiese Rosanna, la moglie. «Bene» rispose lui, con un cenno del capo. Così, semplicemente. Perchè non gli sono mai piaciute troppe parole, sopratutto quelle a vuoto. Aveva regalato un sogno alla città, ma preferiva non pensarlo e sopratutto non crederlo. Era l'allenatore più bravo d'Italia, bastava non dirglielo. Lui non cambiò, non l'avrebbe fatto mai. Lui continuò a viaggiare bicicletta, si metteva in braghe corte come si fa quando ti senti a casa. Fosse stato per lui non se ne sarebbe mai andato. Ma il calcio prende e dà, ti esalta e ti abbatte, successe anche a lui. Andò al Genoa, poi all'Inter, per dimostrare anche fuor da queste mura che cos'era il suo calcio. Poi, quando all'Inter gli dissero «arrivederci e grazie», pensò che fosse finito il suo tempo. Disse no a un sacco di squadre, disse no persino al ritorno del Verona dei Mazzi, che s'erano illusi di riportarlo sulla panchina del Bentegodi.

IL NONNO. Aveva troppo rispetto di sè e degli altri, per lasciarsi tentare. Giocò a tennis, imparò persino a sciare, continuò a giocare a calcio con la maglia inossidabile dei Gialloblù 70. Fece il nonno a tempo pieno, aspettando senza grandi speranze, una chiamata che non arrivò mai. «Ma sì, mi sarebbe piaciuto un ruolo alla Guido Tavellin... Vicino ai giovani, in mezzo al campo, seguire i ragazzi crescere. Comunque va bene lo stesso, sono contento di tutto quello che ho fatto» confessò un giorno. Forse è questo, a pensarci bene, l'unico rimpianto. In questa città che è sempre stata sua, basta il nome, per capire chi è. Sarà l'Osvaldo, per tutti e per sempre.
Raffaele Tomelleri

03.07.2015
«Un punto di riferimento In campo e anche nella vita»
«Con la tua semplicità ci hai portato sul tetto d'Italia Il mio secondo padre, prima di tutto un grande uomo Ha creato una squadra che è diventata leggenda»

Un grande abbraccio per mister Bagnoli. Non solo dai suoi ragazzi, da quelli che hanno conquistato con lui lo scudetto con l'Hellas, ma da avversari, dirigenti, sportivi, giocatori di ieri e di oggi. Cartoline in ordine sparso per un mister che ha lasciato il segno.

Antonio Di Gennaro. Mi ha inventato regista ed è stato il mio confidente nei momenti difficili della mia vita fuori dal calcio. Sarà sempre un punto di riferimento per me.

Luciano Bruni. Tantissimi auguri ad un uomo di rara saggezza che ha saputo trasmetterci grandi valori.Domenico Penzo. Grazie mister, per avermi allenato in campo e nella vita. Tanti cari auguri. Un abbraccio

Andrea D'Amico. Caro Osvaldo, tanti auguri all'uomo che ha regalato a Verona il suo sogno sportivo ed il suo orgoglio più grande.Beniamino Vignola. Tanti auguri di buon compleanno al mister entrato nella storia della nostra città.

Maurizio Setti, presidente dell'Hellas. Sono felice di poter fare gli auguri a chi ha scritto la storia del nostro club. Osvaldo è ancora parte integrante della grande famiglia gialloblù, le gesta sue e dei ragazzi della «leva» 84-'85 sono fonti inesauribili di ispirazione. Buon compleanno mister.

Giovanni Gardini, dg dell'Hellas. Mi legano tanti ricordi professionali alla figura di Bagnoli, per il quale, come i tifosi gialloblù, nutro sincero affetto. Auguro a lui un felice compleanno, nella speranza che continui ad essere sempre così vicino al nostro club.

Riccardo Bigon, ds dell'Hellas. Un sentito augurio da parte mia a Osvaldo Bagnoli. Sono appena arrivato all'Hellas, ma sono ben cosciente di quanto il mister sia legato e a sua volta rispettato e apprezzato dalla piazza veronese. Ha lasciato un segno indelebile nella storia dell'Hellas Verona ed è giusto che oggi si goda tutto il calore e l'affetto dei sostenitori gialloblù.

Gianluca Falsini. Le cose più semplici sono anche quelle più straordinarie. E solo un saggio riesce a vederle.

Graziano Battistini.Tanti cari auguri mister, uomo di infinita semplicità e spessore. Grazie di esistere.

Stefano Bianchini, direttore Fondazione Bentegodi. La grandezza del tecnico Bagnoli , sta nella semplicità dell'uomo che nell'ambiente del calcio è riuscito a dare lezioni di stile a tutti. Un grazie per quanto fatto per la nostra città , per il nostro Hellas Verona ... di cuore da un appassionato di sport.

Fulvio Collovati. Grazie Osvaldo per aver trascorso con te 2 anni indimenticabili nel Genoa che espugnò Liverpool, nei quali hai trasmesso serietà e professionalità.

Fabrizio Cammarata. Tanti tanti auguri a una grande persona del calcio italiano che ha fatto la storia di Verona.

Gianmarco Remondina. In primis l'augurio di godere di ottima salute poi il ringraziamento per un consiglio suggeritomi 15 anni fa ma sempre attuale per tutte le categorie ovvero se hai in squadra 4 o 5 calciatori bravi lotti x salvarti se ne hai 8 o 9 lotti per vincere il campionato! Auguri!

Dario Hubner. Tanti auguri Osvaldo bravo come allenatore ma sopratutto una persona semplice sincera e umile

Renato Longega. Un grandissimo augurio ad un personaggio unico per la sua umiltà la sua spontaneità e sincerità. Buon compleanno unico e vero grande mister

Luciano Marangon. È stato il mio secondo padre. Al sabato sera, prima della partita, faceva il giro delle camere. Entrava e mi diceva: ma come? Sei qua? Mi hanno appena detto che sei in discoteca... Quante malelingue ci sono in giro. Tanti auguri mister, sei un grande.

Asd Ex Calciatori Hellas Verona. Un affettuoso augurio di buon compleanno all'amico Osvaldo per lo "scudetto" degli 80 anni. Un altro importante traguardo raggiunto da un Uomo straordinario

Mario Gennaro, presidente arbitri veronesi. Un augurio a una persona che con la sua umiltà ma con una personalità e carisma ha dato a Verona calcistica una impresa che a tutt'oggi è nella storia e nella nostra mente

Nicola Corrent. Tanti auguri mister. Con la tua semplicità ci hai portati nella storia dei vincenti...

Carlo Franchi, vicepresidente Figc Regionale. Osvaldo Bagnoli non solo è stato un grande allenatore ma è stato soprattutto un esempio positivo, uno dei pochi arrivati alla grande platea nazionale in questo difficile mondo del calcio che tende ad enfatizzare il negativo. Lui, discreto ma autorevole, ha dato lezioni a tutti.

Silvio Cametti, presidente della Bentegodi. Un grandissimo augurio personale al più grande tecnico che il Verona abbia mai avuto. Ho avuto la fortuna di vivere da tifoso della Curva oltre che gli anni di Zigo anche quelli di Bagnoli, che con giocatori umili è riuscito a creare una squadra che resterà per sempre nella leggenda, la cui forza era il gruppo. Amici dentro e fuori dal campo. La ricetta giusta in ogni sport. Ringrazio Osvaldo per aver sempre difeso i tifosi dagli attacchi della stampa nazionale.

Marco Pacione. Ho passato con lei cinque anni meravigliose fra Verona e Genoa che mi hanno dato grandissime soddisfazioni. Per me è stato prima un grande uomo, poi un allenatore di straordinaria levatura.

Gianluigi Pedrollo, presidente Tezenis Basket. I più grandi auguri ad un grande uomo, oltre che ad un allenatore grandissimo.

Totò De Vitis. Tanti auguri per un altro grande traguardo raggiunto a un grande uomo che ho avuto la fortuna di conoscere ma la sfortuna di non averlo mai avuto come allenatore.

Stefano Magrini, socio Blu Volley. Un grande augurio ad un grande amico e un grande uomo. Lo ringrazio di cuore per quello che ha dato alla città e per quello che continua a dare con le sue attività sociali

Chicco Guidotti. Buon compleanno mister, per la prima volta nella vita vorrei darti del tu... Sei un uomo eccezionale e unico, quello che hai fatto per Verona rimarrà per sempre scolpito nella mia memoria. Da ogni tua parola riesco sempre a trarre utili insegnamenti di vita.
A.D.P.

03.07.2015
Auguri sinceri per Osvaldo Bagnoli anche dal mondo del giornalismo sportivo.
ROBERTO BECCANTINI. Brindo con emozione agli ottant'anni di Osvaldo Bagnoli. Lo scudetto del suo Verona rimane l'impresa più straordinaria che, sul piano domestico, il calcio italiano abbia prodotto dal dopoguerra a oggi. Bagnoli è stato un modo, non una moda. Prendemmo la sua «normalità» tattica come polvere di libreria. In un Paese così «anormale», viceversa, diventò polvere da sparo.

ITALO CUCCI. Maestro, ammirazione intramontabile e auguri da un testimone della sua avventura. E un rimprovero: doveva insegnare ancora un po' di educazione, riservatezza e solidarietà, essenza del suo calcio felice.

MARIO PULIERO, direttore di Tele Arena. Aprile 1989: avevamo appena battuto il Milan di Sacchi. «Ehi ragazzi, piano con le grida e con l'entusiasmo,perchè qui a fianco c'è chi piange perchè ha perso lo scudetto...».Parole di Bagnoli a Sotomayor e compagni, l'avversario va sempre rispettato.Questo è il nostro Osvaldo,auguri mister...!

03.07.2015
Lo scudetto del Verona rimane indelebile nel cuore e nella testa di tanti veronesi. Bagnoli un esempio anche per le istituzioni, dal sindaco al presidente della Provincia.
FLAVIO TOSI, sindaco di Verona. Auguri Mister! Assieme ai tuoi ragazzi hai regalato a me, ai butèi della Curva, agli appassionati sportivi e a tutta Verona gioie immense; pagine che rimarranno scritte per sempre nei nostri cuori. Hai portato Verona sul tetto d'Italia e, con la tua umiltà, ti sei guadagnato la stima e l'affetto di tutto il calcio italiano e di chiunque abbia la fortuna di conoscerti. Tanti auguri per i tuoi ottant'anni, buon compleanno Mister: per sempre gialloblù!

ANTONIO PASTORELLO, presidente della Provincia. «Nella mia vita e nella mia famiglia, il calcio ha sempre avuto un posto importante. E come tutti i veronesi legati a questo sport, per me uno dei simboli del calcio veronese è proprio Osvaldo Bagnoli. Una persona che ancora oggi, fuori dal campo, continua ad essere un esempio di umanità e volontà. Per i suoi 80 anni, per i suoi traguardi sportivi e personali, i miei più sinceri auguri».

FONTE: LArena.it


05.06.2015
Bagnoli tende la mano a Mandorlini
«Andrea non può essere messo in discussione È nel cuore dei veronesi Toni è esempio per tutti»

La storia dell'Hellas: Mandorlini e Bagnoli

L'Osvaldo ricorda tutto. Soprattutto i grandi amici. Gente trovata sulle vie del calcio. E mai più dimenticata.
Bagnoli ha conosciuto Begali che era ancora un calciatore che aveva tante cose da imparare. Diventarono amici giocando insieme qui all'Hellas. Osvaldo Bagnoli, omaggiato ieri con il premio «Indimenticabili» legato sempre al suo ex capitano, ha una bella storia da raccontare. «Ero calciatore all'Hellas, Sante era il mio capitano. Ricordo quando si andava in ritiro il sabato. E dopo la cena era per me un rito passare la serata in camera con Begali. Dovevo e volevo imparare e Sante per me è stato un fratello maggiore. Begali ha insegnato tante cose ai giovani che arrivavano in quegli anni all'Hellas. E io ho la fortuna di essere uno di quelli».

Battuta su Benussi: «L'ho visto per la prima volta di persona, non posso dire di conoscerlo a fondo. Il ragazzo deve avere delle grosse qualità se è riuscito a trovare spazio nonostante fosse partito Rafael come titolare. Per un allenatore è importante avere giocatori di questo tipo».
Dal passato al presente e pure al futuro. Che effetto fa a Bagnoli sentir dire da Mandorlini che vorrebbe ripercorrere la stessa strada di Bagnoli? «Quando parli così vuol dire che ami il posto dove sei arrivato e sei felice di restarci. A lungo anche, se sarà possibile. Io qui sono arrivato e non me ne sono più andato».
E dire che Mandorlini in quanto a legame forte con i veronesi oggi potrebbe essere considerato degno successore di Bagnoli è forse esagerato? «L'ho già detto altre volte: un allenatore che ti prende in mano una squadra, la salva, la risolleva, la porta in B, poi la spinge in serie A e per due anni si conferma nella categoria, non puoi non volergli bene. Credo che stima e affetto siano scontate. E per questo merita di stare nel Verona fino a quando può farlo».

Impossibile, poi, non parlare di Luca Toni. L'attaccante gialloblù ha incantato. E lo stesso Bagnoli è rimasto ammirato da quanto mostrato dal bomber dell'Hellas tornato ad essere, a distanza di nove anni, principe del gol in Serie A. «Toni dà l'impressione di essere un giocatore che alla sua età nello spogliatoio deve avere grande serietà. Poi, naturalmente, lui sa fare gol. E quest'anno ne ha fatti tanti. Credo che lui possa essere considerato il papà di tutti gli altri giocatori». Trentotto anni, non si ferma più Toni. «Nelle cose che succedono in campo capisci quale sia il rispetto che tutti danno a Toni e pure l'esempio che riesce a dare lui come giocatore modello». Punto e a capo. Dunque, la speranza di Bagnoli oggi è la stessa di tanti veronesi: avanti ancora con la bella coppia Mandorlini-Toni? «Quello che ha fatto Mandorlini è sotto gli occhi di tutti. Si è già guadagnato grandi meriti. Poi, spetta alla società e all'allenatore trovare un accordo. Quello che ha fatto lui qui a Verona non si può negare. Su Toni ripeto: un grandissimo giocatore».
S.ANT.

15.05.2015
La via di Bagnoli «Avanti con Toni e Mandorlini»
«Le prime riconferme: il mister ma anche il bomber Andrea ha dato un'anima, io non rinuncerei a lui Luca? Un giocatore infinito, spero resti gialloblù»

Hanno fatto la storia dell'Hellas: Andrea Mandorlini è il dolce presente, mentre Osvaldo Bagnoli rappresenta un irripetibile passato

L'Osvaldo indica la strada. Due nomi su tutti: Mandorlini e Toni. Una direttrice precisa, cementata lungo due campionati, fortificata da tanti successi e anche momenti meno belli. I trent'anni dello scudetto sono passati, Bagnoli si sposta finalmente sul presente dopo giorni in cui il ricordo del tricolore l'ha fatta da padrone e il suo numero di telefono è stato fra i più cercati d'Italia. Passata la tempesta, Bagnoli si ferma sull'Hellas di oggi ed un calcio parecchio lontano dal suo.

TONI PER SEMPRE. S'accende Bagnoli quando il discorso scivola su Luca Toni, 39 gol in meno di due stagioni serviti anche per superare il record dell'amico Ciccio Mascetti fra i bomber all time della storia del Verona in Serie A e ancora in corsa per sopravanzare Tevez nella classifica marcatori della Serie A. Con Empoli, Parma e Juve ancora davanti l'impresa non è affatto impossibile. «Ne ho allenati tanti di attaccanti bravi, è vero. Penso a Galderisi ma non solo. Certo che Toni è davvero grandissimo. C'è poco da dire, ha segnato dei gol strepitosi. C'è da pensarci sopra prima di perdere un giocatore così. Sarebbe davvero un problema se dovesse succedere», il pensiero netto di Bagnoli ai microfoni di TeleArena, una conditio sine qua non già comunque digerita da tempo dalla dirigenza, decisa a tenere Toni e ad allungargli la carriera. Un altro contratto annuale perché lui stesso ha sempre voluto così, anche per avere la libertà di fermarsi di volta in volta e decidere se ripartire o chiudere la sua infinita carriera. Il presidente, Maurizio Setti, s'è detto sicuro della permanenza di Toni, non più combattuto se continuare o smettere. L'ipotesi delle scarpe appese al chiodo già a giugno sarebbe solo la conseguenza di condizioni non in linea con le sue, perché la volontà di andare avanti c'è tutta come ha già avuto modo di dire più volte, anche prima del derby. «Se ho segnato così tanto e giocato un campionato così evidentemente qualcosa posso ancora dare», la posizione di Toni, atteso adesso al sì definitivo quando la società metterà sul tavolo i suoi programmi.

ANCORA MANDORLINI. Bagnoli ha sempre avuto pensieri dolci per Andrea Mandorlini. Dai tempi degli spareggi per andare in Serie B, quando il Verona era ancora in Lega Pro. «Ha dato un'anima a questa squadra, davvero bravissimo», disse Bagnoli ancora quattro anni fa prima della doppia finale con la Salernitana. Da allora il filo conduttore è rimasto sempre più o meno la stesso. Anche ora: «Ormai le partite le guardo con occhi differenti, è normale credo. Di meriti però Mandorlini continua ad averne molti. Ha salvato il Verona dalla C2, l'ha portato prima in Serie B e poi in Serie A dove si è salvato per due anni di fila. Cosa si può volere di più?». Magari un contratto di due anni rispetto all'annuale che firmò lo scorso maggio. La questione è aperta.

IL NODO DELLA DIFESA. Fra tante certezze anche qualche lacuna. Come la difesa, troppo incerta quest'anno così come un anno fa e certamente uno dei temi caldi dell'estate gialloblù. «Siamo una delle squadre che ha subito più gol, bisognerà cercare di migliorare il reparto. Credo che la società voglia ragionare anche in questo senso, anche se le questioni tecniche non sono di mia competenza», ha sottolineato ancora Bagnoli, spettatore spesso al Bentegodi di errori e disattenzioni che non saranno piaciuti neanche a lui. Il viaggio nel calcio di oggi ha coordinate tutte diverse rispetto alle sue, canoni stravolti e ritmi molto più alti. Un altro calcio. «È cambiato tutto in questi vent'anni. Adesso si cerca molto di più il possesso palla e magari spesso, anziché andare avanti, si cerca anche di tornare indietro. E questa sinceramente è una cosa che non capisco». L'ultimo pensiero è per il finale di stagione, con una squadra ormai sicura della salvezza e con la mente sgombra. L'ideale per dare ancora di più, perché nove punti ancora a disposizione sono abbastanza per tenere altissimo il livello di motivazioni. «Non c'è ossessione, il Verona potrà da qui in avanti giocare più tranquillo. E magari in campo potrà andare qualcuno che ha giocato poco per capirne fino in fondo le qualità».
Alessandro De Pietro

FONTE: LArena.it


11:38 | mercoledì 13 maggio 2015
L'Osvaldo, la Bovisa, il calcio, la briscola
Dalla Bovisa allo Scudetto col Verona e la vittoria a Anfield col Genoa: questo e molto altro è Osvaldo Bagnoli

di Gianmarco Lotti - twitter:@GianmarcoLotti

C'ERAVAMO TANTO AMATI OSVALDO BAGNOLI - Un tempo forse alla Bovisa c'erano i buoi, per questo il nome Bovisa. Adesso invece no, solo casermoni e fabbriche e ferrovie a rendere il paesaggio più grigio e monotono a nord di Milano. Ogni tanto però, in quella che secoli fa era una borgata principalmente agricola, tra un gasometro e una stazione si può vedere il Mago della Bovisa. Sia che si giochi a briscola o si parli della Coppa dei Campioni il suo atteggiamento rimane sempre lo stesso, quello di chi la sa lunga ma non vuole farlo pesare, perché il Mago è umile nonostante lo sguardo a metà tra il triste e il torvo, uno sguardo che squadra in un batter d'occhio. Il Mago della Bovisa è stato prima mezzala e poi allenatore, di calcio se ne intende parecchio e di esperienze belle ne ha vissute non poche; ogni volta che si nomina un'impresa di una squadra italiana tra gli Ottanta e i Novanta, lui c'era. Il Mago lo chiamano anche l'Osvaldo, perché il suo nome è Osvaldo Bagnoli e alla Bovisa c'è nato e cresciuto, un marchio di fabbrica che si è sempre portato dietro più come un orgoglio che come un difetto. «Il calcio è come una briscola al bar con il tuo migliore amico. Quando giochi, fai di tutto per fregarlo. Quando posi le carte, bevi con lui un bicchiere» disse una volta l'Osvaldo, una frase che racchiude al meglio il pensiero di uno degli allenatori italiani più sottovalutati di sempre, partito dalla Bovisa e dall'asso di mattoni per arrivare in cima all'Italia con una provinciale e fare altre cose ancora.Il mio principio era quello della sberla. Nel senso che bisogna cercare sempre di dare almeno una sberla all’avversario, qualunque esso sia, anche contro la Juve, perché prima o poi uno schiaffo dalla Juve lo pigli, tanto vale tentare per primi - Osvaldo Bagnoli

IL GIOCATORE - Da giocatore Bagnoli è un centrocampista che gioca sia da mezzala che da mediano, pur essendo stato utilizzato anche come libero negli ultimi anni di carriera. Cresciuto ovviamente alla Bovisa nell'Ausonia 1931, da giovanissimo ha vinto uno Scudetto e una Coppa Latina con il Milan prima della prima esperienza al Verona, durata tre anni e priva di scossoni degni di nota. Da lì l'Osvaldo girovaga per l'Italia fermandosi a Catanzaro, Ferrara e due volte a Udine, proprio con l'Udinese arriva il momento sliding doors: nel 1968 Bagnoli si trova con la moglie in Jugoslavia quando a un tratto ha un incidente con la sua auto, lui rimane ferito al sopracciglio mentre la consorte si frattura una gamba. Decide di piantarla col calcio e tornare a Milano, anche perché ha ricevuto un incarico alla Mondadori e in quei tempi lì un'offerta del genere è irrinunciabile. Per il bene del pallone però arriva una benedetta telefonata con Enrico Muzzio, suo ex compagno di squadra all'Udinese e alla Spal, che garantisce a Bagnoli non solo un ruolo da titolare al Verbania ma anche un posto alla Legatoria del Verbano. Una breve esperienza lì prima di passare alla Mondadori non è male, pensa Bagnoli, e accetta l'offerta del Verbania. Rimarrà cinque anni da giocatore e inizierà lì la sua esperienza da mister alternandola con quella di libero, affiancato in panchina da Franco Pedroni, uno che nel tempo libero aveva una cartoleria eppure riusciva a scovare talenti come Gianni Rivera, per dire.

History Remix: Lo scudetto del Verona

GLI INIZI - La sua carriera vera e propria come tecnico nasce con un esonero alla Solbiatese in Serie C, i rapporti con il presidente non sono idilliaci e a inizio 1974 si trova senza panchina. Sarà il primo dei due esoneri in nerazzurro che sanciranno l'inizio e la fine di una prodigiosa carriera. Passa poi da Como, Rimini, Fano e Cesena e nel calcio italiano si instaura la convinzione che l'uomo della Bovisa sia davvero un mago: arriva e con i pochi mezzi a disposizione riesce a fare il possibile, come a Rimini quando nel 1977-78 in Serie B con una squadra quasi allo sbando salva i romagnoli nonostante le mille contestazioni. «Quando allenavo il Rimini, ero contestato. Fui costretto a scappare come un ladro. Per questo, se posso, esco sempre dalla porta di servizio: mi alleno per i tempi duri» dirà poi Bagnoli col suo tipico sarcasmo amaro. La gavetta continua scendendo a Fano in C2 e portandolo in C1 e poi in due anni al Manuzzi, con i bianconeri promossi in A come secondi alle spalle del Milan. Nel 1981 altro momento cruciale per il Mago, che ha modo di tornare al Verona in Serie B. Qui centra subito la promozione in Serie A avendo in rosa elementi di spessore come la punta Domenico Penzo o il regista Antonio Di Gennaro, per non parlare di giocatori che un po' di anni dopo ritroveremo nella massima serie come allenatori: Fedele, Cavasin e Guidolin. Si tratta dell'inizio di un'epopea, il periodo più bello della storia dell'Hellas Verona. Bagnoli si rivela un ottimo allenatore ma anche un sapiente motivatore, un fine psicologo ancor prima di un accorto tattico, abile sia nel far ripartire la sua squadra in contropiede dopo una fase di strenua difesa sia nel far capire ai giocatori che possono dare sempre il meglio e sempre di più.

SCUDETTO - L'anno di grazia, manco a dirlo, è il 1984-85. In estate arriva in Italia Diego Armando Maradona mentre il Verona prende solo due stranieri del Nord Europa come Briegel e Elkjær Larsen, un tedesco e un danese. Dall'anno della promozione l'Osvaldo ha visto passare un talento come Dirceu ma poi ha appoggiato la scelta della società di venderlo per risanare le casse e adesso ha una rosa di giocatori buoni ma che da altre parti non hanno ricevuto la stessa considerazione del Bentegodi. C'è il portiere Garella, passato alla storia per le parate di piede, c'è il libero Tricella, difensore superbo ma oscurato prima da Scirea e poi da Baresi, c'è il terzino Luciano Marangon, comprovato viveur dalla propensione offensiva anche sul campo, c'è Domenico Volpati, dato per finito al suo arrivo ma rimasto sei anni a incantare Verona, c'è anche Fanna, morfologicamente e calcisticamente antesignano di Attilio Lombardo. Poi Nanu Galderisi, lo stopper Fontolan, Bruni, Di Gennaro e altri ancora: una macchina perfetta, gestita dal Mago della Bovisa con la solita saggezza. Uomini giusti nei posti giusti, poi catenaccio e pressing e infine un potenziale offensivo di tutto rispetto: ci mette poco il Verona a assestarsi alla prima posizione in Serie A. Il 12 maggio 1985, dopo due sole sconfitte in ventinove partite e una leadership salda e meritata, il Verona pareggia uno a uno a Bergamo con l'Atalanta grazie a un gol del solito Elkjaer e manda in visibilio una città intera, perché mai nella storia della A a girone unico una provinciale aveva vinto uno Scudetto. Bagnoli è sulla vetta d'Italia, lui che prima lavorava in legatoria e aveva in mente un futuro alla Mondadori. L'anno dopo solo l'arbitro francese Robert Wurtz metterà fine all'avventura europea del Verona, sconfitto 2-0 dalla Juventus a porte chiuse a Torino dopo lo 0-0 in casa. A fine partita un funzionario della polizia si avvicina a Bagnoli che, genuino come non mai, indica lo spogliatoio juventino e esclama: «Se cerca i ladri, sono di là!».

Genoa - Liverpool (1992 Primi A Vincere Ad Anfield Road - Sfide)

ANFIELD E POI BASTA - Quando alla fine degli Ottanta l'ombra del fallimento si allunga sul Verona e la retrocessione è inevitabile, cambia ancora la vita dell'Osvaldo, che nel 1990 lascia il Bentegodi e viene chiamato da Aldo Spinelli al Genoa. E anche a Marassi ci sarà modo di fare qualche magia. Due momenti su tutti: il quarto posto nella stagione 1990-91, il miglior risultato del Grifone dal 1945 a oggi, e soprattutto Anfield. Braglia, Torrente, Branco, Eranio, Collovati, Signorini, Ruotolo, Bortolazzi, Aguilera, Skuhravy, Onorati: qualsiasi tifoso rossoblu conosce a memoria la formazione della squadra italiana che per prima sbancò lo stadio di Liverpool, quella Fortress inespugnabile che nella Coppa UEFA 1991-92 diventa terreno di conquista di Bagnoli e dei suoi. Nei quarti infatti il Genoa batte due a zero i Reds al Ferraris ma al ritorno Souness, ex doriano tra l'altro, promette scintille. Il 18 marzo 1992 una doppietta di Pato Aguilera, con in mezzo un gol di Rush, dà il successo al Genoa, una vittoria che ancora oggi mette i brividi, un capolavoro del Mago. Lo prende poi l'Inter ma sarà un anno e mezzo non particolarmente esaltante per Bagnoli, ancora una volta prestigiatore nel traghettare i nerazzurri al secondo posto alla sua prima esperienza a San Siro, ma schiacciato da un ambiente troppo caotico e esonerato da una dirigenza poco credibile durante il 1993-94: Inter - Lazio 1-2 rimane a oggi l'ultima panchina dell'Osvaldo in carriera, un'Inter troppo brutta in campionato ma capace di vincere la Coppa UEFA col Salisburgo a fine stagione. A soli 59 anni Bagnoli decide di ritirarsi nonostante le squadre lo contattino (si vocifera che Berlusconi non lo abbia voluto al Milan perché comunista, ipotesi smentita non troppo fermamente da Bagnoli stesso) e ancora oggi si gode le magie della sua carriera da innovatore e leggenda. Un allenatore schietto, pratico, essenziale, riassumibile con una delle sue frasi più famose. Nell'esperienza all'Inter ebbe a che fare con Darko Pancev, bidone conclamato, e a tal proposito disse: «Bisogna avere pazienza con lui perché è macedone? Sarà... ma io sono della Bovisa e non sono mica un pirla».

FONTE: CalcioNews24.com


11 maggio 2015
Verona, 30 anni fa un trionfo storico
12 maggio '85, lo scudetto di Bagnoli
Una rete di Elkjaer a Bergamo regalò il primo (e finora unico) titolo agli scaligeri. Un successo inatteso che oggi una "provinciale" difficilmente riuscirebbe a ripetere

12:08 - Minuto '51 del derby tra Chievo e Verona, dalla curva dell'Hellas parte un boato come per festeggiare un gol, ma la rete che viene celebrata è stata segnata 30 anni fa. I tifosi gialloblu hanno voluto ricordare così il gol messo a segno il 12 maggio dell’85 dal danese Preben Elkjaer, che sancì il pareggio per 1-1 sul campo dell'Atalanta e cucì il primo, e finora unico, storico scudetto sulle maglie dei gialloblu.


Nell'estate in cui il Napoli comprò Maradona, l'Inter Rumenigge e il Milan Wilkins e Hateley, l'ex attaccante arrivato dal Lokeren fu, insieme al difensore tedesco Briegel, l'acquisto più importante dell'ambizioso Hellas di mister Bagnoli, che da un paio d'anni stazionava ai piani alti del campionato e che nel 1985 riportò lo scudetto in provincia a oltre sessant'anni dalle vittorie della Pro Vercelli.

Nell'anno del sorteggio arbitrale "a gruppi", la stagione degli scaligeri cominciò sotto i migliori auspici con la vittoria casalinga per 3-1 sul Napoli di Maradona e continuò trionfalmente fino al titolo di Campione d'inverno (una sola sconfitta, ad Avellino alla 15esima giornata). Le rivali dei gialloblu per la vittoria finale erano l'Inter e il Toro di Gigi Radice, ma la squadra del presidente Celestino Guidotti fu più continua delle rivali e a Bergamo quel 12 maggio bastò un pareggio per festeggiare.

Una stagione indelebile nella memoria di tutti i tifosi dell'Hellas, così come la figura di Mister Osvaldo Bagnoli, 80 anni e una carriera ventennale da allenatore interrotta alla soglia dei sessanta dopo aver regalato momenti importanti anche alle tifoserie di Genoa e Inter. ''Se abbiamo vinto lo scudetto bisogna ringraziare lo spogliatoio, i ragazzi andavano d’accordo fra di loro, non è che abbia fatto chissà che cosa" ha dichiarato, con l'umiltà di sempre, ai microfoni di ‘Radio Anch’io Sport’.

“La modestia di Bagnoli è incredibile, in lui è insita la saggezza delle persone semplici – replica Domenico Volpati, uno dei ‘fedelissimi’ del Mister – In quello spogliatoio non aveva bisogno di parlare, tanto sapevamo già quello che ci voleva dire. Bastava guardarsi negli occhi”. “Credo che sarà difficilissimo ripetere un’impresa del genere - gli fa eco Galderisi, capocannoniere di quella magica stagione con 11 reti - sono cambiati i tempi, gli introiti, la possibilità di poter investire. Sarebbe bello vedere un altro Verona stare davanti a tutti e vincere uno scudetto che dopo 30 anni è ancora nel cuore di tutti”.

FONTE: TGCom24.Mediaset.it


Calcio: Bagnoli, per scudetto Verona bisogna ringraziale lo spogliatoio
Roma, 11 mag. (AdnKronos) - "Per lo scudetto vinto dal Verona bisogna ringraziare lo spogliatoio. Erano dei ragazzi che andavano d'accordo fra di loro. Il miglior ricordo di quell'anno è proprio lo spogliatoio". E' il ricordo di Osvaldo Bagnoli sullo scudetto del Verona arrivato 30 anni fa. "Quell'anno avevamo cambiato solo i due stranieri che si trovarono subito benissimo con il resto del gruppo. Il mio preferito? Non si può dire. Era un gruppo che andava d'accordo e non c'erano preferiti. C'erano giocatori che erano con me da prima. Uno tipo come Volpati era con me dalla Solbiatese", spiega il tecnico di quel Verona a Radio Anch'Io Sport, che non vuole fare paragoni con tecnici di oggi. "Sarri? Non mi piace fare paragoni con altri allenatori. Posso dire che uno sia bravo ma non riesco a paragonarmi", dice con modestia Bagnoli.

Parole di grande apprezzamento verso il suo ex allenatore arrivano poi da Domenico Volpati. "La modestia di Bagnoli è incredibile, in lui è insita la saggezza delle persone semplici. E' molto pragmatico e in quello spogliatoio non doveva parlare tanto. Sapevamo già tutto, bastava guardarsi negli occhi". Ma è difficile il ripetersi di quella stagione. "Allora i top-player, i migliori giocatori del mondo erano in Italia, dovevamo confrontarci tutte le domeniche con giocatori che erano nelle nazionali tedesche, argentine, brasiliane, che starebbero benissimo anche nel calcio di oggi", aggiunge Volpati.

Un ringraziamento a Basgnoli arriva anche da Giuseppe Galderisi. "Oggi come allenatore cerco di essere giusto nei confronti dei giocatori, Bagnoli mi ha insegnato questo e mi ha dato tantissimo, aveva molta attenzione sui giocatori che non erano titolari". Poi sulla possibilità di un nuovo Verona, aggiunge. "Credo che sarà molto difficile ripetere un'impresa del genere, sono cambiati, i tempi, gli introiti, la possibilità di poter investire. Sarebbe bello vedere un altro Verona stare davanti a tutti dall'inizio alla fine e vincere uno scudetto che dopo 30 anni ancora nel cuore non solo dei tifosi del Verona ma di tutti gli italiani".

FONTE: It.EuroSport.Yahoo.com


Osvaldo Bagnoli: 30 anni dallo scudetto del Verona. "sempre indigesta l’eliminazione con la Juve in Coppa Campioni”
Nel trentennale dello scudetto gialloblù Sportlive ha intervistato Bagnoli, tecnico che condusse l’Hellas Verona al suo primo storico successo

di Redazione Sportlive.it 24 febbraio 2015
Osvaldo Bagnoli, trent’anni fa il suo Verona sul tetto d’Italia: “Volpati uomo-spogliatoio, sempre indigesta l’eliminazione con la Juve in Coppa Campioni”

Nel trentennale dello scudetto gialloblù Sportlive ha raggiunto il tecnico che condusse l’Hellas al suo primo storico successo

12 maggio 1985, Atalanta-Verona 1-1. Una data indelebile nella mente dei tifosi del Verona, squadra, allora, presieduta da Celestino Guidotti e costruita con il lavoro e le intuizioni del direttore sportivo Emiliano Mascetti e del tecnico Osvaldo Bagnoli. Per quest’ultimo una carriera ventennale da allenatore interrotta alla soglia dei sessant’anni, dopo aver regalato emozioni indimenticabili ai supporters dell’Hellas e momenti importanti anche alle tifoserie di Genoa e Inter.

Mister Bagnoli, tra pochi mesi compirà ottant’anni: in che modo vive il calcio oggi?
Lo seguo sempre, perché è stata la mia piccola fortuna. L’Hellas ha omaggiato sia me che mia moglie con una tessera per andare a vedere le gare al Bentegodi: è importante avere questo tipo di riconoscimento dalla società. Guardo il calcio in maniera più generale rispetto all’epoca in cui ero tecnico, quando analizzavo ogni dettaglio.

Ha deciso di smettere di allenare a soli cinquantanove anni: è una scelta di cui si è mai pentito?
No, mai avuto rimpianti. Nella mia carriera sono stato esonerato nel primo anno di attività (in C, con la Solbiatese, stagione ’73-’74, ndr) e nell’ultimo (all’Inter, stagione ’93-’94, ndr): nell’arco di quei vent’anni ho vissuto con il calcio ma poi, dopo esser stato mandato via dai nerazzurri, mi sono trovato a casa con mia moglie e le mie figlie e mi sono accorto che stavo bene. Ho scelto così di smettere, sebbene per altri due-tre anni abbia continuato a ricevere offerte per tornare in panchina.

Sono passati trent’anni dallo storico scudetto con il Verona: quando ha iniziato a essere plasmata quella squadra?
Bisogna ringraziare il presidente (Celestino Guidotti, patron dell’Hellas dal 1980 al 1986, ndr) perché soddisfaceva i miei desideri e prima ancora quelli di Emiliano Mascetti, il direttore sportivo, con cui ancora ci frequentiamo.

In quel Verona c’erano ottimi interpreti: se dovesse scegliere i tre più decisivi, quali indicherebbe?
Essendo una squadra che, al suo interno, possedeva una grande armonia, non posso fare nomi; mi limito a quello del più anziano, Domenico Volpati, che avevo voluto al Verona dopo averlo allenato alla Solbiatese e al Como: oltre a sapersi adattare a tutti i ruoli del centrocampo, era anche un uomo-spogliatoio.

Ha ancora modo di sentire i suoi ragazzi?
Qui a Verona abbiamo creato con gli ex calciatori un’associazione che si occupa di solidarietà: ci vediamo e facciamo riunioni con alcuni componenti di quella squadra che abitano qui a Verona, come Fanna e Sacchetti.

In quale partita si è reso conto che quello era l’anno giusto?
Forse nelle gare con la Juventus (2-0 per i gialloblù all’andata, 1-1 a Torino al ritorno, ndr): il fatto di non aver perso, dimostrando chi eravamo, ci ha fatto capire tante cose.

La stagione ‘84-‘85 vide un sorteggio arbitrale cosiddetto “a fasce”: che peso ebbe secondo lei nel successo del Verona?
Fu una scelta giusta, ma nei primi anni in cui mi ricordavano questa situazione dicevo sempre: “Vogliono toglierci un po’ dei nostri meriti”, perché si pensava che se ci fosse stato un altro sistema per decidere gli arbitri non avremmo conquistato quel campionato.

Juventus-Verona, Coppa dei Campioni 1985-1986 e Ajax-Genoa, Coppa UEFA 1991-1992: quale di queste due eliminazioni le è rimasta più indigesta?
Quella negli ottavi di Coppa dei Campioni con la Juventus, decisa dall’arbitraggio nella gara di ritorno (il fischietto era il francese Wurtz, che ne combinò di tutti i colori a favore dei bianconeri, ndr): fu qualcosa di veramente troppo evidente ed io dissi una frase famosa (Bagnoli aprendo la porta ai Carabinieri, intervenuti dopo il caos proveniente dalla stanza in cui era il Verona, disse loro: “Se cercate i ladri sono di là, nell’altro spogliatoio”, ndr).

Il Verona di Mandorlini si salverà?
Ho seguito la gara di domenica (Verona-Roma, ndr) in tv e la squadra ha fatto vedere di aver forse superato il momento difficile e di avere carattere.

A proposito della partita dell’altro ieri: che idea si è fatto della situazione della Roma, scivolata a -9 dalla Juventus?
La squadra di Garcia, che fino a qualche tempo fa era un piacere vedere, non è più così efficace: chi invece è sempre bravo è Totti, uno di quei giocatori che sanno sempre cosa fare.
Intervista a cura di Diego Angelino

FONTE: SportLive.it


PRIMO PIANO
Bagnoli a TuttoHellasVerona.it: "Questo premio è un motivo di orgoglio"
10.11.2014 19:55 di Matteo Rocchini Twitter: @RoccoN71
Fonte: Elisabetta Zampieri
A margine della premiazione, il tecnico Osvaldo Bagnoli a rilasciato una breve intervista ai nostri microfoni:
Il premio? “E’ sicuramente un motivo d’orgoglio visto che è un premio personale, inoltre ricade proprio nel trentesimo anniversario dello scudetto”.
Si poteva vincere contro l’Inter? “Forse poteva essere utile più fortuna, anche perché il Verona non ha mai vinto a Milano. Sicuramente saremmo stato più contenti”.
Qualche celebrazione per i 30 anni? “Sicuramente lo faranno e coinvolgeranno anche la città”.

FONTE: TuttoHellasVerona.it


Bagnoli, il profeta dell’Hellas
Il tecnico dello storico scudetto del Verona è considerato uno dei migliori allenatori italiani della sua epoca

Enrico Quattrin 05/11/2014

Nel posticipo della decima giornata, non è riuscita al Verona l’impresa di vendicare la sconfitta subita a Cesena il 29 aprile 1990 (ultimo precedente in serie A tra le due squadre), che costò la retrocessione ai gialloblu e chiuse definitivamente il ciclo d’oro dell’Hellas degli anni ’80. Quella fu infatti l’ultima partita ufficiale sulla panchina dell’Hellas Verona, del tecnico più presente, più vincente e più amato della storia gialloblu: Osvaldo Bagnoli.

Difatti, il mister dell’unico, storico scudetto della storia scaligera (conquistato nella stagione 1984-85) dopo quello sfortunato match, lasciò definitivamente la guida della squadra veronese per passare al Genoa. Nonostante la sua storia con il Verona non finì, come in ogni favola che si rispetti, con il lieto fine, il tecnico milanese è rimasto e rimarrà per sempre nei cuori dei tifosi gialloblu. Questo perché, dalla stagione 1981-82 alla 1989-90, con Bagnoli in panchina, il Verona ha ottenuto, oltre allo Scudetto (qualcosa di assolutamente unico) i risultati più prestigiosi dei suoi 111 anni di storia.

Tutto iniziò con la promozione in serie A conquistata nel 1981-82 vincendo il campionato di Serie B (impresa riuscita in seguito solo a Cesare Prandelli nel 1998-99). Poi, proseguì con un quarto posto in campionato (con conseguente diritto di disputare la Coppa Uefa 1983-84) e una finale di Coppa Italia persa contro la Juventus di Platini la stagione successiva, e continuò con un sesto posto e un’altra finale di Coppa Italia persa, questa volta contro la Roma di Falcao, oltre ad una fantastica vittoria 3-2 a Belgrado contro la Stella Rossa nei trentaduesimi di coppa Uefa (che vide i gialloblu eliminati ai sedicesimi a causa del fattore gol in trasferta) nella Stagione 1983-84, prima del Tricolore, conquistato a Bergamo il 12 Maggio 1985.

Dopo il ciclo vincente in gialloblu, cercò fortuna sotto la Lanterna
Anche gli anni post Scudetto furono positivi, infatti, a parte il deludente decimo posto e l’eliminazione nella Coppa Campioni (per mano della Juventus) dell’85-86, nella Stagione 1986-87 i gialloblu ottennero nuovamente l’accesso alla Coppa Uefa eguagliando il quarto posto della Stagione 1982-83. Coppa Uefa ’87-88 che stavolta vide l’Hellas protagonista fino ai quarti di finale dove venne eliminato dal Weder Brema (0-1 al Bentegodi, 1-1 a Brema). Gli ultimi due anni della gestione Bagnoli furono invece abbastanza tribolati, l’anno 1988-89 infatti il Verona arrivò decimo (in coabitazione però con altre 5 squadre, a soli 2 punti dalla zona retrocessione), mentre la stagione successiva retrocesse, appunto, in serie B.

Bagnoli comunque, dopo il ciclo vincente in gialloblu, nella sua carriera di allenatore conquistò altri risultati prestigiosi. Nella stagione 1990-91 infatti, ottenne, stavolta con il Genoa, un altro quarto posto con conseguente accesso alla Coppa Uefa 1991-92, Coppa Uefa che vide il Grifone protagonista di un’impresa epica. Il Genoa di Bagnoli fu infatti la prima squadra italiana a vincere a Liverpool nello storico stadio di Anfield, risultato riuscito in seguito solo alla Roma di Capello (Coppa Uefa 2000-01), alla Fiorentina di Prandelli (Champions League 2009-10) e all’Udinese di Guidolin (Europa League 2012-13). Nella gara di ritorno valida per i quarti di finale, grazie ad una doppietta del “Pato” Aguilera, i liguri batterono 2-1 i reds qualificandosi per le semifinali, dalle quali uscirono però sconfitti per mano dell’Ajax di Van Gaal che in finale nel doppio confronto con il Torino di Mondonico (grazie al fattore gol in trasferta) conquistò poi la Coppa.

darko-pancev-interDopo i due anni sotto la Lanterna, Osvaldo ebbe per la prima volta l’occasione di allenare una grande, l’Inter. Arrivò a Milano nell’annata 1992-93, trovandosi però in mano una squadra da ricostruire. Il presidente Pellegrini infatti dopo una stagione non proprio positiva, iniziata con l’eliminazione al primo turno di coppa Uefa da detentrice del trofeo e conclusa all’ottavo posto in campionato, nell’estate del 1992 cedette i 3 tedeschi (Matthaus, Brehme e Klinsmann) pilastri dei successi trapattoniani rimpiazzandoli con giocatori di livello medio. Su tutti come non ricordare Darko Pancev, arrivato in Italia con la fama di bomber micidiale (tanto da essere soprannominato il Cobra), e autore di un solo gol in tutta la stagione. Nonostante ciò, dopo una partenza a stento, l’Inter di Bagnoli, fece un girone di ritorno da incorniciare, chiudendo il Campionato al secondo posto, dietro al Milan (l’ultimo del “trio Tulipano”) di Capello. La stagione successiva non fu però altrettanto fortunata, Bagnoli venne infatti esonerato alla ventiduesima giornata dopo aver perso 2-1 in casa con la Lazio. Nonostante il cambio in panchina, l’Inter (che al momento dell’esonero di Bagnoli era sesta con 25 punti) concluse la stagione tredicesima con 31 punti (solo 1 punto sopra la zona retrocessione) riuscendo comunque a conquistare la seconda Coppa Uefa della sua storia.

Quella fu l’ultima esperienza di Osvaldo Bagnoli su una panchina di serie A. Anche la carriera da allenatore quindi, così come la sua storia in gialloblu, non si concluse con il lieto fine. Nonostante questi epiloghi non felici, Bagnoli è comunque considerato dagli esperti uno dei migliori allenatori italiani della sua epoca, oltre ad essere, dalla città di Verona e da tutto il popolo dell’Hellas, amato e stimato (stima ed affetto peraltro contraccambiati dal tecnico) come una sorta di profeta. A conferma di ciò, vi è il fatto che per il trentesimo anniversario dello scudetto, la società ha fatto stampare sul colletto interno delle maglie ufficiali l’inciso: “Io sono uno di quelli che ha il gialloblu sulla pelle” – Osvaldo Bagnoli.

FONTE: IlCatenaccio.es


16:59 | venerdì 24 ottobre 2014
Bagnoli: «Benitez sta facendo abbastanza bene»
Sulla questione razzismo: «Con il Milan ero presente e non ho sentito nulla, non ho compreso la decisione del Giudice Sportivo»

di Massimo Balsamo - twitter:@Massimo_Bals

NAPOLI HELLAS VERONA BAGNOLI - Trasferta complicata in programma nell'ottava giornata di Serie A per l'Hellas Verona di Andrea Mandorlini, che far visita al Napoli guidato dallo spagnolo Benitez. A Radio Marte, è intervenuto Osvaldo Bagnoli per commentare questa sfida: «Lo scudetto del nostro Verona è stato conquistato attraverso un grande spirito di gruppo e una squadra costruita con intelligenza. Credo che Benitez al Napoli stia facendo abbastanza bene, non lo conosco personalmente».

QUESTIONE RAZZISMO - L'ex allenatore ha commentato inoltre la questione legata al razzismo, legata alla gara della scorsa giornata contro il Milan: «Credo che la città di Verona sia molto più tranquilla, con il Milan ero presente e non ho sentito nulla, non ho compreso la decisione del Giudice Sportivo», quanto riportato dai coleghi di Hellasnews24.com.

FONTE: CalcioNews24.com


ALTRE NOTIZIE
Bagnoli: "Quella volta che chiamai 'ladri' gli juventini. Vedendo Juve-Roma qualche pensiero ti viene..."
21.10.2014 22:15 di Redazione TuttoJuve Twitter: @Tuttojuve_com
CalcioNapoli24.it ha intervistato in esclusiva l'ex allenatore del Verona campione d'Italia, Osvaldo Bagnoli:
Che gara si aspetta fra Napoli e Verona?
“Mi aspetto che le due squadre giochino a calcio facendo divertire chi viene al campo. Poi che vinca il migliore”

Come giudica l’operato di Benitez, c’è chi lo critica ritenendolo poco adatto alla A
“Sono fuori dal calcio da tanti anni per giudicare. Tuttavia, leggendo i giornali, noto che a Napoli ci siano troppe critiche appena si perde una sola partita. Questo non va bene”

Dopo l’eliminazione del suo Verona in Coppa Campioni per mano della Juventus, lei disse una frase storica: “Se cercate i ladri sono nello spogliatoio accanto”. E’ cambiato qualcosa in questi anni?
“Vedendo Juve-Roma qualche pensiero ti viene, ma l’arbitro ha commesso gravi errori, La mia battuta in quel post-partita è stata frutto di tanti episodi. Giocammo a porte chiuse, avendo poi un arbitraggio pessimo. Rientrando negli spogliatoi, un mio calciatore dalla rabbia lancio uno zoccolo per terra che rimbalzò e finì per rompere un vetro. La Polizia entrò nello spogliatoio pensando che ci fosse qualcosa di violento, ed io a tutti quelli che entravano nello spogliatoio ribadivo che i ladri da noi non c’erano ed erano da un'altra parte”

Lei vive a Verona e conosce bene anche la realtà del tifo veronese e l’astio che ha nei confronti dei napoletani. In un Verona-Napoli fu esposto uno striscione eloquente “Lavatevi”. Secondo lei è un problema di cultura?
“Sono cose che fanno parte del calcio. Purtroppo succedevano a quei tempi e succedono ancora oggi, bisogna cambiare atteggiamento verso il calcio”

In questo calcio ci può essere spazio per un altro Verona da scudetto?
“Nel calcio nulla è scontato, quindi tutto può esserci. E’ chiaro che quando vincono squadre non titolate faccia un certo effetto, oggi è diventato molto difficile. Il mio Verona riuscì a stupire perché alla base c’era un gruppo di calciatori unito e dotato sul piano tecnico. Fu così che rendemmo più di quello che eravamo”

Come mai decise di non allenare più all’età di 59 anni
“Fatalità del destino fui esonerato alla mia prima esperienza ed anche all’ultima. Quando mi sono ritrovato a casa per la seconda volta consecutiva dopo vent’anni, mi sono accorto di stare bene e di volermi godere la mia famiglia”

A Verona ha visto Jorginho, secondo lei perché non riesce ad esprimersi
“A me Jorginho piaceva molto perché si vedeva che era un ragazzo dalla grande tecnica. Certo è una cosa giocare a Verona, un’altra giocare a Napoli. Secondo me, da quello che vedo da fuori, il ragazzo sta patendo le pressioni di una piazza esigente come quella partenopea”

FONTE: TuttoJuve.com


Bagnoli e Fanna ricordano la fatal Verona: “Tra i rossoneri c’era lo sconforto totale”
18 ottobre 2014 15:45 Giovanni DAvino

Ormai i tifosi del Milan ci avranno fatto il callo: ogni qualvolta tocca andare al Bentegodi ad affrontare l’Hellas Verona, vengono rievocati i due scudetti persi proprio dai rossoneri nella città di Romeo e Giulietta. Correvano gli anni 1973 e 1990, ma la memoria è ancora viva nelle menti dei tifosi del Diavolo, almeno di quelli un pò più avanti negli anni. La Gazzetta dello Sport ha intervistato due protagonisti della sfida del ’90, l’allora tecnico Osvaldo Bagnoli ed il capitano Piero Fanna.

Bagnoli ha raccontato alla Rosea cosa disse ai suoi ragazzi negli spogliatoi per motivarli alla sfida contro Baresi e soci: “Ricordai alla squadra che dovevamo avere rispetto per chi avevamo sconfitto. Se avessimo perso, saremmo retrocessi. Invece potevamo avere un’altra possibilità. E quel Milan era un grande avversario”.

Fanna, invece, ha svelato alcuni retroscena della partita, in particolare del post: “Passando di fronte al loro spogliatoio, vedemmo scene di sconforto. Chi piangeva, che si teneva le mani tra i capelli. Noi allungammo la speranza. Vincemmo perché stavamo bene, mentre il Milan, in settimana, aveva giocato in Coppa dei Campioni con il Bayern a Monaco. Era stanco. Si innervosirono subito, infuriandosi con Lo Bello. Ma meritammo in pieno quel risultato”.

18:33 | martedì 14 ottobre 2014
Bagnoli: «Hellas-Milan? C'è fiducia in casa Verona»
Continua l'ex allenatore: «Lo spirito è quello giusto»

di Massimo Balsamo - twitter:@Massimo_Bals

HELLAS VERONA MILAN BAGNOLI - Scontro diretto per il discorzo Europa quello in programma allo stadio Bentegodi tra l'Hellas Verona ed il Milan. Ai microfoni di Hellas Live, è intervenuto il grande ex della gara: il tecnico Osvaldo Bagnoli. Ecco le sue parole riportate dai colleghi di Hellasnews24.com: «C'è fiducia in casa Verona, lo spirito è quello giusto, da quel che si legge. Verso il Milan mi sento debitore, mi ha fatto fare il salto verso il calcio da professionista, non lo posso dimenticare. Chiaro, Verona è una cosa a sè, però non devo dimenticare quanto fatto dal Milan, i ricordi fin da ragazzo quando giocavo con dei campioni sono bellissimi».

ANCORA BAGNOLI - «Inzaghi? Ci sono stati grandi giocatori che poi sono diventati allenatori, qualcuno è arrivato presto, altri hanno fatto la strada più lunga ma ci vuole anche fortuna; penso che si può arrivare in tutte e due le maniere. Sfida dal sapore europeo? Lo stimolo maggiore lo dovrebbe trovare il Verona, le grandi squadre rimangono queste, le solite Juventus, Inter, Milan, le big; quando si vestiva la maglia gialloblù sentivi la partita in modo diverso, la squadra titolata stava arrivando».

FONTE: CalcioNews.com


ALTRE NOTIZIE
ESCLUSIVA TMW - O. Bagnoli: "Hellas in Europa? Dovevano crederci un po' prima"
16.05.2014 21.55 di Chiara Biondini
Osvaldo Bagnoli, allenatore che ha vinto l'unico scudetto dell'Hellas Verona nella stagione 1984-1985, ha commentato ai microfoni dituttomercatoweb.com, presso lo stadio di Arezzo ai margini del torneo di calcio di beneficenza "Bambini senza confini", l'ottima stagione della formazione scaligera.

L'Hellas chiude un campionato di tutto rispetto, prendere Luca Toni è stata la scelta vincente?
"L'acquisto di Luca Toni è stato molto indovinato, perché un giocatore a 36 anni fare un campionato così non è tanto facile, in più almeno a mio giudizio c'è da dare grandi meriti a chi è andato a prendere tutti quei giovani così bravi, basta partire dall'ala destra (Iturbe ndr), vuol dire che hanno lavorato molto bene".

Toni a quota venti è a due distanze da Immobile nella classifica cannonieri, poteva essere da Nazionale?
"Non mi sento di dare questi tipo di giudizi qua, ognuno vede le cose a suo modo, posso dire certe cose ho fatto l'allenatore, probabilmente certe volte anche a me hanno fatto queste rimostranze e io non posso farle".

Ci credeva lei nel raggiungimento dell'Europa League da parte dell'Hellas?
"In verità quello che posso dire, considerando quello che leggevo sui giornali, probabilmente la squadra doveva crederci un momentino prima, per quattro settimane non abbiamo fatto punti, forse era lì che dovevamo cercare di pensare di più a questo obiettivo, ci abbia pensato troppo in ritardo".

"Mandorlini? E' la chiave di questa squadra, perché ha salvato in lega pro la squadra, poi ha vinto il campionato e ci ha portato in Seria A e adesso ha fatto questo campionato, io dico che più di così cosa può dimostrare?!".

Lo storico Zanetti a 41 anni lascia il calcio giocato, sarà un'assenza difficile da colmare nello spogliatoio?
"Sicuramente sia come giocatore che come persona penso che sia stato molto importante, ma non ho vissuto nello spogliatoio, non posso giudicare, questi giudizi qua devono venire da altre persone. Uno può pensarlo certo, posso dire che da giocatore è stato un esempio".

"Mazzarri? Si sta meritando quello che sta succedendo".

Si aspetta investimenti da Thohir per riportare in alto l'Inter?
"Penso che una persona che compra una società, soprattutto con un passato come l'Inter, penso che sa di dover affrontare la questione di dover migliorare la squadra al meglio che può. Queste squadre qua devono lottare per lo scudetto non per l'Europa".

FONTE: TuttoMercatoWeb.com


ESCLUSIVA TUTTOHELLASVERONA
ESCLUSIVA THV - Bagnoli: “Mazzoleni? Mi ricorda Wurtz”
07.05.2014 16:13 di Matteo Rocchini Twitter: @RoccoN71
In seguito ai fatti di lunedì sera, la redazione di Tuttohellasverona.it ha contattato il mister dello Scudetto gialloblù, Osvaldo Bagnoli. Ecco le sue dichiarazioni:
La partita di lunedì sera? “Non l’ho vista in diretta ma mi sono informato tramite i giornali, vista l’ingiustizia che si è consumata posso solo immaginare lo stato d’animo della società, dei giocatori e anche dell’allenatore”.

L’arbitro Mazzoleni? “Da quel che ho letto sul giornale so che ha dato un rigore che forse non c’era, anzi senza il forse. Non c’era proprio quel rigore. Mazzoleni è un arbitro che col Verona ha avuto sempre qualcosa di negativo, basti vedere i precedenti. Non mi sorprende che tutti se ne siano lamentati successivamente”

Come la Juventus e Wurtz in Coppa Campioni? “Abbiamo provato la stessa cosa, ci siamo sentiti defraudati e penso che lunedì sera l’Hellas abbia sentito ancora quella sensazione. Noi abbiamo dovuto ingoiare il rospo in quella occasione ma l’attuale squadra non ha ancora perso le speranze per l’obiettivo”.

Le parole di Sogliano dopo la partita? “Sogliano è sempre stata una persona che raramente si espone in prima linea o che rilascia dichiarazioni simili. Il semplice fatto che lui abbia deciso di dire che il Verona è stato privato di un sogno, fa capire come la delusione e la rabbia in casa Verona siano grandi”.

FONTE: TuttoHellasVerona.it


SERIE A
ESCLUSIVA TMW - Bagnoli: "Verona da Europa. Non servono ritocchi"
06.01.2014 18.59 di Gaetano Mocciaro Twitter: @gaemocc
Ai microfoni di TuttomercatowebOsvaldo Bagnoli, storico tecnico del Verona, commenta l'importante successo degli scaligeri a Udine, che portano la squadra in quinta posizione, in attesa della sfida dell'Inter all'Olimpico: "Si parla ancora della quota salvezza, ma penso che sotto sotto ormai stiano pensando a qualcosa di più, magari all'Europa. La squadra d'altronde dimostra di essere una buona squadra. Capisco volare basso, ci sono passato anche io come allenatore, quando parlavo di salvezza e centravo qualificazioni nelle coppe europee".

Luca Toni ha fatto due gol. A Verona sta vivendo una seconda giovinezza

"Io dico che di Toni non si dovrebbe più parlare poiché è una conferma e non una sorpresa. Non meravigliamoci di quello che fa ancora adesso. Io parlerei semmai degli altri, ad esempio la difesa è davvero buona e sono dell'idea che se questi giocatori volessero non prenderebbero nemmeno gol".

Crede che per l'Europa serva qualche ritocco?

"Direi di no. A Udine Mandorlini col turnover attuato ha dimostrato di avere delle scelte: si è permesso di lasciar fuori dall'inizio Iturbe e Gomez e i risultati sono stati comunque eccellenti. La rosa è ampia e di qualità. E poi vedo che in questo gruppo c'è armonia e, parlo per esperienza, uno spogliatoio unito è fondamentale".

FONTE: TuttoMercatoWeb.com


08.12.2013
Bagnoli si scopre bomber Doppietta, ciao Atalanta
Negli spogliatoi, grande festa e una domanda: contento? La sua risposta in due parole: «Anche troppo». Finì 3-0, il terzo gol firmato da Bassetti

Gli riusciva tutto. Sai quelle giornate in cui ti senti un campione? Succede, qualche volta, a tutti quelli che il calcio l'hanno giocato, non conta in quale categoria. Partite in cui stai così bene che ti senti un fenomeno e gli altri non li vedi neanche. Provi il tocco al volo e ti riesce, il dribbling e vai, persino il tunnel e il colpo sotto.
Riusciva tutto, in quel primo dicembre pieno di freddo, al ragazzo arrivato da Milano. Aveva il 7 sulla schiena e non è che quella maglia gli piacesse tanto. «Neanche al Milan, mi piaceva. Io mi sentivo mezzala e le mezzali, da sempre, avevano l'8 o il 10. Allora non era come oggi, i numeri contavano. Se mi davano il 7, mi sentivo un po' messo da parte, perché allora, il 7, se ne stava sull'ala e io volevo essere al centro del gioco...». Aveva le sue idee e forse, non sempre, la forza per esprimerle.

Osvaldo Bagnoli era un ragazzo timido, taciturno, abituato ad ascoltare molto e parlare poco, ad accettare le scelte anche quando non gli sembravano proprio perfette. Uno abituato a entrare in punta di piedi, a parlare con i fatti, anche quand'era giocatore e non immaginatevelo tanto diverso dal Bagnoli allenatore. Tanto per essere chiari e per chiarire come fosse Bagnoli, in quello stesso campionato, il primo del Verona in serie A, capiterà più avanti in Verona-Samp 5-3, che Bagnoli «regalasse» un gol a Del Vecchio. Già, la famosa partita della cinquina di Del Vecchio, che in realtà sarebbe stata una quaterna. Perché? «Perché negli spogliatoi tutti a dire che Del Vecchio aveva fatto 5 gol, come potevo io spiegare che uno di questi, in realtà, l'avevo fatto io? Avrei rovinato la festa, non ne valeva la pena, per un gol...». Questo era Bagnoli, quello che giocava col 7, anche se si sentiva un 8.

«Il fatto è - racconta ancora - che anche a Milano succedeva spesso che giocassi col 7. Perché là, l'8 e il 10 erano di Liedholm e Schiaffino, non so se mi spiego...».
«Osvaldo, metti il 7» gli aveva detto Piccioli, l'allenatore. C'era l'Atalanta, quel giorno. Oh, non una gran classifica, era penultima, ma aveva fior di giocatori: Annovazzi ex nazionale, Perani, Ronzon, il centrattacco Bonistalli, il mediano Janich. Il Verona volava nei «salotti buoni» del campionato. Oggi, si direbbe zona Uefa. Bagnoli era titolare, ma fin lì, forse, non aveva ancora del tutto conquistato il pubblico veronese. Perché la gente, a volte, si conquista anche con le parole e i gesti clamorosi, proprio quello che Bagnoli non voleva. Lui giocava, punto a capo. Si allenava, pensava al campo, perché non aveva dimenticato quanta fatica c'è a lavorare in fabbrica e quanto bello è giocare a calcio e prenderci pure dei soldi. «Mi vien da ridere - dice spesso - quando sento parlare di sacrifici e di rinunce... Io non ho mai fatto sacrifici, non so cosa sono le rinunce. Per me il calcio è sempre stato divertimento...».
Osvaldo aveva preso il 7, senza battere ciglio. L'8 era andato a Ghiandi, il 9 a Del Vecchio, il 10 a Gundersen, il norvegese, l'11 al piccolo Bassetti. Tutti più vecchi e più esperti di lui, che era il «bambino» dell'attacco. Era un gran bel Verona, quello. Ghizzardi il portiere, Basiliani e Cuttica i terzini, Stefanini, Rosetta e Larini la mediana.

Entusiasmo alle stelle, al vecchio Bentegodi 15mila spettatori. Atalanta subito in palla, un'occasione per Bonistalli, un gran gol di Annovazzi, per fortuna annullato per sospetto fuorigioco. Lì per lì, non sembrava la giornata del Verona, ma ci pensò l'Osvaldo col 7, a metterci la firma. «...Del Vecchio poneva in azione Bagnoli che era in fuorigioco, ma veniva rimesso in posizione regolare da una deviazione di testa di Janich. L'ala scaligera preveniva Boccardi in uscita e collocava la sfera nel sacco», scriveva L'Arena il giorno dopo. Minuto 25, attenzione. Il gol mette le ali a Bagnoli. «Passavano 3 minuti. Bassetti si liberava di Cardoni, quasi sulla linea estrema del campo e si spostava verso l'interno centrando di destro. Una finta di Del Vecchio ingannava gli avversari e apriva un allettante bersaglio a Bagnoli che tutto solo non aveva difficoltà a realizzare».
Due a zero e palla al centro. Ancora Bagnoli, al 34', «sparava alto da buona posizione». Insomma, uno show, chiuso nella ripresa dal gol di Bassetti. Bentegodi in trionfo e commenti da riportare. «L'esterno destro - scrisse ancora L'Arena di Bagnoli - ha disputato una bellissima partita, è stato combattivo, veloce, sicuro di sé e ha controllato assai efficacemente le situazioni suggellate dai suoi gol (e per poco non ne realizzava un altro paio)».

Beh, voi dite, chissà negli spogliatoi, che interviste... «Bagnoli, marcatore di una superba doppietta - si legge sul quotidiano cittadino - quando gli abbiamo chiesto se era contento, ha risposto «anche troppo». Sono le sue uniche parole virgolettate. «E ha sorriso soddisfatto - commenta Gastone Donin, una delle grandi firme del giornalismo veronese di ogni tempo - al pensiero forse di aver vinto in maniera definitiva e con i fatti, la piccola battaglia polemica con certi settori sportivi veronesi». «Anche troppo» dice Bagnoli. Tutto lì. Due parole, una per gol. Sempre tra le righe, mai sopra, né sotto, questione di stile. Solo adesso, quando ci ripensa, si lascia un po' andare. «Tutti a parlare sempre del Bagnoli allenatore, ma non ero male neanche da giocatore. Anzi, per me, ero anche meglio. Esagero? Insomma... A Verona ho segnato una trentina di gol, mica pochi per un centrocampista...». Uno di quelli che sarebbe piaciuto (ma non chiedeteglielo...) anche al Bagnoli allenatore.
Raffaele Tomelleri

07.11.2013
Parla Bagnoli «Toni è grande come l'Hellas»
«Qui ho allenato per nove anni, ci vivo, mia moglie è veronese... Ma anche nei due anni a Genova sono stato molto bene. L'Europa? Meglio non dirlo forte»

Leggenda a Verona. Nella storia del Grifone. Uno scudetto e l'Europa al Bentegodi, il quarto posto ed una semifinale di Coppa Uefa a Marassi. Osvaldo Bagnoli ha l'equilibrio di sempre, anche davanti a Genoa-Hellas. È la sua partita, è stata soprattutto la sua vita. «Vengono tutte e due da un buon momento. Gasperini al Genoa ha sempre fatto bene ed è molto considerato dalla tifoseria, il Verona ha il carattere del suo allenatore e sta andando forte. Non dimentichiamoci poi la questione-fortuna, anche quella incide».

Il Verona è favorito?
«La questione è un'altra. Il Verona non parte favorito, ma in questo momento tutti pensano che incontrare l'Hellas non è facile per nessuno. Gli altri ti affrontano ormai con uno piglio diverso. Attenzione però, questo può essere anche un vantaggio. L'avversario può avere anche paura di trovare di fronte una squadra in queste condizioni».

La sua sensazione sull'Hellas?
«Mi pare di vedere armonia. Non frequento Peschiera, ma da quel che leggo e dalle facce che vedo la sensazione è proprio questa».

Elkjaer-Galderisi o Aguilera-Skuhravy?
«Non è bello dare giudizi, di sicuro erano forti tutte e due le coppie anche se il rendimento delle punte dipende dal loro inserimento nel contesto di squadra».

Vero che Skuhravy era un po' matto?
«Tutte balle. Era simpatico invece, stava anche allo scherzo. Una volta i compagni gli hanno inchiodato le scarpe al pavimento. Lui dopo l'allenamento va per mettersele e trova la sorpresa. Anche Briegel stava allo scherzo. Ad Elkjaer invece certe cose non le faceva nessuno, credo avessero timore di lui...».

A proposito di attaccanti, si aspettava un Toni così devastante?
«Per la carriera che ha fatto e a 36 anni vederlo così è bello. Per quel che dice e per quel che fa. Trasmette positività, segna, fa segnare gli altri, avrà la stima dei compagni. Il massimo».

Dove arriverà uno come Iturbe?
«Ha i mezzi per diventare un fenomeno, ma deve restare coi piedi per terra. Di giocatori persi per strada ce ne sono tanti. Nelle prime due o tre partite lo vedevo puntare l'uomo, saltarlo ma anche dare la palla al compagno. Ultimamente mi sembra che tenda a fare tutto da solo. Magari gliel'ha detto anche Mandorlini. Al di là di Iturbe però ci sono altri giovani davvero bravi. Merito di chi è andato a prenderli».

Jorginho?
«Bravissimo. Ha saputo confermare in Serie A quel che faceva in Serie B, non era così scontato. E poi parla con gli altri, si sbraccia, è giovane ma si fa sentire. Si vede che ha qualcosa in più».

Il Verona può andare in Europa?
«La tifoseria questo errore può commetterlo, perché si illude. L'allenatore però dirà che si deve ragionare di partita in partita, penserà solo a dare la carica di settimana in settimana senza andare troppo oltre. Le racconto la mia esperienza: anche noi sotto le feste di Natale, insieme a cena nella stagione dello scudetto, ci dicevamo che poteva essere l'anno buono. Ma fuori dallo spogliatoio il messaggio era solo quello di una squadra che doveva salvarsi».

Per chi farà il tifo Bagnoli domenica?
«Vinca il migliore, rispondo sempre così. Chiaro che Verona significa nove anni da allenatore, la carriera da giocatore, una moglie veronese, la città dove vivo. Se però in un posto stai bene il tempo conta fino a un certo punto. E nei due anni di Genova sono stato bene davvero».
Alessandro De Pietro

07.11.2013
«Che dire a Mandorlini? Ha meriti grandissimi»
Attenzione a Marassi. Non è uno stadio come gli altri, anche per chi l'ha vissuto a lungo. Bagnoli ne sa qualcosa. «Il primo anno al Genoa, dopo un momento difficile, ci hanno contestato in maniera forte. Esplosi allora, questo se lo ricordano tutti i genovesi. Dissi che alcuni giocatori erano andati via perché ossessionati da certi tifosi. Era la verità. La domenica dopo vincemmo e tutto cambiò. Marassi è così, sa essere trascinante ma può anche zittirsi se la squadra non gioca bene».

Un catino dove sarà importante avere nervi saldi e la giusta dose di carattere, quelli che il Verona ha già più volte dimostrato di possedere. «Se le cose non funzionavano la gente arrivava a Pegli e non ti permetteva nemmeno di allenarti. Anche Verona è passionale e vuole bene all'Hellas, ma non arriverebbe a tanto. Genova, però, è particolare». Grazie a lui il Genoa è diventato grandissimo, quarto nel 1991 nell'anno dello scudetto dei cugini della Sampdoria di Vialli e Mancini ma anche in semifinale di Coppa Uefa nella stagione successiva, quando il Grifone venne eliminato dall'Ajax di Louis Van Gaal che in finale superò poi il Torino di Mondonico.

«Non ho rimpianti, non ne ho mai avuti. Dirò di più, a Genova sarei rimasto anche se mi stava cercando l'Inter. A me interessava trovare una buona società e l'armonia dello spogliatoio. Mi è spiaciuto andarmene, ma qualcuno nello spogliatoio non si comportava bene e liberarsene era difficile».
I ricordi restano, i successi anche. Impossibile dimenticare la leggendaria notte di Anfield, il 2-1 del 18 marzo di ventuno anni fa. Nessuno prima di allora aveva mai vinto nella casa del Liverpool. Ci riuscirono Bagnoli ed una doppietta di Pato Aguilera dopo il pari di Ian Rush, anonimo alla Juventus ma implacabile in Inghilterra. Erano i quarti di finale di Coppa Uefa, notte memorabile per la Genova rossoblu.

«Il Liverpool - ricorda Bagnoli - era una grossa squadra ed aveva il campo inviolato. Bello, ma vittorie come quella ti esaltano soprattutto dopo un po', non subito». Di esaltante, oggi, c'è il cammino del suo Hellas, quarto insieme alle grandi della Serie A. Ha vinto ancora una volta l'idea di calcio di Mandorlini, sempre coi suoi principi ed il suo equilibrio in Lega Pro così come ai massimi livelli. «Ad uno come lui - conclude Bagnoli - puoi dire davvero poco. Ha preso una squadra in zona retrocessione in terza serie e l'ha portata fin qui, senza dimenticare che in Serie A poteva arrivarci anche un anno prima se il Verona non fosse stato eliminato ai playoff. I suoi meriti sono grandissimi».
A.D.P.

FONTE: LArena.it


PRIMO PIANO
Genoa-Verona, Bagnoli: "Gara affascinante col Verona favorito"
06.11.2013 12:00 di Michele Zomer Twitter: @Mikzomer
Domenica a Marassi arriva il Verona di Mandorlini. Per capirne di più sulla sfida fra Genoa ed Hellas, la redazione di PianetaGenoa1893.it ha contattato un grande doppio ex, Osvaldo Bagnoli, passato in rossoblù dopo i successi raccolti in riva all'Adige sulla panchina del Verona. Per il tecnico milanese sarà una gara molto interessante: "Mi aspetto una buona partita da entrambe le squadre. In questo momento senza nulla togliere al Genoa, credo sia favorito il Verona, anche se giocare in uno stadio come quello del Genoa non è facile per nessuno.

Ecco come vivrà il match l'allenatore scudettato col Verona: "Mi piacerebbe esserci però trovarmi in tribuna con davanti Genoa e Verona per me sarebbe imbarazzante nei confronti delle tifoserie. Io ho vinto lo scudetto con il Verona e sono arrivato in semifinale di Coppa Uefa con il Genoa. Ho vissuto dei momenti bellissimi e indimenticabili con entrambe: sarei in difficoltà trovandomi a guardare una partita in cui giocano contro.

FONTE: TuttoHellasVerona.it


24 ottobre 2013
DALLA FAVOLA HELLAS ALL’ESONERO INTER, BAGNOLI SI RACCONTA
Il nome di Osvaldo Bagnoli rimarrà sicuramente nella storia dell’Hellas Verona, visto che allenava il club nell’anno dell’unico scudetto. Il tecnico, che poi ha allenato anche l’Inter, ha rilasciato una lunga intervista in cui ha parlato del prossimo match di campionato tra i suoi due ex club: “L’Inter si sta riprendendo, il Verona sorprende. Nessuno si aspettava un inizio di campionato così. Ma la realtà parla chiaro“, ha detto a fcinternews.it.

L’Hellas sta sorprendendo, si diceva: “Nell’ultima partita, contro il Parma, c’erano fuori i due centrali titolari per infortunio: vuol dire che anche i rincalzi sono importanti. Sono state fatte le cose per bene, la rosa è di qualità. Penso a Jorginho, che in pochi prevedevano così bravo anche dopo il salto di categoria. Ma anche Iturbe sta stupendo“. Vien quasi da ripensare proprio al suo Verona, quello dello scudetto: “Tutti parlano di arrivare ai 40 punti per salvarsi. Anche noi facevamo dichiarazioni simili, ma ci eravamo accorti che ci saremmo potuti togliere grosse soddisfazioni.Favole non ci sono tutti i giorni, ma non vedo il motivo per cui non possa ripetersi a Verona“.

Pure i nerazzurri sono in un momento particolare: “Anche l’Inter, come il Verona, è sotto giudizio. I nerazzurri non andavano bene ultimamente, non era più l’Inter degli scudetti. Ora sta cambiando anche la società, oltre l’allenatore, ed è chiaro che si sta cercando di ritrovare la strada giusta. Credo che il percorso intrapreso sia quello corretto, le ultime partite dicono questo“. Walter Mazzarri potrebbe essere l’uomo giusto, dunque: “Non posso giudicare i miei colleghi, ma sembra davvero che il club sia in una fase di miglioramento generale“.

Inevitabile anche un riferimento alla recente cessione della società: “Anche il Verona pochi anni fa ha cambiato gestione. Si stava retrocedendo, son stati fatti dei sacrifici ed è arrivata la cessione. L’ex presidente non stava bene, tant’è che poi ci ha lasciato, ma si è preoccupato di lasciare la società in buone mani. La stessa cosa può succedere all’Inter: si cambia per migliorare“.

Come dicevamo, Bagnoli ha allenato anche l’Inter, a partire dal 1992: “Il primo anno andammo molto bene: arrivammo secondi dietro al Milan. L’anno dopo provammo a migliorarci, ma non andò per il verso giusto. E si sa: quando c’è delusione, paga l’allenatore“. L’esonero arrivò a febbraio: “Eravamo al quarto posto quando fui mandato via, forse la società si aspettava di più. In seguito, le 12 partite fatte con in panchina un’altra persona furono peggiori di quelle che facemmo con me. Fu vinta solo una partita e l’Inter finì in fondo alla classifica. Evidentemente, i giocatori che erano stati presi non andavano bene per la squadra“.

Gli arrivi di Jonk e Bergkamp non ebbero di sicuro l’effetto sperato: “Son passati tanti anni, ma ricordo certamente che io non ero uno di quegli allenatori che imponevano il mercato alle società. Io indicavo più che altro le caratteristiche che mi potevano servire, loro provavano ad accontentarmi. Diciamo che ero un tecnico ‘aziendalista’, come si dice oggi. Mi ero accorto che la squadra non aveva risposto alle aspettative, ma non c’era attorno a me un clima di totale sfiducia, e nemmeno critiche da parte dei tifosi“.

Dopo l’esonero Osvaldo Bagnoli scelse di non accettare altre offerte: “Dopo l’esonero dall’Inter, rimasi a casa e mi accorsi che stavo bene così. Devo dire che la soddisfazione di essere cercato da altre squadre ci fu, ma la mia decisione restò quella di smettere“. Qualcosa che molti allenatori al giorno d’oggi non avrebbero mai il coraggio di fare.

FONTE: FCInterNews.it


ALTRE NOTIZIE
Bagnoli: "A Verona può ripetersi la grande favola"
24.10.2013 16.07 di Antonio Vitiello Twitter: @AntoVitiello
Inter-Verona sarà anche la partita di Osvaldo Bagnoli. Timoniere dell'Hellas scudettata stagione 1984-1985 e, in seguito, sulla panchina dei nerazzurri per un anno e mezzo. In esclusiva aFcInterNews.it, l'ex allenatore ha detto: "L'Inter si sta riprendendo, il Verona sorprende. Nessuno si aspettava un inizio di campionato così. Ma la realtà parla chiaro. Tutti parlano di arrivare ai 40 punti per salvarsi. Anche noi facevamo dichiarazioni simili, ma ci eravamo accorti che ci saremmo potuti togliere grosse soddisfazioni. Un'altra favola? Perché no! Favole non ci sono tutti i giorni, ma non vedo il motivo per cui non possa ripetersi a Verona. Anche l'Inter, come il Verona, è sotto giudizio. I nerazzurri non andavano bene ultimamente, non era più l'Inter degli scudetti. Ora sta cambiando anche la società, oltre l'allenatore, ed è chiaro che si sta cercando di ritrovare la strada giusta. Credo che il percorso intrapreso sia quello corretto, le ultime partite dicono questo".

SERIE A
ESCLUSIVA TMW - Bagnoli: "Verona, la proprietà ha indovinato tutte le scelte"
30.09.2013 15.13 di Luca Bargellini Twitter: @barge82
Nella stagione 1984/1985 Osvaldo Bagnoli è stato l'artefice dello storico scudetto dell'Hellas Verona. Oggi parla della formazione di Andrea Mandorliniattraverso i microfoni diTuttomercatoweb.com: "La squadra costruita quest'anno è sicuramente buona e in queste prime giornate ha fatto vedere un buon calcio. In questo preciso momento, poi, ha anche dalla sua parte quel pizzico di fortuna che ti permette di portare a casa una partita come quella di ieri contro il Livorno durante la quale il portiere Rafael ha salvato il risultato in 2-3 occasioni".

Anche ieri è stato protagonista fra gli scaligeri Jorginho. A suo avviso il brasiliano è davvero uno dei migliori talenti della Serie A?
"Da quello che si vede in campo la domenica, durante la partita, si vede che è un giocatore di qualità e personalità. Spesso, infatti, lo vedi sul rettangolo verde aiutare i compagni e dirigere la squadra nonostante sia fra i più giovani della rosa. Questo è un fattore molto importante. Poi ovviamente ci sono cose ancora più importanti come il comportamento del ragazzo durante la settimana, ma su quello può parlare solo il tecnico".

Nel gruppo a disposizione di Mandorlini ci sono elementi sia di qualità e prospettiva che di grande esperienza come Luca Toni e Massimo Donati. E' questo il mix giusto per centrare l'obiettivo salvezza?
"Per centrare la permanenza nella massima categoria sono importanti molti fattori. Servono buoni giocatori, un buon allenatore, un buon staff tecnico, ma la cosa più importante è la società e non ho problemi a dire che questa nuova proprietà mi piace molto. Dopo tanti anni ho sentito un presidente parlare di puntare sul settore giovanile. Questa è la strada giusta per il Verona".

Obiettivo dichiarato è la salvezza, ma visto il rendimento della squadra è giusto pensare anche a qualcosa di più?
"Quando arrivano buoni risultati è normale che si inizi a parlare di altro. Prima però bisogna pensare a centrare il traguardo della permanenza in Serie A. In questo modo eviti polemiche. Anche nell'anno dello scudetto pensavamo a tutt'altro fino a tre mesi prima della fine della stagione. Detto questo il Verona può pensare anche ad altri obiettivi, ma l'importante è non dirlo".

FONTE: TuttoMercatoWeb.com


23.06.2013
Bagnoli, su quale panchina vorrebbe sedere ?
DUE SQUADRONI. L'allenatore dello scudetto giudica, ruolo per ruolo, le due formazioni scelte dai lettori de L'Arena: dal confronto esce una parità pressoché perfetta
«È una bella lotta, sono squadre fortissime. Ma come, io col 7? Ma io volevo l'8... E comunque, Fanna è stato nettamente più forte...»

E adesso tocca a lui, metterle a confronto. All'Osvaldo, l'allenatore degli Indimenticabili A. Anzi, l'Allenatore, punto e basta. Per lui, niente votazione, non sarebbe servita. Non ci sarebbe stata partita, tra lui e gli altri. Per Verona e il Verona, resterà sempre l'Allenatore. Eccolo alle prese con le due formazioni. L'appuntamento è nella sede degli Ex Gialloblù, allo stadio. Tra foto e ricordi, gagliardetti ed emozioni. Cominciamo dai portieri, ovvio. "Hanno votato Olivieri? Beh, con la storia che ha, ci sta. E' stato campione del mondo, è cresciuto qui a Verona, è stato di sicuro un grande portiere, anche se non ho fatto in tempo a vederlo giocare. Diciamo, che lui è stato campione del mondo e Garella è stato campione d'Italia, mica male. Anche se io, in verità, avrei votato altri..." Chi? "Ciceri, oppure Ghizzardi. Ciceri l'ho fatto venire io al Verona. Era mio compagno al Milan, Ghizzardi s'era fatto male e io dissi in società di sentire Ciceri, che era libero. Tutti e due sono stati grandi portieri, magari un po'... strani, ma forti".

Numero 2, di qua Nanni, di là Ferroni... "Difficile giudicare, mi rimetto al giudizio dei tifosi. Ferroni l'ho avuto, lo conosco bene. Nanni so che è stato a lungo qui e mi dicono abbia fatto grandi stagioni. Siamo lì..." Terzino sinistro, ruolo fondamentale per le sue squadre... "Sì, un ruolo delicato. Io ho sempre chiesto giocatori con particolari caratteristiche, in quel ruolo. Ha vinto Marangon? Beh, è stato qua più di Gigi, ha vinto lo scudetto. E poi, tutti a dire che era bravo quando spingeva, ma io ti dico lui era bravo anche quando difendeva. De Agostini? Un solo anno, eppure tutti se lo ricordano, vuol dire che ha fatto benissimo. E poi, quel Verona, secondo me, è stato forse il più forte di tutti". Il libero adesso: Tricella e Savoia... "Tricella è stato il capitano dello scudetto, difendeva ed era il primo a costruire gioco. Ma so che anche Savoia, aveva queste caratteristiche. Anche perchè, è nato centrocampista, come Tricella. Sono due squadre, me par, impostate molto bene".

Per lo stopper, la gente ha scelto Begali su Fontolan... "Ma Sante el giugava col 3, quasi sempre. Comunque, era un gran marcatore, gran fisico, uno di quelli che non si tirava mai indietro. Anche il Fonto, però... Averne, di giocatori così..." La qualità più bella di Begali? "Guarda, lascio stare le cose tecniche. Per me, era un fratello maggiore, mi ha aiutato quando sono arrivato a Verona, era la prima volta che andavo via di casa. E se alla sera, in ritiro, avevo bisogno di parlare con qualcuno, andavo nella sua camera. Un amico per tutta la vita". E adesso, tocca ai mediani... "Eh, qui vince Briegel, per forza. Anche se Cera, me lo ricordo bene, perchè ha giocato anche con me, è stato un grande, prima di diventare libero. Certo, Briegel faceva tutto, difendeva, attaccava, segnava 6-7 gol all'anno...

Col 7, il duello è tra Fanna e un certo Bagnoli... "Ah, m'avete messo col 7? Ma io volevo l'8, il 7 non mi piaceva, mi dava l'idea di essere un po' fuori dal gioco. Con l'8 mi sentivo più dentro, oltretutto, in due stagioni ho segnato 14 e 15 gol, giusto per dire..." Segnava più di Fanna... "Comunque, lui nettamente più forte, non c'è confronto. Giusto sia lui il titolare..."

Con l'8, ci sono due che conosce bene: Maddè da una parte, Mascetti dall'altra... "Due grandi giocatori, diversi come caratteristiche. Sergio più regista, più centrocampista. Ciccio, che era nato centrattacco, andava di più, si buttava e faceva anche gol. Due che potevano anche stare assieme, come difatti è stato per tanti anni". Il centravanti titolare è il Nanu, ma ha un bell'avversario, Gianni Bui... "Qua mi gioco un po' della simpatia del Nanu, ma io, uno come Bui, l'avrei sempre voluto in squadra. Lo sapete, a me piaceva avere una coppia di attaccanti, di cui uno doveva avere certe caratteristiche. Se tu hai uno come Bui, là davanti, gli metti la palla e lui ti fa giocare la squadra. Lo schema è già fatto. Altrimenti, fai più fatica ad arrivare là davanti".

Siamo al 10, il numero dei grandi... "Ha vinto Vignola, ho visto, su Di Gennaro. Due grandi giocatori, diversi, come caratteristiche. Vignola è il trequartista classico, il Dige no, anche se era nato in quel ruolo. Poi è arretrato ed è diventato più regista. Difficile scegliere, anche se Vignola, a dire il vero, è capitato qui in una stagione difficile come quella del dopo scudetto e questo l'ha di sicuro penalizzato".

La gente ha scelto Elkjaer su Zigoni... "Anche qua, una bella lotta. Conosco bene Preben, meno Zigogol, anche se di lui ne ho sentite tante. Due grandi, anche loro un po' strani, un po' matti, via, ma più per la gente che per la squadra. Dove erano amati, tutti e due. Certo, Preben ha vinto lo scudetto e i risultati ti aiutano sempre..."
Raffaele Tomelleri

FONTE: LArena.it


ALTRE NOTIZIE
Hellas Verona, Bagnoli: "Felice di rivederli ai massimi livelli"
20.05.2013 15.24 di Chiara Biondini
L'ex allenatore dell'Hellas Verona,Osvaldo Bagnoli, alla cui guida vinse lo scudetto nel 1984/85, ai microfoni dell'emittente umbra Radio Onda Libera, ha salutato il ritorno in Serie A della squadra.

"Sono felice di rivederli ai massimi livelli dopo 11 anni. Tornano nel posto che gli compete, è una dimensione giusta per la città e per la tradizione. Non mi sono sorpreso: il Verona è stato costruito per vincere e ha raggiunto l'obiettivo. Salgono in Serie A le due realtà che l'hanno strameritato. Gli emiliani hanno dominato il campionato anche se poi hanno rischiato grosso con l'ultima partita decisiva. Alla fine è venuta fuori la forza delle due squadre".

Il Verona torna in A e il Sassuolo ci arriva per la prima volta: è una bella favola?
"Direi di sì, ogni tanto il calcio ci riserva delle belle sorprese e realtà che riescono a emergere".

Ci potrà essere un altro Verona in grado di vincere lo scudetto?
"Sì, è possibile riuscirci. Dipende da come una società si organizza e pianifica. Se fai le cose come si deve, certi traguardi sono possibili per chiunque. Penso al Sassuolo che ha saputo in questi anni fare un percorso molto importante pur essendo una piccola realtà".

SERIE B
ESCLUSIVA TMW - Verona, Osvaldo Bagnoli: "Mandorlini resti anche in A"
18.05.2013 11.50 di Alessio Alaimo Twitter: @alaimotmw
"Il Verona ce l'ho nel sangue, il calcio invece è un diversivo". Parole firmate Osvaldo Bagnoli, ex allenatore del Verona che conquistò lo Scudetto, ai microfoni di TuttoMercatoWeb.com. Oggi il Verona può andare in serie A diretto, basta un pari. "Anche noi - ricorda - quando abbiamo conquistato lo Scudetto a Bergamo andava bene il pari per noi e per loro affinché l'Atalanta raggiungesse l'obiettivo. Malgrado tutto loro andarono in vantaggio, poi riuscimmo a pareggiare. Senza accordi. Nessuno voleva perdere. Chiaro però che finché l'arbitro non fischia, la partita non finisce. Il Verona?Ho visto una squadra che è stata indicata come la favorita e cosi tutte le settimane aveva degli avversari che si presentavano con lo scopo di battere la più forte del campionato. Se invece non ci fosse stata questa nomea sarebbe stato diverso. Come tutte le squadre ci sono alti e bassi ed è normale che il Verona li abbia avuti, ma ha giocato un buon calcio. Sperando riesca ad andare in A. Anche il Sassuolo che è stato per trentacinque partite in testa alla classifica, adesso vive un momento difficile. Mandorlini? Andrea è arrivato al Verona in C e lottava per non retrocedere. Ha fatto bene e addirittura è arrivato in B. Ora sta andando in serie A. Con tutto il rispetto e il giudizio negativo... Come si fa a dire che bisogna cambiare? Il Verona tra l'altro ha giocato un buon calcio. Mangia? Non conosco Mangia... Posso parlare di Mandorlini e dico che è un ottimo allenatore".

FONTE: TuttoMercatoWeb.com


15.05.2013
«Ritroveremo Juve, Milan, Inter. E poi il derby, sarà bellissimo»
OSVALDO BAGNOLI
Tornare indietro con la memoria gli verrà naturale. Basterà rivedere uno stadio pieno davvero e bandiere ovunque. Emozioni vere, come ventotto anni fa. Come ai tempi dello scudetto, più o meno. Osvaldo Bagnoli è quello di sempre. Parla poco. Freddo il giusto, d'altronde lui ne ha viste tante. Forse sarà così anche sabato, forse no. L'altro ieri ha ritirato l'ennesimo riconoscimento, scelto come «Allenatore del passato» nella festa dei cento anni del Seregno. Con lui, fra i premiati, anche Giovanni Sartori, diesse del Chievo. La settimana di Bagnoli scorre lenta, al contrario di una città che non vede l'ora che arrivi sabato.

Bagnoli, è fatta?
«Non saprei, è chiaro però che se tutte e due hanno bisogno di un punto magari il pareggio può diventare il risultato più probabile. Tutto dovrebbe venire molto naturale, in un certo senso è anche corretto che sia così. Ci sta, tutto normale. Non credo che le due squadre vorranno rischiare».

Andrà alla partita?
«Ci vado sì, la società mi ha dato due tessere. Non le ho viste tutte le partite del Verona quest'anno, ma quella di sabato non me la perdo».

Stadio da tutto esaurito, come ai bei tempi...
«Sarà bello, si andrà al Bentegodi per far festa tenendo conto che hai due risultati utili su tre. La partita si può anche vincere, ma sappiamo che il traguardo si raggiunge anche non perdendo».

Dov'è la mano di Mandorlini in questa squadra?
«Non voglio parlarne troppo né esprimere certi giudizi, sono stato anch'io allenatore. Mandorlini è arrivato qui in un momento in cui la squadra andava male, lui l'ha migliorata fino alla promozione in serie B ed ora fino alla serie A. Per lui parlano i fatti. A detta di tutti ed anche secondo me la squadra gioca un buon calcio, per di più col conforto dei risultati. Qualche momento difficile c'è stato, com'è normale che sia, ma il Verona l'ha superato bene ed ora sta raccogliendo i frutti del suo lavoro».

Tanti meriti li ha anche la società, non crede?
«Li ha soprattutto la società. La nuova dirigenza mi sembra abbia le idee chiare, senza dimenticare quella precedente ed il lavoro di Giovanni Martinelli che ha dato sostegno al Verona in un momento molto complicato. La sua passione per l'Hellas ha avuto un peso non indifferente, non ci fosse stato lui non so come sarebbe andata a finire».

Cacia è stato più importante di tutti gli altri giocatori?
«Puoi giocar bene finché vuoi, ma se non fai gol non serve a niente. Se hai uno che la palla la butta dentro hai già molto dalla tua parte, logico per questo che a Cacia vadano riconosciuti elogi particolari. Quando un attaccante ti segna più di 20 gol in un anno non ci sono storie. C'è poco da dire...».

Come vivrà personalmente questi giorni?
«Pensando alla città ed al Verona, ricordando gli anni di una serie C che è stata davvero pesante da sopportare considerati tutti i tifosi che ha l'Hellas. Dopo Inter, Milan, Juventus e poche altre ci siamo noi, fra abbonati e gente che segue la squadra anche in trasferta. Lo sanno tutti. Abbiamo sofferto abbastanza, è ora di tornare in serie A. Per tutti questa settimana sarà un lungo conto alla rovescia fino a sabato, quando tutti potranno sfogare la propria felicità».

Che Serie A troverà il Verona?
«Andiamoci, prima di parlarne. Chiaro che rispetto all'ultima volta sarà un campionato diverso, come tutto il resto. È cambiata la società, è cambiato il modo di vivere, non poteva non cambiare anche il calcio».

L'ha sorpresa il calo del Sassuolo?
«Può succedere, probabilmente ha avuto uno scadimento di forma. Quando ti senti arrivato magari molli qualcosa e non sei più capace di riprendere il filo del discorso. Se però il Sassuolo ha avuto anche 12 punti di vantaggio significa che li meritava e che quindi è una squadra di valore. Non sarà facile, ma può anche darsi che riesca a trovare le energie giuste per l'ultima col Livorno».

Sente aria di derby?
«Ormai ci siamo. Ed è gratificante. Giocare il derby significa aver avuto meriti ancora maggiori per una città che ha saputo costruire due squadre da serie A pur non essendo una metropoli o avere la tradizione di Milan, Inter, Juve o Torino. Non è cosa da poco».
Alessandro De Pietro

FONTE: LArena.it


LA STORIA SIAMO NOI
L'Osvaldo, l'allenatore di un calcio che non c'è più
11.04.2013 12:22 di Giovanni Guiducci
Fonte: Il Bianconero Magazine
Difficile trovare qualcosa in comune tra le tifoserie di Cesena e Hellas Verona che in questo campionato si stanno distinguendo per essere le più numerose della cadetteria in termini di presenze allo stadio. Anche a livello di ultras i veronesi posso essere considerati in ordine cronologico i primi rivali dei cesenati, erano i tempi (anni ’70) delle Brigate gialloblù da una parte e delle Brigate bianconere dall’altra.
Cesena e Verona possono, tuttavia, essere accomunate dalla stima e dalla riconoscenza nei confronti di un uomo umile e schivo, di un allenatore di nome Osvaldo Bagnoli. Già nel 1975 aveva avuto la possibilità di venire a Cesena, come vice di Pippo Marchioro, ma preferì rimanere a Como. Arrivò quattro anni dopo e fu l’ultimo allenatore bianconero scelto da Dino Manuzzi, prima di lasciare la guida della società per problemi di salute. Bagnoli era reduce da una promozione con il Fano in C1, ma a Cesena fu accolto con indifferenza, perché era già il quinto allenatore che arrivava in altrettanti anni, e con un pizzico di diffidenza, per il suo passato sulla panchina del Rimini. L’aria dimessa e la sua umiltà non inducevano del resto, a primo acchito, a grandi entusiasmi. Diventerà invece uno degli allenatori del Cesena più amati e stimati di sempre.
Al suo arrivo nel 1979 l’ambiente stava attraversando un periodo di apatia tra i cadetti, dopo i fasti della prima serie A. Già nella sua prima stagione in bianconero la squadra del tecnico della Bovisa (quartiere operaio di Milano dove era cresciuto) disputò un buon campionato, rimanendo in corsa per il salto di categoria sino all’ultima giornata. Ma il sogno era solo rinviato di un anno. Nel 1980-81 il Cesena fu protagonista di un’entusiasmante cavalcata che riportò i tifosi allo stadio e che si concluse con la promozione in A. Già prima della conclusione del torneo Bagnoli aveva però fatto capire che avrebbe lasciato la Romagna, per problemi familiari legati alla salute di una delle due figlie.

Ripartì dalla serie B al Verona (dove aveva già militato come calciatore dal 1957 al 1960) e confermò tutto il suo valore di tecnico, conquistando prima la promozione in A e poi, alla guida di una squadra di “scarti”, uno storico ed irripetibile scudetto (1985).
Per ironia della sorte, la sua bella favola a Verona si concluse amaramente proprio al Dino Manuzzi nel 1990, quando nello scontro diretto dell’ultima giornata i bianconeri sconfissero i gialloblù (1-0) e li condannarono alla retrocessione in serie B. Dopo nove stagioni consecutive, record per un allenatore all’Hellas, approdò sulla panchina del Genoa e fu protagonista di un’altra storica impresa, portando il Grifone per la prima volta in coppa Uefa, manifestazione in cui la squadra di Bagnoli si distinse per la vittoria all’Anfield Road di Liverpool.
Chiuse all’Inter nel 1994 dove conobbe l’amarezza dell’esonero, il secondo di una lunga carriera dopo quello dell’esordio alla Solbiatese. Non mancarono anche in seguito le offerte di tornare ad allenare, ma declinò sempre l’invito. Con il calcio aveva finito, un mondo in cui ormai non si riconosceva più, come quella volta, qualche anno fa, quando si presentò al Bentegodi e all’ingresso gli chiesero la carta di identità, a lui che in quello stadio era stato incoronato campione d’Italia.

FONTE: TuttoCesena.it


COPERTINA
BAGNOLI A FV, VIOLA CREDICI, SEMBRI IL MIO HELLAS
Esclusiva di Firenzeviola.it
21.11.2012 10:30 di Andrea Giannattasio Twitter: @a_giannatta
Tra i tanti paragoni che sono stati fatti per inquadrare l'andamento in campionato di questa Fiorentina è stato fatto quello, nobile e lusinghiero, con il grande Hellas Verona guidato da Osvaldo Bagnoli, che nella stagione 1984-85 conquistò il suo primo ed unico tricolore, concludendo il proprio campionato a quota 43 punti davanti alle quotatissime Inter, Milan e Juventus. Per avere un giudizio sulla stagione dei viola, la redazione diFirenzeviola.it ha contattato proprio lo storico mister di quell'incredibile gruppo che si aggiudicò inaspettatamente il campionato.

Mister, a Firenze si sprecano i paragoni con il suo Verona...
''Dice davvero? Non me lo aspettavo affatto! Potrei capire se a fare questi paragoni fossero club come Pescara, Siena o Udinese ma la Fiorentina è sempre stato un club glorioso. Anzi, mi sento addirittura onorato di questo abbinamento. Semmai dovrebbe essere il Verona a vedersi paragonato alla Fiorentina, e per tutta la città sarebbe un immenso onore''.

Qual è stato il segreto del vosto successo?
''E' stato molto semplice: oltre ad avere dei buoni giocatori - sia chiaro, non campioni - siamo riusciti a formare un gruppo coeso e leale. La parola d'ordine era una sola: rispetto. La stima e l'armonia erano gli unici valori che regnavano nel nostro spogliatoio, al pari dell'entusiasmo''.

Tutte cose che questa Fiorentina sembra avere...
''Certamente. In più questa Viola ha un allenatore giovane ma nel contempo di grande personalità, un uomo che sa farsi ben volere dai propri calciatori. Si trova un po' nella stessa mia condizione quando allenavo l'Hellas''.

Sembra tutto tornare, dunque.
''Sì, in effetti è proprio così. Quello che però ci ha portato più in alto del previsto è stata la giusta mentalità di tutti: pur non potendo disporre di grandi nomi, in quel Verona tutti davano il 110%, tutti potevano trasformarsi in campioni''.

Quali sono le armi sulle quali la Fiorentina può puntare per la grande rimonta alla Juve?
''Innanzi tutto ritengo importante che i viola non siano parititi come super favoriti: questo è un fattore determinante, perché allevia tutte le pressioni. In questa stagione però non sarà facile vincere lo scudetto. I viola sono un po' indietro, devono rimontare 5 punti alla Juve, che però avrà il suo bel da fare nelle coppe europee. La speranza è che i bianconeri possano avere un calo''.

Il miracolo del suo Verona però si può ripetere o no?
''Certo. Anche se è dura, io credo nei miracoli...''

FONTE: FirenzeViola.it


Osvaldo Bagnoli
Il Mago della porta accanto

Di lui non si può dire che sia stato un innovatore tattico o un roboante condottiero di uomini.
Eppure pochi come Osvaldo Bagnoli hanno saputo sottolineare con gli esiti del proprio lavoro l'importanza dell'allenatore. Smentire l'assioma che vorrebbe ininfluente il tecnico, senza la presenza di adeguati fuoriclasse. Il Verona 1984-85, ultimo intruso della storia all'esclusivo descometropolitano dello scudetto, non conteneva fuoriclasse, ma un gruppo di buoni giocatori, nessuno dei quali, oltre quella parentesi, ha annoverato in carriera grandi conquiste da primattore. EppureOsvaldo Bagnoli, con quel suo fare ammiccante e riservato, riuscì a portarlo allo scudetto, superando rivali che i fuoriclasse invece li avevano ben esposti in vetrina.

Osvaldo Bagnoli è stato un tecnico ruspante, ma nel senso migliore del termine. Niente a che vedere con certi abborracciati saperi calcistici di provincia. Piuttosto, la fedeltà alle umili origini portata come una medaglia al pari dell'etichetta vagamente ironica applicatagli all'epoca dei primi successi in Serie A: "il mago della Bovisa". Alla Bovisa, quartiere proletario di Milano, doveva i natali, e al sapore schietto degli anni giovanili, spesi a giocare a calcio con gli amici a piedi nudi sui prati, come in una vecchia canzone di Celen-tano, faceva risalire l'amore per il pallone. Figlio di operai, Osvaldo Bagnoli venne notato nell'Ausonia dal talent scout Malatesta, che lo portò al Milan. Era una mezzala di buona tecnica e dal tiro schioccante, ma il Milan dei Liedholm, Nordahl e Schiaffino non poteva riservargli che uno spazio ridotto, sufficiente tuttavia per la firma sotto lo scudetto del 1956-57. Il suo giro d'Italia lo portò tre stagioni a Verona, una all'Udinese, tre al Catanzaro, tre alla SpaL, una ancora all'Udinese prima della chiusura da libero, cinque stagioni di fila nel Verbania, in C, a far da chioccia a numerosi talenti.

Fu il direttore sportivo Carlo Pedroli, deus ex machina di quella formazione, a intuire in Bagnoliqualità di allenatore. Lo consigliò alla Solbiatese, stessa categoria, sicché non appena smessi i panni di giocatore l'uomo della Bovisa si ritrovò addosso quelli di tecnico. L'avventura si interruppe all'ottava di ritorno, quando mandò fuori dagli spogliatoi il presidente entrato nell'intervallo per consigliargli una mossa tattica. Poche ore dopo, Bagnoli assaporava il gusto acre del siluro, che sta alla carriera di allenatore più o meno come la pioggia al mese di marzo. In giro aveva lasciato qualche amico, come Pippo Marchioro, compagno di strada nel Milan e poi a Catanzaro, che lo chiamò come aiutante di campo nel Como, in Serie B. Qui Bagnoli si applicò anche ai giovani e con tanto entusiasmo da rifiutare l'anno dopo di seguire Marchioro al Cesena. Fu la svolta della carriera, perché quando il tecnico in prima, Beniamino Cancian, venne silurato dopo dodici giornate, i dirigenti lariani pensarono proprio a lui. Il Como era ormai spacciato e il nuovo tecnico non ne cambiò il destino, tuttavia i quindici punti in diciotto partite convinsero i dirigenti a insistere su di lui per la stagione successiva. Sesto posto in B, seguito l'anno dopo a Rimini da una salvezza col sapore della grande impresa.

Quando gli arrivò la chiamata del Fano, due categorie più sotto (C2), Osvaldo non ritenne di dover fare troppo il difficile. In fondo, il mestiere gli piaceva e non c'era bisogno di coltivare esagerate ambizioni per farlo bene. Invece a Fano inseri la presa diretta. Colse il primo posto e la C1, guadagnandosi il ritorno in B, a Cesena, dove prima sfiorò e poi mise a segno il salto in A. Stava diventando uno specialista e come tale lo assunse il Verona, che puntava giusto alla promozione in A. Formidabile motivatore di uomini, sapeva di ognuno quale tasto toccare per spingerlo verso il meglio. Di solito le sue squadre partivano piano, per poi carburare grazie ai suoi meticolosi ritocchi e chiudere alla grande.

Il Verona volò in Serie A e qui confezionò una stagione monstre, conquistando il quarto posto e mancando la Coppa Italia d'un soffio, dopo aver battuto la Juventus nella finale d'andata. Era un Verona coraggioso, illuminato dalla classe di Dirceu e dalla larghezza di vedute del tecnico: che il fantasista brasiliano se l'era ritrovato in rosa senza averlo chiesto e poi vi aveva modellato il volto dell'attacco, rinunciando a una punta a fianco di Penzo, per favorirne gli inserimenti offensivi. Soprattutto, però, era la squadra dei grandi risorti. Personaggi gettati nel cestino della mediocrità dai club di provenienza e rivitalizzati fino a misure da campioni dal maestro di panchina. Il lavoro di cesello dell'artigiano Bagnoli produceva capolavori: il mediano Volpati, approdato a Verona credendosi a fine carriera e poi per sei anni tra i più continui difensori della squadra; il terzino Luciano Marangon, alfine compiuto come incursore mancino dopo le promesse nel vivaio della Juventus; il portiere Garella, trasformatosi da sgangherato collezionista di papere in funambolico acrobata; il tornante Fanna, fiore mai del tutto sbocciato nella Juve, risorto come imperiale fantasista delle corsie laterali; il regista Di Gennaro, promessa mancata della Fiorentina; il libero Tricella, scaricato dall'Inter.

In pratica, il Verona aveva avuto un solo straniero, Dirceu, dato che l'altro, lo stopper polacco Zmuda, si era subito sfasciato finendo in infermeria. Nell'estate del 1983 il tecnico approvò la politica del club, che non aveva soldi da spendere: cessione degli elementi più pregiati, Dirceu al Napoli, Penzo alla Juventus, Oddi alla Roma, e nuova infornata di elementi da riciclare. Lo stopper Silvano Fontolan, gran colpitore di testa (fratello maggiore dell'attaccante Davide), il ventenne attaccante tascabile Galderisi, funambolo dell'area di rigore finito a immalinconire tra le riserve della Juve dopo gli exploit iniziali, e il centrocampista Bruni, scartato dalla Fiorentina. Il Verona debuttò in Coppa Uefa e visse una nuova stagione da guastafeste delle grandi, finendo al sesto posto. A quel punto, furono sufficienti due mosse per chiudere il mosaico. Nell'estate del 1984, mentre approdava in Italia Diego Maradona, il Verona si affidava a due stranieri di fascia medio bassa. Hans-Peter Briegel, gigantesca statua a rotelle, nella Nazionale tedesca agli Europei come difensore puro aveva impressionato solo per la forza fisica; l'attaccante danese Preben Larsen-Elkjaer, meglio conosciuto solo con il secondo dei due cognomi, quello della madre, aveva ben figurato nella rassegna continentale, ma si proponeva come un'incognita.

Partito per il solito onorevole campionato di rincalzo alle grandi, il Verona restava in testa dalla prima all'ultima giornata, macinando un calcio vigoroso e spettacolare. Bagnoli trasformava Volpati in terzino marcatore, faceva di Briegel un mediano incursore di devastante efficacia e in avanti combinava l'agile potenza di Elkjaer ai guizzi del piccolo Galderisi. La Juve di Platini uscì presto dal giro, l'Inter di Rummenigge duellò a lungo invano, il Torino col suo rush finale conquistò solo il secondo posto. In un panorama ricco di stelle, lo scudetto del Verona rappresentava il premio all'umiltà e alla forza creativa dell'allenatore. Che spiegava così la propria filosofia tattica: «Il calcio è un gioco semplice, non sono indispensabili astruserie come la zona o il pressing. L'importante è avere la fortuna di trovare gli uomini giusti per metterli poi nei posti giusti; lasciandoli liberi di esprimersi». La simbiosi tra la città e il tecnico, ormai da tempo stabilitovisi con la famiglia, non poteva essere più completa. Nella festa dello scudetto, facevano furore gli "Osvaldini", piccoli bulldog di terracotta con la divisa del Verona, omaggio alla ruvida bonomia di un uomo capace con la sua semplicità di conquistare tutti. Ai complimenti, reagiva con semplici alzate di spalle. Per il trionfo, riusciva a stirare appena un lieve sorriso. Parlava con gli occhi, più che con la bocca.

Quando il campione del mondo Bearzot confessò che il modulo della Nazionale si riconosceva in quello del Verona, il mago della Bovisa si schermì: «Io Bearzot non lo conosco tanto, avrei bisogno di andare a cena con lui. Non so che carattere abbia, mi è difficile spiegare paragoni del genere». Non era posa, come il tempo avrebbe poi confermato, ma la sincerità di un uomo con il terrore delle esagerazioni. Forse anche per questo il suo Verona non uscì più dalle righe, subito eliminato dalla Juve in Coppa dei Campioni (soprattutto per le nefandezze dell'arbitro Wurz), ma pure al riparo dal rischio di crolli repentini così facile per le provinciali salite all'improvviso sul tetto della gloria. Altre quattro stagioni, quasi sempre di buona levatura, Bagnoli trascorse alla guida del Verona, prima che una grave crisi sfaldasse le basi finanziarie del club. Nell'estate del 1989 l'ombra del fallimento si allungò sulla società. Venne compicciata in extremis alla bell'e meglio una rosa di giocatori, grazie soprattutto a prestiti di altri club, con la destinazione della retrocessione già segnata sul foglio di partenza. Bagnoli avrebbe potuto astenersi, ascoltando le sirene che dà più d'una piazza importante cantavano per lui. Ma preferì vivere fino in fondo la parabola della squadra, che alla fine retrocesse, ma all'ultimo tuffo e dopo aver sfiorato il miracolo.

Il distacco da Verona non fu facile. Bagnoli avrebbe voluto restare per edificare la risalita, ma la nuova dirigenza gli diede il benservito. Lo chiamò a Genova Aldo Spinelli, avendone in cambio in pochi mesi un capolavoro. Pur senza ingaggiare grandi nomi, grazie a Bagnoli il Genoa riebbe dopo anni una fisionomia tecnico tattica solida e spettacolare. Con la difesa imperniata sul libero Signorini, il centrocampo affidato alle geometrie di Bortolazzi e alle incursioni di fascia di Eranio e Ruotolo da una parte e Branco dall'altra, con l'attacco micidiale del gigante Skuhravy complementare al piccolo e guizzante Aguilera, i rossoblu si piazzarono a uno storico quarto posto, anticamera della prima, storica partecipazione alla Coppa Uefa. Ancora una volta, dietro il consueto pudico ritegno teso a minimizzare le teorizzazioni per esaltare la qualità dei giocatori, c'era un disegno tattico preciso, evoluzione di quello dei felici tempi veronesi.

Il modulo misto già esaltato da Bearzot veniva orientato al pieno sfruttamento delle caratteristiche degli uomini a disposizione: la difesa contava su un libero fisso, Signorini, e due marcatori spesso a zona, Torrente e Caricola, così da consentire ampia possibilità ai due terzini, Eranio a destra e Branco a sinistra, di diventare laterali a tutti gli effetti aggiungendosi ai tre uomini di centrocampo, l'esterno Ruotolo e i due registi Bortolazzi e Onorati. Era il 5-3-2. L'anno dopo, la cavalcata in Europa assunse toni epici, ben sintetizzati dalla vittoria sul Liverpool nella tana di Anfield Road, per arrestarsi solo in semifinale di fronte allo strapotere dell'Ajax di Bergkamp e Litmanen destinato al successo finale. I tempi del mago della Bovisa erano maturi per il grande club metropolitano. Impossibile pensare che la sua carriera, a un passo dalla vetta, fosse a due dal chiudersi. Bagnoli tornò nella sua Milano, ma dalla parte nerazzurra, fermamente voluto da Pellegrini nell'estate del 1992.

Quando gli arrivò la chiamata del Fano, due categorie più sotto (C2), Osvaldo non ritenne di dover fare troppo il difficile. In fondo, il mestiere gli piaceva e non c'era bisogno di coltivare esagerate ambizioni per farlo bene. Invece a Fano inseri la presa diretta. Colse il primo posto e la C1, guadagnandosi il ritorno in B, a Cesena, dove prima sfiorò e poi mise a segno il salto in A. Stava diventando uno specialista e come tale lo assunse il Verona, che puntava giusto alla promozione in A. Formidabile motivatore di uomini, sapeva di ognuno quale tasto toccare per spingerlo verso il meglio. Di solito le sue squadre partivano piano, per poi carburare grazie ai suoi meticolosi ritocchi e chiudere alla grande.

Il Verona volò in Serie A e qui confezionò una stagione monstre, conquistando il quarto posto e mancando la Coppa Italia d'un soffio, dopo aver battuto la Juventus nella finale d'andata. Era un Verona coraggioso, illuminato dalla classe di Dirceu e dalla larghezza di vedute del tecnico: che il fantasista brasiliano se l'era ritrovato in rosa senza averlo chiesto e poi vi aveva modellato il volto dell'attacco, rinunciando a una punta a fianco di Penzo, per favorirne gli inserimenti offensivi. Soprattutto, però, era la squadra dei grandi risorti. Personaggi gettati nel cestino della mediocrità dai club di provenienza e rivitalizzati fino a misure da campioni dal maestro di panchina. Il lavoro di cesello dell'artigiano Bagnoli produceva capolavori: il mediano Volpati, approdato a Verona credendosi a fine carriera e poi per sei anni tra i più continui difensori della squadra; il terzino Luciano Marangon, alfine compiuto come incursore mancino dopo le promesse nel vivaio della Juventus; il portiere Garella, trasformatosi da sgangherato collezionista di papere in funambolico acrobata; il tornante Fanna, fiore mai del tutto sbocciato nella Juve, risorto come imperiale fantasista delle corsie laterali; il regista Di Gennaro, promessa mancata della Fiorentina; il libero Tricella, scaricato dall'Inter.

In pratica, il Verona aveva avuto un solo straniero, Dirceu, dato che l'altro, lo stopper polacco Zmuda, si era subito sfasciato finendo in infermeria. Nell'estate del 1983 il tecnico approvò la politica del club, che non aveva soldi da spendere: cessione degli elementi più pregiati, Dirceu al Napoli, Penzo alla Juventus, Oddi alla Roma, e nuova infornata di elementi da riciclare. Lo stopper Silvano Fontolan, gran colpitore di testa (fratello maggiore dell'attaccante Davide), il ventenne attaccante tascabile Galderisi, funambolo dell'area di rigore finito a immalinconire tra le riserve della Juve dopo gli exploit iniziali, e il centrocampista Bruni, scartato dalla Fiorentina. Il Verona debuttò in Coppa Uefa e visse una nuova stagione da guastafeste delle grandi, finendo al sesto posto. A quel punto, furono sufficienti due mosse per chiudere il mosaico. Nell'estate del 1984, mentre approdava in Italia Diego Maradona, il Verona si affidava a due stranieri di fascia medio bassa. Hans-Peter Briegel, gigantesca statua a rotelle, nella Nazionale tedesca agli Europei come difensore puro aveva impressionato solo per la forza fisica; l'attaccante danese Preben Larsen-Elkjaer, meglio conosciuto solo con il secondo dei due cognomi, quello della madre, aveva ben figurato nella rassegna continentale, ma si proponeva come un'incognita.

Partito per il solito onorevole campionato di rincalzo alle grandi, il Verona restava in testa dalla prima all'ultima giornata, macinando un calcio vigoroso e spettacolare. Bagnoli trasformava Volpati in terzino marcatore, faceva di Briegel un mediano incursore di devastante efficacia e in avanti combinava l'agile potenza di Elkjaer ai guizzi del piccolo Galderisi. La Juve di Platini uscì presto dal giro, l'Inter di Rummenigge duellò a lungo invano, il Torino col suo rush finale conquistò solo il secondo posto. In un panorama ricco di stelle, lo scudetto del Verona rappresentava il premio all'umiltà e alla forza creativa dell'allenatore. Che spiegava così la propria filosofia tattica: «Il calcio è un gioco semplice, non sono indispensabili astruserie come la zona o il pressing. L'importante è avere la fortuna di trovare gli uomini giusti per metterli poi nei posti giusti; lasciandoli liberi di esprimersi». La simbiosi tra la città e il tecnico, ormai da tempo stabilitovisi con la famiglia, non poteva essere più completa.

Nella festa dello scudetto, facevano furore gli "Osvaldini", piccoli bulldog di terracotta con la divisa del Verona, omaggio alla ruvida bonomia di un uomo capace con la sua semplicità di conquistare tutti. Ai complimenti, reagiva con semplici alzate di spalle. Per il trionfo, riusciva a stirare appena un lieve sorriso. Parlava con gli occhi, più che con la bocca. Quando il campione del mondo Bearzot confessò che il modulo della Nazionale si riconosceva in quello del Verona, il mago della Bovisa si schermì: «Io Bearzot non lo conosco tanto, avrei bisogno di andare a cena con lui. Non so che carattere abbia, mi è difficile spiegare paragoni del genere». Non era posa, come il tempo avrebbe poi confermato, ma la sincerità di un uomo con il terrore delle esagerazioni. Forse anche per questo il suo Verona non uscì più dalle righe, subito eliminato dalla Juve in Coppa dei Campioni (soprattutto per le nefandezze dell'arbitro Wurz), ma pure al riparo dal rischio di crolli repentini così facile per le provinciali salite all'improvviso sul tetto della gloria.

Altre quattro stagioni, quasi sempre di buona levatura, Bagnoli trascorse alla guida del Verona, prima che una grave crisi sfaldasse le basi finanziarie del club. Nell'estate del 1989 l'ombra del fallimento si allungò sulla società. Venne compicciata in extremis alla bell'e meglio una rosa di giocatori, grazie soprattutto a prestiti di altri club, con la destinazione della retrocessione già segnata sul foglio di partenza. Bagnoli avrebbe potuto astenersi, ascoltando le sirene che dà più d'una piazza importante cantavano per lui. Ma preferì vivere fino in fondo la parabola della squadra, che alla fine retrocesse, ma all'ultimo tuffo e dopo aver sfiorato il miracolo.
Il distacco da Verona non fu facile. Bagnoli avrebbe voluto restare per edificare la risalita, ma la nuova dirigenza gli diede il benservito.

Lo chiamò a Genova Aldo Spinelli, avendone in cambio in pochi mesi un capolavoro. Pur senza ingaggiare grandi nomi, grazie a Bagnoli il Genoa riebbe dopo anni una fisionomia tecnico tattica solida e spettacolare. Con la difesa imperniata sul libero Signorini, il centrocampo affidato alle geometrie di Bortolazzi e alle incursioni di fascia di Eranio e Ruotolo da una parte e Branco dall'altra, con l'attacco micidiale del gigante Skuhravy complementare al piccolo e guizzante Aguilera, i rossoblu si piazzarono a uno storico quarto posto, anticamera della prima, storica partecipazione alla Coppa Uefa. Ancora una volta, dietro il consueto pudico ritegno teso a minimizzare le teorizzazioni per esaltare la qualità dei giocatori, c'era un disegno tattico preciso, evoluzione di quello dei felici tempi veronesi.

Il modulo misto già esaltato da Bearzot veniva orientato al pieno sfruttamento delle caratteristiche degli uomini a disposizione: la difesa contava su un libero fisso, Signorini, e due marcatori spesso a zona, Torrente e Caricola, così da consentire ampia possibilità ai due terzini, Eranio a destra e Branco a sinistra, di diventare laterali a tutti gli effetti aggiungendosi ai tre uomini di centrocampo, l'esterno Ruotolo e i due registi Bortolazzi e Onorati. Era il 5-3-2. L'anno dopo, la cavalcata in Europa assunse toni epici, ben sintetizzati dalla vittoria sul Liverpool nella tana di Anfield Road, per arrestarsi solo in semifinale di fronte allo strapotere dell'Ajax di Bergkamp e Litmanen destinato al successo finale. I tempi del mago della Bovisa erano maturi per il grande club metropolitano. Impossibile pensare che la sua carriera, a un passo dalla vetta, fosse a due dal chiudersi. Bagnoli tornò nella sua Milano, ma dalla parte nerazzurra, fermamente voluto da Pellegrini nell'estate del 1992.Il compito, tutt'altro che semplice, era ricostruire sulle macerie lasciate dalla rivoluzione fallita di Orrico.

Le premesse per il caos, secondo tradizione nerazzurra, non mancavano: quattro stranieri (Shalimov, Sammer, Pancev, Sosa), mentre il regolamento ne consentiva solo tre. Quattro primedonne poco disponibili ad arrugginire in tribuna. Pancev dopo la prima esclusione non si riprese più, Sammer addirittura a fine anno se ne tornò in Germania. Lui, Bagnoli, continuava a forzare i soliti imbarazzati sorrisi e a lavorare al tornio da artigiano, mentre sull'altra sponda il Milan di Capello radeva al suolo la concorrenza con la spavalderia del rullo compressore. Ancora una volta, a una partenza in sordina fece seguito una crescita costante e inarrestabile, come il lavoro di rifinitura di Bagnoli prese a produrre frutti. In sette giornate, lo svantaggio dai rossoneri scese da undici a quattro punti (allora la vittoria ne concedeva solo due), rendendo decisivo lo scontro diretto, chiuso in un pareggio.

L'Inter dovette accontentarsi della seconda piazza, un bel trampolino per la stagione successiva. Ma le basi appena gettate già saltavano in aria per il blitz di metà febbraio, con cui Pellegrini era riuscito a ingaggiare a suon di miliardi il conteso olandese Bergkamp assieme al regista Jonk, inserito nel pacco dai mercanti dell'Ajax. Bagnoli aveva trasformato Ruben Sosa in un micidiale cacciatore di gol, ma alla refrattarietà di Bergkamp ad ambientarsi in Italia dovette arrendersi. Offrì di malavoglia spazio all'altro tulipano dalla difficile pronuncia («il Gionc», lo chiamava) e a febbraio, con la squadra al sesto posto, venne cacciato da Pellegrini. Quanto fosse lungimirante quella scelta, seppure a fronte di risultati sotto le attese, lo avrebbero dimostrato i rischi di retrocessione corsi dal suo successore, Giampiero Marini. Ma quella porta in faccia gli suonò come uno schiaffo insopportabile. «Via, si dimetta» gli aveva chiesto Pellegrini. «No, si vergogni» aveva risposto lui. Per chiudersi poi in un ostinato mutismo, mai più interrotto se non per frugali risposti dal suo esilio dorato.

Senza polemiche, senza rancori, con la serenità dei nervi distesi: «L'Inter mi ha mandato in pensione in anticipo, ma non voglio darle troppe colpe. Ero ben predisposto. I primi mesi da esonerato mi dimostrarono che stavo bene anche senza il calcio attivo: stare in campo mi piaceva, ma non sopportavo più il contorno». E se qualcuno ancora oggi bussa alla sua ruvida scorza di milanese amabile dalla sincerità scontrosa, ripete: «Io sono un uomo fortunato, perché ho giocato a pallone e ho potuto mettere da parte qualcosina. Se io oggi sono un pensionato sereno, lo devo al calcio. La mia vita è stata molto impegnata e, se tornassi indietro, forse cercherei di trovare qualche spiraglio per il tempo libero. Oggi che di tempo ne ho, capisco quanto è importante. Ma non parlatemi di sacrifici, per favore. I sacrifici, quelli veri, li fanno gli operai».

FONTE: StorieDiCalcio.Altervista.org


L'INTERVISTA
Verona, ma te lo ricordi Bagnoli? "Allo stadio volevano il documento"
Lo scudetto dei miracoli venticinque anni dopo raccontato dall'ex allenatore "Il mio erede è Prandelli, lo vedrei bene come ct"

dal nostro inviato CONCETTO VECCHIO
VIDEO - L'intervista
VERONA - "Non pensavo certo di poter riuscire come allenatore, iniziai nel '74 dalle giovanili del Como ed ero convinto che sarei rimasto sempre ad allenare i ragazzi. Poi arrivò Verona, ed era soprattutto una squadra di giovani che non avevano trovato spazio nelle grandi, come Di Gennaro chiuso da Antognoni nella Fiorentina, Fanna da Causio nella Juve, Tricella che era stato all'Inter. A Galderisi in ritiro dissi che non sarebbe stato titolare, lui telefonò a Boniperti chiedendo di poter tornare indietro, poi fece quella doppietta Belgrado con la Stella Rossa, che allora era uno squadrone, e rubò il posto a Joe Jordan. Il ciclo - due volte quarti, due finali di Coppa Italia, lo scudetto, poi ancora quarti, otto anni di serie A - fu possibile soprattutto perché tutti avevano fame e volevano dimostrare che avevano sbagliato a mandarli via".

Oggi sono 25 anni che l'Hellas Verona ha vinto lo scudetto, nel Dopoguerra unica fra le squadre non capoluogo di regione, e sedici da quando Osvaldo Bagnoli ha smesso di allenare: febbraio '94. Non è un caso che l'addio coincida con l'avvio del calcio in pay-tv. Bagnoli non è cambiato. Ha solo i capelli bianchi. A luglio compie 75 anni e nelle due ore di intervista, in un parco giochi in fiore dirimpetto la sua casa alle Torricelle, ripeterà spesso "ho avuto fortuna". Una professione di modestia che stride con il curriculum: altre due promozioni in A e poi il miracolo Genoa, a un passo dalla finale Uefa. "Lì la tifoseria chiede ai suoi giocatori di uscire sempre con la maglia sudata dal campo: ci torno spesso, a Genova".

Oggi è impegnato a dare una mano agli ex giocatori indigenti, ("Ce ne sono tanti, che smisero negli anni Sessanta, guadagnando pochissimo") e con gli Ex Gialloblù è reduce da una partita di beneficenza a Barcellona. "C'erano 90mila persone al Nou Camp contro l'ultima in classifica, tante famiglie che all'indomani ho rivisto mentre facevano la fila davanti al museo dello stadio. Io non andavo al Bentegodi da tre anni prima di domenica scorsa. In passato ho dovuto esibire pure la carta identità. Così preferisco guardare le partite in tv. Totti per anni mi ha tenuto incatenato alla poltrona. Ammiro Milito, fantastico nel costruirsi certi gol. Per quel che ho visto Balotelli è certamente un talento vero, ma non mi chieda come lo gestirei io".

Non ha molta simpatia per Mourinho, pur reputandolo molto bravo, invece stravede per Prandelli, che ritiene il suo erede e che vedrebbe bene in Nazionale. Sono fatti della stessa pasta e insieme hanno trascorso un'estate in Spagna ad allenare i ragazzini. "Quando l'Inter mi esonerò avevo 58 anni, mi sentii al capolinea. Ho detto no a tutti. Lo dovevo soprattutto a mia moglie, riconoscente per i sacrifici che aveva fatto". E cosa ha fatto in tutti questi anni? Risposta: "Ho vissuto". Due figlie, due nipoti, due alberghi con un socio.

Gianni Brera, che lo ribattezzò Schopenhauer, disse che era da Milan, ma poi tirarono fuori la storia che era comunista. "Io votavo socialista, perché così faceva mio padre: la verità è che con Berlusconi non ci fu alcun contatto. Lo vidi solo una volta, nel sottopassaggio di San Siro, prima di un derby, e fu cortese. Mi avrebbe voluto invece il Milan di Giussy Farina. Firmai anche un precontratto, oggi si può dire, ma poi Ciccio Mascetti mi convinse a rimanere al Verona. La verità è che io non ero un allenatore da grande squadra, dove bisogna essere bravi nelle pubbliche relazioni, vincere e basta, senza tenere in conto altri valori".

Quel Verona era essenziale come il suo demiurgo e arrivava con tre tocchi davanti alla porta avversaria. Domenico Volpati ha raccontato che mentre la squadra si riscaldava, l'Osvaldo si metteva in un angolo a leggere la Gazzetta. La formazione attaccata alla porta dello spogliatoio con un cerotto. Il campionato più bello del mondo. "Non è vero che quella dell'Hellas fu un'impresa irripetibile: può succedere ancora. In Germania è appena successo, con il Wolfsburg, no?" Nella Verona di oggi le suonerie dei ragazzi riecheggiano la voce di Roberto Puliero che urla incredulo "reteeee" per il gol di Elkjaer segnato senza scarpa alla Juve. Su You Tube c'è il video di Galeazzi che lo prende sottobraccio: "Non mi dire che non te lo meriti?". E Bagnoli annaspa, non esulta, non grida. Dice solo: "Ce lo siamo meritati tutti". (12 maggio 2010)

FONTE: Repubblica.it


L'INTERVISTA / PARLA L'ALLENATORE DEL VERONA SCUDETTATO DELL' 85 CHE LASCIÒ LA PANCHINA 12 ANNI FA: «ERO ARRIVATO AL CAPOLINEA»
Bagnoli: «Il calcio di oggi? Brutto come la mia Milano»
«Mi piaceva solo Totti. Ma anche lui ha smesso di incantarmi»

DAL NOSTRO INVIATO VERONA - Cronache da una Milano sparita. «Sono nato alla Bovisa che era un rione periferico e industriale della città e questo marchio me lo sono portato sempre dietro. Abitavo in via Candiani, dove i treni delle Ferrovie Nord scaricavano tutta la gente che andava a lavorare negli stabilimenti lì vicino. Intorno a via Candiani c' erano tanti prati. Io sono cresciuto nei prati. Ci divertivamo a giocare con palloni di gomma o di stracci. Adesso quando torno alla Bovisa non riconosco più niente. Hanno costruito ovunque e hanno perfino sciolto la Ceretti e Tanfani che era la squadra del rione».

Cronache da una Milano che ha scritto il dopoguerra. «Nel '45 avevo dieci anni. Andavamo allo scalo ferroviario a rubare la legna e il carbone che avevano scaricato i camion tedeschi. Ricordo i bombardamenti, gli aerei sganciavano bombe che sembravano fuochi d' artificio. E il giorno della prima comunione, appena uscito dalla chiesa è suonato l' allarme: ci siamo gettati di corsa nel rifugio, che era sotto il prato. Finita la guerra rivedo invece gli americani che facevano le sfilate. Ricordo anche il giorno di piazzale Loreto. Si era diffusa la voce che ci avessero portato Mussolini: ci andai ma arrivai troppo tardi. Non vidi niente».

Cronache da un calcio che non c'è più. «Incominciai nel settore giovanile del Milan. Nel '55 giocai in prima squadra le ultime 8 partite poi, all' inizio della stagione successiva, quella in cui vincemmo lo scudetto, fui titolare nelle prime 5. Facevo l'ala destra, numero 7. Poi arrivò Cucchiaroni e non trovai quasi più posto. L'allenatore era Gipo Viani, un burbero che però ci sapeva fare. In quel Milan c'era Gigi Radice e c'era Cesare Maldini, un ragazzone. Lo ricordo timido, sempre in un angolino. C'era anche un biondino di 18 anni, si chiamava Reina ed era un vero talento. Un infortunio gli troncò la carriera. Era il più promettente di tutti noi».

Osvaldo Bagnoli, classe 1935, autore dell' ultimo miracolo calcistico all'italiana, quello dello scudetto al Verona, lei è uscito di scena nel febbraio del ' 94, dopo essere stato cacciato dall' Inter, e non è più tornato sui suoi passi.
Pentito? «No. Probabilmente ero arrivato al capolinea. Certe cose non le sopportavo più».

Quali cose? «Ad esempio i giovani: pretendevano tanto e davano poco. E se un insegnante non sopporta più i suoi allievi è meglio che smetta».

Guarda ancora le partite di pallone? «Vado a vedere il Verona. Ogni anno mi mandano un paio di tessere. Ci andiamo io e mia moglie». Il divertimento non sarà granché. «Però è la squadra che mi fa sentire dentro qualcosa».

Che gliene pare del calcio in tv? «Il Totti di un paio d' anni fa, quello prima dello sputo e dell'incidente, mi teneva attaccato al televisore. Adesso invece...».

Lei smise a 59 anni. Un' età in cui Capello (60) e Lippi (58) sono considerati al top... «Se è per questo Mazzone di anni ne ha 80... Arrivato all' Inter cosa mi rimaneva da fare? Avrei potuto sfruttare il filone economico, ma ognuno è fatto alla sua maniera».

In sostanza la esonerarono perché non avrebbe saputo valorizzare Bergkamp e Dell' Anno. «Ho cercato di capirci qualcosa. Anche perché ho visto che dopo di me all Inter sono successe sempre le stesse cose. L'Inter ha avuto presidenti paternalistici, che si innamoravano dei giocatori. E questo è un segno di debolezza... All' Inter ha fallito anche Lippi».

Come comunicava con Bergkamp e Jonk? «Quando dovevo fare certi sfoghi, veniva fuori il dialetto milanese. Mi sentivo più sicuro».

Ma Pellegrini capiva di calcio? «Con i presidenti per forza di cose dovevo parlare di calcio. Pellegrini? Adesso non ricordo neanche più se capiva o non capiva».

Da ex rossonero, le sarebbe piaciuto allenare il Milan? «Quando giocavo il sogno era quello della grande squadra. Da allenatore invece no. Arrivai all' Inter che avevo 57 anni e questo fatto mi sorprese. Al Milan o all' Inter si va da emergenti».

Lei, comunque, al Milan avrebbe avuto difficoltà a prescindere, visto che è comunista. «Io sono apolitico. Votavo socialista solo perché mio padre era socialista. Però è vero che Gianni Brera fece il mio nome a Silvio Berlusconi».

Risposta? «Gli fu detto che non andavo bene perché ero comunista. Così almeno mi è stato raccontato».

Che calcio era il suo calcio? «Sacchi ha avuto il merito di portare la cultura del lavoro nelle grandi squadre però ha pure originato un grosso equivoco. Si diceva che il suo calcio fosse offensivo ma come si fa a chiamare offensivo un calcio basato sul pressing e sul fuorigioco?».

Scusi ma che c' entra Sacchi? «Voglio dire che il mio calcio ha incominciato a cambiare con lui. Del resto una volta andavi in giro a piedi o in bici. Ora devi stare attento, se no ti tirano sotto. È il progresso».

Tra i giocatori che lei ha allenato c' è pure Francesco Guidolin... «Buon calciatore, con un difetto: mancava di carattere. Io l' ho avuto un solo anno, in serie B. Era il capitano, fece 10 gol. Era molto tecnico. Arrivato in A, la società mi impose Dirceu e io pensai di dare le dimissioni. Poi però mi dissi: se me ne vado per Dirceu mi danno del matto. Così Guidolin fu ceduto al Bologna».

Qual è stata la più grossa ingiustizia della sua carriera? «Il famoso Juve-Verona di Coppa dei Campioni. Pagammo noi per cose che non c' entravano con lo sport. La Juve era stata condannata a giocare due partite a porte chiuse e noi fummo le vittime sacrificali perché c' era da risarcire economicamente i bianconeri».

Il dopopartita fu tumultuoso. «Un mio giocatore tirò uno zoccolo che ruppe un vetro. Ne venne fuori un po' di casino e nel nostro spogliatoio entrò la polizia. Allora io feci una battuta: se cercate i ladri, sono dall' altra parte. Poi comunque la Juve venne eliminata dal Barcellona: ricordo ancora la gioia che provammo in quel momento».

Signor Bagnoli, che fine ha fatto il suo storico cappellino? Lo portavate lei e John Lennon... «Appena si abbassa la temperatura, io ho sempre il mio cappellino in testa. Ma non è un vezzo. Soffro di sinusite e all' inizio mi curavo con i fumenti, l' acqua calda e la camomilla. Fu un medico, tanti anni fa, a dirmi: mettiti il cappello e non toglierlo più. John Lennon non c' entra. Mica indosso sempre lo stesso modello».

* * * Secondo con l' Inter Poi arrivò l' esonero
Osvaldo Bagnoli è nato a Milano il 3 luglio 1935. Con il Verona ha vinto lo scudetto nell' 85, ha conquistato l' accesso alla Coppa Uefa (per due stagioni) e uno alla Coppa dei Campioni.
È rimasto a Verona fino al ' 90, stabilendo il record di presenze sulla panchina gialloblù. Ha allenato anche Genoa e Inter; con i nerazzurri si classificò al 2° posto nel campionato '92-'93.
L'anno dopo venne esonerato a metà stagione.

Costa Alberto
Pagina 51
(11 novembre 2006) - Corriere della Sera

FONTE: ArchivioStorico.Corriere.it

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