GLI SPECIALI BONDOLA/=\SMARSA Miti dell'HELLAS: Gianfranco ZIGONI detto 'Zigo' forse il più amato del Verona di tutti i tempi...

Pubblicato da andrea smarso venerdì 15 febbraio 2008 11:25, vedi , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Nessun commento

Gianfranco 'ZIGOGOL' Zigoni

 

Data di nascita:25/11/1944
Luogo di nascita:Oderzo (TV)
Nazionalità:Italiana
Ruolo:Ala sinistra/Centravanti
Altezza:176 Cm.
Peso:78 Kg.
Posizione:

Carriera da allenatore:

 SquadraStagionePartite  
Basalghelle--  
Ponte di Piave--  
Giovanili Opitergina--  

La zigomania colpisce anche la Spagna!

Carriera da giocatore:

 SquadraStagionePartiteGoal 
U.S. Piavon1983-198713929 
Opitergina1980-198313929 
Brescia1978-1980404 
Hellas Verona1972-197813929 
Roma1970-19724912 
Juventus1966-19708222 
Genoa1964-19665816 
Juventus1961-196440 
Giovanili Patronato Turroni Oderzo/PordenoneFino al 1961-- 

Zigogol in una recente intervista...

Vi ricordate di un certo Zigoni? Hi hi hi...
Uno dei calciatori più amati nella storia dell'Hellas forse il più amato di sempre... Ma aldilà delle sue "pazzie" era uno che sapeva giocare a calcio e che, vivendo forse un po' più da atleta e un po meno alla George BEST, sarebbe probabilmente diventato uno dei più grandi di tutti i tempi (anche se per la verità è stato uno dei più forti calciatori italiani di sempre), alcuni lo hanno infatti accostato, a torto o a ragione, a gente del calibro di MARADONA e PELE'... Una delle sue frasi celebri è «Metto fuori classifica io, Pelé e Maradona perché calcisticamente siamo tre extraterrestri»



Gli aneddoti di una vita raccolti in uno speciale di Raffaele Tomelleri +   -   =
  • ZIGONI giocatore di rugby mancato! Sognava di giocare con la palla ovale e invece 'finisce' per mettersi in mostra nelle giovanili della JUVE è quello che è successo a Zigo-Gol protagonista della puntata de 'Il Falco e il Gabbiano' di Enrico Ruggeri in onda martedì su Radio 24...
  • ELKJAER? Sono io il più forte! A chi lo paragona al 'Cavallo Pazzo' venuto dalla Danimarca ZigoGol risponde 'Elkjaer Sindaco? E io allora? Non scherziamo, sono io il più forte, avete dei dubbi?'
  • George BEST l'idolo di Zigo era il centravanti del MANCHESTER UNITED a cavallo tra il 1964 ed il 1974: 'Donne, whisky e allegria! Un grande' dice di lui
  • Heriberto HERRERA e... La privacy violata 'Mi chiamava alle 10 di sera per vedere se ero a casa, una volta lo attaccai al muro per questo...'
  • PELÈ, MARADONA e... ZIGONI i tre calciatori più forti di tutti i tempi - ha affermato più volte ZigoGol - ma non necessariamente in quest'ordine - ha anche aggiunto
  • Grande MASCETTI! 'A Ciccio una volta volevo rubare un rigore ma MAZZANTI mi trascinò via...'
  • Solo Dio forse... 'Quand'ero in giornata niente e nessuno poteva fermarmi a parte Dio... Forse'
  • GUIDOLIN? Uno spettacolo... 'Era mio compagno di stanza e alla mattina gli facevo sempre portare il caffè... Proprio un bravo ragazzo ed uno spettacolo di cameriere!'
  • Affezionato a Gigi Simoni che da allenatore del BRESCIA 'Mi faceva fare un po' quel che volevo... Mi aveva capito proprio bene!'
  • L'importante è divertirsi! A chi lo ha accusa dicendogli che, se solo si fosse allenato di più, Zigoni sarebbe stato un fuoriclasse lui è uso rispondere 'Forse è vero, però... Di sicuro non mi sarei divertito così tanto! Fumavo fino a 40 sigarette al giorno e con le donne non mi sono mai trattenuto. E allora?'
  • Pochi i gol di testa realizzati da Zigo 'Ma solo perchè non volevo spettinarmi!' si affretta ad aggiungere...


  • Balotelli? Un dilettante delle bravate! 'Portavo sempre con me una pistola modello Colt 45, sparavo ai lampioni quando mi annoiavo nei ritiri, altrochè Mario Balotelli...'
  • La gloria è tutto e tutto è niente 'No, non festeggiatemi, non ho fatto niente. Non voglio la gloria. La gloria è tutto e tutto è niente'
  • 'La mia maglia, la mia gente' La numero 11 gialloblù era la sua maglia 'La più bella di tutte' - confida - 'Le ho voluto bene, è come se non l'avessi mai tolta'... E sui veronesi 'Vorrei abbracciare tutta la gente di Verona. Mi ha dato molto di più di quello che io ho dato al Verona'
  • Proverbiale la strafottenza zigoniana 'A volte dicevo al mister: Faccia giocare gli altri, io entro dalla panchina e le faccio vincere la partita'
  • A 43 anni giocò l'ultima gara ufficiale con l'U.S. PIAVON in Terza Categoria e si congedò dalle folle con un poker!
  • Anche il Trap si sbilanciò e dopo averlo visto giocare (in Genoa 3-1 Milan degli anni '60 con tripletta del Zigo) confidò 'Zigoni è più forte di Pelè'. In effetti Gianfranco era pure convinto della cosa, poi vide giocare dal vivo la 'perla nera' in un'amichevole col SANTOS e fu preso da istantanea depressione almeno fino a che in quella stessa gara Edson Arantes do Nascimento non sbagliò un rigore e allora Zigo tornò a pensare che in fondo fosse umano...
  • L'invidia di LOGOZZO, la risposta di VALCAREGGI... Il difensore si lamenta col tecnico scaligero per i permessi accordati a Zigo, glaciale la risposta dell'allenatore 'Lui non è come te. Lui è ZigoGol!'
  • SIVORI e quel 10 negato... Quando Zigo arrivò alla JUVE il fuoriclasse oriundo mise subito in chiaro le cose 'Tu giochi col 10?' - disse a Gianfranco - 'Il 10 è mio, tu non giocherai mai nella Juventu'
  • 6 giornate di squalifica e trenta milioni di multa per aver insultato un guardalinee dicendogli di infilarsi la bandierina... Proprio là! 'Il prezzo della mia libertà di opinione' afferma ancora oggi ZigoGol
  • Il 5 a 3 col Milan? Quel giorno entrando in un Bentegodi pieno di bandiere rossonere dissi ai compagni 'Oggi noi non perdiamo!'; poi sappiamo come finì e come il MILAN lasciò a Verona uno scudetto ormai vinto ma io non segnai... In effetti segnavo solo quando serviva!
  • Che Guevara e Gesù Cristo i due miti di Zigo che in un'intervista al Corriere del Veneto racconta di uno stile Juve troppo stretto per i suoi gusti in un periodo in cui, studiando il mito di Che Guevara e i suoi Barbudos, non voleva radersi e portare i capelli lunghi... Come Gesù Cristo l'altra icona che Gianfanco definisce immortale
  • La Nazionale? Poteva attendere... Giocai una sola partita in Nazionale, in Romania: faceva troppo caldo, dopo 45’ uscii...

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Gianfranco Zigoni

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

«Metto fuori classifica io, Pelé e Maradona perché calcisticamente siamo tre extraterrestri.»
(Gianfranco Zigoni)

Palmarès
* 1 Campionato Primavera, 1963
* 1 Coppa delle Alpi, 1963
* 2 Scudetti, 1961 e 1967
* 1 Trofeo Anglo-Italiano, 1972
* 2 promozioni in Serie A, 1975 e 1980
* 1 promozione in Seconda categoria, 1984

Presenze in Nazionale
Il 25 Giugno 1967 a Bucarest ROMANIA 0-1 ITALIA valevole per la qualificazione agli Europei del 1968


Gianfranco Cesare Battista Zigoni (Oderzo, 25 novembre 1944) è un ex calciatore italiano.
Idolo delle tifoserie delle squadre in cui ha giocato, si è procurato con gli anni una reputazione di ribelle ed eccentrico a causa del suo amore per l'alcol, le donne e i motori e per alcuni suoi comportamenti piuttosto bizzarri. Divenne per questo uno dei calciatori simbolo degli anni settanta[2].
Ha timbrato 265 presenze e 63 gol in A con le maglie di Juventus, Genoa CFC, Roma, Verona, oltre a tre convocazioni in Nazionale, dove però scese in campo solo una volta.

I primi anni
Nativo di Oderzo, ha trascorso l'infanzia nel Quartier Marconi, zona ai margini meridionali della cittadina, provenendo da una numerosa famiglia contadina.
Da adolescente giocò nel Patronato Turroni, la squadra giovanile dell'oratorio. Notato dagli osservatori della Juventus, entrò nelle giovanili del Pordenone, all'epoca società satellite dei bianconeri, quindi si trasferì a Torino, debuttando in prima squadra il 10 dicembre 1961 in campionato contro l'Udinese a diciassette anni. All'epoca giocò anche un'amichevole con il Real Madrid, persa dagli juventini per 3 a 1: la leggenda vuole che al termine della gara Josè Emilio Santamaria, difensore del Real, lo paragoni a Pelé con tanto di bestemmia annessa.
Nel 1961 giocò proprio contro Pelè in amichevole contro il Santos.
Zigoni, in tre anni alla Juventus, giocò in campionato quattro partite in Serie A segnando un gol. Con una sola presenza nella stagione 1960/61, ovvero l'esordio in serie A e nei campionati professionistici, poté fregiarsi del titolo di campione d'Italia 1961.

Al Genoa
Nell'estate del 1964, Zigoni si trasferì al Genoa. Nella sua prima stagione in Liguria segnò, in media, un gol ogni tre partite: saranno otto in tutto al termine della stagione in cui però la squadra retrocesse.
Nella stagione successiva esordì in Serie B, segnando 8 gol in 34 incontri: la squadra non ottenne la promozione per due punti, classificandosi quinta.

Alla Juventus
Al termine del prestito Zigoni fece ritorno a Torino: con la Juve nella stagione 1966-67 vinse il suo unico scudetto, contribuendovi con 8 gol in 23 partite. Nella stagione successiva giocò le sue uniche partite in Coppa dei Campioni.
Al 25 giugno 1967 risale invece la sua unica partita in nazionale, Romania-Italia 0-1. Verrà convocato altre due volte, senza però scendere in campo.
Anche nelle stagioni successive le sue presenze in campo non furono mai più di 22-23 all'anno, complici anche le frequenti squalifiche dovute al suo temperamento irrequieto. I gol invece calarono: sette nella stagione 1967-68, appena tre in quella successiva, quattro (in 14 gare) nella stagione 1969-70, l'ultima con la casacca bianconera.
In totale con la Juventus Zigoni segnò 35 gol in 122 partite. Anni dopo dichiarò che tra tutte le squadre con cui aveva giocato, solo la Juventus non gli era rimasta nel cuore, per la freddezza di dirigenti, città e tifosi.

Alla Roma
Zigoni va quindi a giocare nella capitale, nella Roma di Amarildo, Luis Del Sol, Aldo Bet e Franco Cordova. L'allenatore è Helenio Herrera.
Nei suoi due anni con la "Rometta" mise a segno 12 gol in 49 partite, ottenendo un sesto ed un settimo posto in serie A. Nella sua seconda stagione giallorossa vinse il Trofeo Anglo-Italiano, contribuendo tra l'altro con un gol in finale, nel 3 a 1 contro il Blackpool F.C. il 24 giugno 1972.

Al Verona
Nel 1972, a ventotto anni, venne ingaggiato dal Verona. Negli anni passati in Veneto segnò meno che nelle stagioni precedenti, ma continuò a mettersi in evidenza, specie in episodi come il 5 a 3 al Milan del 20 maggio 1973.

La "Fatal Verona"
Il 20 maggio 1973, ultima giornata di campionato, il Milan in testa alla classifica doveva vincere a Verona per vincere lo scudetto: il giorno precedente l'allenatore rossonero Nereo Rocco aveva definito la gara una pura formalità. Furono invece i veronesi a vincere per 5 a 3, permettendo alla Juventus di superare di un punto i rossoneri e vincere il quindicesimo titolo. Zigoni in quella gara non segnò, ma realizzò gli assist al a Livio Luppi. Questo fu il primo dei due episodi che fece diventare la città scaligera per i milanisti la Fatal Verona. Zigoni quindi per la terza volta aveva contribuito a far vincere uno scudetto ai bianconeri; stavolta, però, vestendo la maglia di un'altra squadra.


Gli anni successivi
Nel 1974 la squadra venne retrocessa d'ufficio all'ultimo posto per illecito sportivo: Zigo, nonostante una generosa offerta dell'Inter, rimase, contribuendo nella stagione successiva all'immediata promozione con 9 gol, il massimo numero di reti da lui segnato nelle sei stagioni veronesi. Nelle due annate successive segnò 2 gol in 18 presenze e 6 gol in 26 presenze: la squadra si classificò rispettivamente undicesima e nona. Nella stagione 1975-76 la squadra raggiunse, e perse, la finale di Coppa Italia.
Nella stagione 1977-78, l'ultima a Verona, andrà a segno soltanto una volta in 26 partite.

Al Brescia
Nel 1978, ormai 34enne, passò al Brescia. La squadra, in Serie B, stava per uscire da uno dei periodi più bui della sua storia grazie all'allenatore Luigi Simoni. Durante il suo primo anno segnò 4 gol in 21 partite: la squadra arriva ottava.
Nella stagione successiva invece i lombardi ottennero il terzo posto e la promozione in A. In quella stagione Zigoni non andò mai in rete in 19 presenze, uscendo quindi dai piani della società.

Il ritorno a casa
Nell'estate del 1980, quella dello scandalo del "Totonero", Zigoni fu contattato di nuovo da Luigi Simoni, nuovo allenatore del Genoa, per tornate a giocare in Liguria, ancora in Serie B. Zigoni, ormai trentaseienne, preferì tornare ad Oderzo abbandonando il professionismo e andando a giocare nella squadra della sua città, ritrovandosi in squadra il suo concittadino Renato Faloppa. Nella cittadina trevigiana giocherà tre anni.
La dirigenza biancorossa, potendo contare su due "stelle" come Zigoni e Faloppa, puntava alla promozione in serie C2: la squadra invece finì il campionato penultima. Nella stagione 1981/82 invece la squadra perse la promozione soltanto allo spareggio contro il Pro Gorizia, mentre l'anno successivo arrivò terza.

A Piavon
Zigoni accettò poi la proposta dei dirigenti dell'Unione Sportiva Piavon, squadra di Terza Categoria, dove ottiene una promozione alla Seconda Categoria.
A Piavon, frazione comunale di Oderzo, terminò la carriera a quarantatré anni, contribuendo alla salvezza della squadra: l'ultima partita della carriera, nel maggio 1987, la giocò contro il Musile di Piave, segnando quattro gol: la gara finì 5 a 4 e la notizia venne pubblicata perfino dalla Gazzetta dello Sport.
Nello stesso periodo gestiva un negozio di articoli sportivi a Oderzo sempre insieme a Faloppa.

Dopo il ritiro
Dopo il ritiro Zigoni entrò come allenatore nel settore giovanile dell'Opitergina. Una decina di anni dopo lasciò polemicamente la società per andare ad allenare i giovanissimi nel Ponte di Piave e nel Basalghelle, due società dilettantistiche della zona.
Ha avuto quattro figli: di questi, uno ha tentato la carriera sportiva, così come alcuni suoi nipoti.
Nel 2002 ha pubblicato, per le edizioni Biblioteca dell'Immagine di Pordenone, il libro Dio Zigo pensaci tu, un'irriverente e romanzata biografia, scritta dall'amico e collega Ezio Vendrame.
Oggi è responsabile della Scuola Calcio del Basalghelle a lui intitolata, e viene spesso invitato a partecipare come opinionista in trasmissioni calcistiche in televisioni locali.

FONTE: It.Wikipedia.org

Gianfranco ZigoniZigo: 1-2 e gooool!

Zigoni sfida la leggenda del Bentegodi
Calcio Serie B. Gianmarco con la Spal domani a Verona nel “tempio” di papà Gianfranco: «Sogno una sua tripletta»

di Massimo Guerretta
19 febbraio 2017
ODERZO. «Quando gioca il Verona allo stadio tutti siam. Quando segnerà Zigoni, tutti insime c’alzerem, e allora griderem alè alè gialloblù». No, non è un tuffo nel passato. È un coro che ancora oggi si canta al Bentegodi, nella curva dell’Hellas. Ecco, magari domani non lo faranno: Zigoni sarà il loro avversario. Già, perchè se uno è nella storia del Verona, assieme a gente come Elkjær, Toni, Briegel, l’altro al Bentegodi non ha ancora mai giocato. E ci arriva domani sera, nel posticipo di B: Gianmarco Zigoni sfida il passato di papà Gianfranco, “Zigo-gol” per tutti, a Verona. Dove il pargolo (che è nato proprio nel capoluogo scaligero, anche se è opitergino doc e ha segnato 100 gol con le giovanili del Treviso) sfida con la sua lanciatissima Spal la corazzata Hellas. Sarà la prima volta di un Zigoni al Bentegodi, dal ’78 «Io contro il Verona, dopo essere andato via, non giocai», dice Zigo senior, «Mai. Potevo farlo con il Brescia ma rifiutai. L’allenatore era Simoni e gli dissi: “Gigi, tu fai quello che vuoi ma io non me la sento”. Sarebbe stato come giocare contro... mia madre».

Il figlio, invece, è in rampa di lancio: sei reti in campionato finora per Gianmarco, compresa una tripletta a fine anno, e la “scomoda” concorrenza del neoarrivato Floccari a fargli rischiare la panchina. «È una partita molto attesa da tutti - ha detto l’attaccante alla Nuova Ferrara - è la partita dell'anno: siamo a un punto da loro in classifica e se riuscissimo a vincere, oltre a superarli, per noi ci sarebbe un grandissimo slancio morale». L’esser nato a Verona aumenta l’attesa per l’ex attaccante del Treviso: «È chiaro che la sento in modo particolare, mio papà è stato un idolo a Verona, è stato protagonista per tanti anni con quella maglia. Io spero davvero di giocare, non importa se dall’inizio o a gara in corso, ma spero di fare parte di questa partita e dare il mio contributo. Il “Bentegodi” è un impianto di serie A, lì ho i miei primi ricordi di calcio visto dal vivo, erano i primi anni 2000: non ci ho mai giocato ed è una lacuna che vorrei colmare». In questi giorni “little Zigo” non ha parlato con il papà: «Ci siamo sentiti la settimana scorsa, abbiamo parlato di gare precedenti, non ancora di questa. So che lui la sentirà davvero in maniera particolare, non credo che verrà a vederla dal vivo allo stadio».

Zigo è un padre d’oro: sa benissimo che se andasse al Bentegodi i riflettori sarebbero tuti per lui. «Guarderò la partita sul divano», conferma, «da giorni penso al momento in cui un altro Zigoni sarà in campo a Verona. Avverto già il brivido che mi scorrerà dentro. «È una gara
che deve finire 3-3, con una tripletta di Gianmarco. Il mio sogno è questo. Ma ne ho altri due: il Verona promosso in A, assieme alla Spal. E poi che l’Hellas ingaggi proprio mio figlio. Che è più forte di me». Con una promessa: «Se la Spal viene promossa vado a Ferrara a piedi, da Oderzo».

FONTE: TribunaTreviso.Gelocal.it


Spal, uno Zigoni al “Bentegodi”
Papà Gianfranco: «Spero che Gianmarco giochi, segni, vinca»

di Paolo Negri
16 febbraio 2017
FERRARA. Zigoni al “Bentegodi”. Nulla di strano. Parliamo dello stadio che è stato il regno del giocatore-simbolo della storia del Verona. Amato, idolatrato, come nessun altro. Gianfranco Zigoni, appunto, mito assoluto dell’Hellas. Il fatto è che lunedì sera, in Verona-Spal, a scendere in campo sarà ovviamente Gianmarco, centravanti biancazzurro e figlio del grande Zigo. Fatto storico: da quando Gianfranco lasciò il Verona, nel 1978, al “Bentegodi” non ha mai più giocato uno Zigoni. Il motivo è semplice e ieri ce lo ha spiegato lo stesso papà Zigoni: «Io contro il Verona, dopo essere andato via, non giocai. Mai. Potevo farlo con il Brescia ma rifiutai. L’allenatore era Simoni e gli dissi: “Gigi, tu fai quello che vuoi ma io non me la sento”. Sarebbe stato come giocare contro... mia madre».

Che effetto le fa pensare che uno Zigoni sarà di nuovo in campo al “Bentegodi”?
«Per ora sono tranquillo. Poi, quando Gianmarco entrerà... non lo so. Ma sarà bello. Ci sarà tanta emozione da parte mia vedendo Gianmarco giocare nel “mio” stadio, là dove mi vogliono ancora bene».

Gianmarco come la vivrà?
«È nato a Verona, vi ha abitato per un po’, ma è totalmente preso dalla Spal. Non solo perchè ci gioca, ma anche perchè ne è diventato un grande tifoso. La ama. A Ferrara e nella Spal è felice. Spero che giochi e che segni e che vinca. E che anche i tifosi del Verona lo applaudano, come fosse un omaggio per me».

Lei sarà allo stadio?
«No, mi emozionerei troppo. Non voglio star male. Guarderò la partita davanti al televisore. Se andrà bene sarò felice, in caso contrario starò male per Gianmarco e per la Spal della quale sono sempre stato un simpatizzante».

Per quale motivo?
«Perchè le facevo sempre gol, perchè contro la Spal non ho mai perso... No, scherzo. È tutto vero, ma la Spal mi stava a cuore per il colore delle maglie, uguale - o simile - a quello della maglia di Fausto Coppi, il grande idolo della mia gioventù. E alla Spal, in ogni caso, ora sono affezionato. Nella vita c’è un destino, non si scappa».

In che senso?
«Mio nipote, il figlio di mia sorella, ha giocato nella Spal. Fontani, terzino sinistro (stagione 1977/78; ndr). Lo zio di mia moglie, Ronzon, giocò nella Spal, nel settore giovanile. E questa è la terza stagione di Gianmarco lì. Inoltre, io ho giocato nella Juventus con Pasetti, Bozzao, Gori, tutti spallini. E sono stato nel Genoa con Ranzani. C’è stato e c’è tanto, a legarmi alla Spal».

Lunedì sera chi vincerà?
«Sono innamorato del Verona ma spero che vinca la Spal. E che Verona e Spal salgano insieme in serie A. Sarebbe il massimo, una delle più grandi gioie della mia vita sportiva».

La Spal può farcela?
«Due posti per salire direttamente, lotta tra Frosinone, Verona, Spal e Benevento, 25% di chances a testa. Puntavo più sul Verona che sul Frosinone, che contro la Spal ha vinto fortunosamente, e che dovrà venire a Ferrara. Al netto di variabili, sono tutte alla pari, non vedo grandi differenze».

Il suo sogno?
«Che la Spal vada in serie A e Gianmarco venga confermato. Spero che lo riscattino. In famiglia siamo tutti felici di saperlo lì. E poi la Spal farebbe un affare. Gianmarco ha iniziato presto ma è maturato tardi, ora si sente più sicuro, continua a migliorare come personalità e potrà dare anche di più. Davanti c’è concorrenza? Per andare in A servono tutti».

Concludendo?
«Se la Spal viene promossa vengo a Ferrara a piedi, da Oderzo».

Zigoni, grazie: è sempre disponibili e gentile...
«Ma quale gentile! Io sono... un killer».

FONTE: LaNuovaFerrara.it


L'INTERVISTA
Zigoni: Sogno il Verona e la Spal promosse in A
17/02/2017 09:58
"Verona-Spal? Deve finire 3-3, con una tripletta di Gianmarco. Il mio sogno è questo. Ma ne ho altri due: il Verona promosso in Serie A, assieme alla Spal. E poi che l’Hellas ingaggi proprio mio figlio. Che è più forte di me: lui è un centravanti nato. A venticinque anni sta per raggiungere la piena maturità. Per il gol ha istinto, ben più di quanto ne avessi io. È un ragazzo alto e con un gran fisico. Va a letto presto, conduce una vita regolare, cura l’alimentazione. Vi pare che io avrei potuto farlo?" Gianfranco Zigoni parla in un'intervista alla Gazzetta dello Sport in vista di Verona-Spal di lunedì sera. Match che vedrà suo figlio Gianmarco scontarsi contro la sua amata ex squadra.

L'idolo del Verona ha ricordato il suo passato in maglia gialloblù: "A me non ne fregava nulla: giocavo per la gente. Quando chiudo gli occhi sento ancora l’urlo del Bentegodi. Non avrei mai potuto tradire quelle persone. Stravedevano per me e io stravedevo per loro. Pazzini-Zigoni insieme un giorno? magari: che grande intesa avrebbero! La stessa che c’era tra me e il grande Livio Luppi. Il Verona quest'anno ha un Luppi in rosa? Allora ci vuole anche uno Zigoni. Non subito, perché non si può e perché Gianmarco sta benissimo alla Spal".

Zigoni crede che un giorno anche suo figlio possa indossare la maglia gialloblù: "Gianmarco all’Hellas avrebbe un grande peso per il cognome che porta? Non più. Si è liberato dal peso del cognome che porta. Non è più solamente il figlio di Gianfranco. E un giorno, chissà, giocherà a Verona. Il posto in cui è nato, la città più bella del mondo, soprattutto in questo periodo, con la primavera che si avvicina e la luce che filtra magica tra le vie. La amo, e amo Oderzo. Qui esco, cammino e vado al cimitero, a salutare i miei veri amici. Quelli che mi ascoltano sempre e non parlano mai".
L.VAL.

FONTE: TGGialloBlu.it


SERIE B
Verso Hellas-SPAL, Zigoni Sr.: "Spero che Gianmarco segni e vinca"
16.02.2017 15.42 di Luca Bargellini Twitter: @barge82
"Spero che Gianmarco segni e vinca", è il pensiero che Gianfranco Zigoni, icona del Verona e padre del centravanti della SPAL, dalle colonne de La Nuova Ferrara a quattro giorni dal big match fra gli scaligeri e gli estensi al Bentegodi.

FONTE: TuttoMercatoWeb.com


SERIE A
TMW RADIO - Zigoni: "Roma, manca cattiveria. Napoli, servirà un miracolo"
12.12.2016 20.45 di Francesco Fontana
Intervistato dalla redazione di TuttoMercatoWeb Radio durante la trasmissione 'Pomeriggio TMW Radio', l'ex attaccante di Verona, Roma e Juventus Gianfranco Zigoni ha parlato di varie tematiche, soprattutto riguardanti i sorteggi di Champions League ed Europa League.

Apertura, però, dedicata a un confronto molto particolare: "Dybala come Sivori? No, credo non si possa fare un paragone del genere. Paulo è bravissimo, ma Omar era un'altra cosa. Sapevamo che lui in qualche modo ci avrebbe comunque salvato".

CHAMPIONS LEAGUE - "Servirà un miracolo per il Napoli, speriamo possa giocare proprio come ha fatto a Cagliari. Se il Real dovesse essere al top sarebbe molto dura, ma lo sarebbe stato anche per la Juventus. Il 'San Paolo' potrebbe essere un elemento, ma contro una squadra con poca esperienza. Non contro il Real Madrid".

JUVENTUS - "Ho visto un buon Torino, ma Allegri ha a disposizione dei grandi campioni. Soprattutto Higuain. Mandzukic? Credo sia stato il migliore nelle ultime settimane. Normale non essere contento quando si esce, ma dovrebbe anche capire anche il proprio allenatore".

EUROPA LEAGUE - "La Roma può vincere contro chiunque, non deve assolutamente aver paura del Villarreal. Purtroppo le manca la cattiveria della Juventus, e si vede quando si fa rimontare in partite che sembrano chiuse. Spesso butta via dei punti ormai acquisiti, questo mi fa arrabbiare molto".

FONTE: TuttoMercatoWeb.com


NEWS
Zigoni: “Scusa Verona, tifo per mio figlio”
L’ex attaccante: “L’Hellas andrà in A, ma sogno dei gol di Gianmarco nella partita di Ferrara”

di Redazione Hellas1903, 20/09/2016, 08:35

Seguirà la partita di Ferrara tra Spal e Verona da casa, Gianfranco Zigoni.
Da vedere se suo figlio Gianmarco sarà in campo con la squadra emiliana contro l’Hellas. In gialloblù suo padre è stato e resta una leggenda.
Gianfranco, intervistato dal Corriere di Verona oggi in edicola, dice: “Mi tocca tifare contro il Verona, stavolta. Ed è durissima. Un figlio viene davanti a tutto. Di sicuro non resto insensibile, qualcosa si muove dentro. Ma non è un cruccio, le cose gravi sono altre. Spero che Gianmarco sia in campo e che segni”.

Prosegue Zigoni: “Il Verona è dirompente, ha delle qualità che la Spal non può eguagliare. Sono certo che salirà in Serie A e lo farà offrendo un bel calcio, com’è accaduto finora, per quanto non tutti i risultati siano stati favorevoli”.

FONTE: Hellas1903.it


Zigoni: “Sei forte Verona ma se avessi riformato la coppia Luppi-Zigoni…”
5 agosto 2016

Armando Mantovanelli
Quando lo si contatta, la telefonata resta in equilibrio tra il serio e il faceto. Con Zigoni non può che essere così: come quando era calciatore, mantiene lo stesso atteggiamento fuori dalle righe. Un animo pazzerello ma gradevolissimo perché marcatamente a tinte gialloblù.
Il tono di Gianfranco è amichevole, quasi amorevole quando gli si nomina l’Hellas: da quel preciso istante, e per solo un attimo, dalla sua voce traspare un pizzico di commozione che lambisce la nostalgia di essere distante da Verona città e dal Bentegodi.

Una chiacchierata tra amici, dunque. Appena poche considerazioni per risvegliare antichi sapori e vecchie emozioni.
“La stagione dei gialloblù non sarà facile – attacca subito Zigo -. Il fardello mentale della retrocessione è da eliminare nel più breve tempo possibile perché l’Hellas deve tornare immediatamente in A”.

Scalda i motori l’ex gloria veronese e sull’esito del calendario estratto l’altra sera, Zigo non ha dubbi e semplifica tutto alla sua maniera: “che differenza c’è ad incontrare una squadra in un momento o in un altro? Prima o poi vanno affrontate tutte e per me il calendario è solo quello che si appende al muro con i numeri che vanno dall’1 a 30/31”.

Il solito istrione, genio e sregolatezza da calciatore, mito eterno ieri, oggi e domani:
“Il mio Verona dovrà stare particolarmente attento solo alle squadre retrocesse assieme a lui ma non dovrà mai aver paura di nessuno” – aggiunge.
“Poi – tira un sospiro – è chiaro che spero che in lotta ci sia anche la Spal. A Ferrara c’è un attaccante fortissimo.. – ndr ride riferendosi al figlio.

In realtà penso che quest’anno sarebbe stata l’annata giusta per vedere Gianmarco nel Verona: assieme a Luppi l’accoppiata avrebbe certamente risvegliato i magnifici anni 70. Sai che revival..”
“Ma al Verona – continua Zigo – gli attaccanti da doppia cifra non mancano di certo, dentro e fuori dal campo”.

E dopo un attimo di silenzio riprende: “Il riferimento a Luca Toni e’ scontato. Un campione sul rettangolo verde e un dirigente di prospettiva. È un ragazzo intelligente ed ha solo bisogno di fare un po’ di esperienza. Poi i risultati verranno raggiunti in automatico”.
“Tra l’altro – conclude Zigo – che la società abbia deciso di trattenere Toni all’interno della propria struttura è decisamente una scelta furba. Lui conosce l’ambiente ed ha grandi motivazioni: sono anni che vado ripetendo che i club dovrebbero avere un occhio di riguardo verso gli ex beniamini e Verona con lui ha decisamente fatto un ottimo affare!”

FONTE: HellasNews.it


NEWS
Zigoni: “Sogno mio figlio nel Verona”
L’ex attaccante: “Bella coppia con Pazzini, loro due come me e Luppi”

di Redazione Hellas1903, 16/06/2016, 08:39

Gianfranco Zigoni, attaccante gialloblù degli anni ’70 e idolo della tifoseria gialloblù, parla con il “Corriere di Verona” oggi in edicola delle scelte dell’Hellas.
Zigoni si sofferma sul reparto avanzato e dice: “Se Pazzini resterà, come sembra, che comprenda alla svelta che la B non è una passeggiata”.
E aggiunge: “Ho un sogno: che come fu per il mio fraterno amico Livio Luppi, possa duettare con uno Zigoni. Non io, ma mio figlio Gianmarco, che è stato promosso dalla Lega Pro con la Spal e che ha il cartellino di proprietà del Milan. Un altro Zigoni che riporta in A il Verona, che grande storia”.

FONTE: Hellas1903.it


22:10 | lunedì 16 maggio 2016
Spal, Gianfranco Zigoni: «Gianmarco può giocare in Serie A»
Continua: «Si trova bene a Ferrara, ma anche al Milan potrebbe fare bene»

di Massimo Balsamo - twitter:@Massimo_Bals©imagephotoagency.it

HELLAS VERONA SPAL GIANFRANCO ZIGONI GIANMARCO ZIGONI - Decine e decine di gol in Serie A, un feeling con la rete tramandata al figlio: parliamo di Gianfranco Zigoni, ex Juventus ed Hellas Verona, padre di Gianmarco Zigoni, protagonista nella promozione della Spal in Serie B. Intervistato da Libero, Gianfranco Zigoni ha parlato del figlio, del passato ma non solo: «Mio figlio giocherà contro l’Hellas? Che emozione! Non riesco a immaginarmelo quel giorno. Non so per chi farò il tifo. Sai cosa mi piacerebbe? Un bel 3-3, con tre gol di Gianmarco. Ma ascoltami: non può prenderlo il Verona? C'era stato un interessamento,anni fa. Lo voleva Gibellini, il direttore sportivo. Mi ero anche visto con lui e ne avevamo parlato. Purtroppo però il momento era sbagliato. Il Verona era in serie C e Gianmarco giocava già in B. Non se l'era sentita di andare, anche se lui è un veronese, è nato a Verona, vuol bene alla squadra, ma ovviamente meno di me, perché io il Verona lo amo. Adesso però mio figlio potrebbe anche giocare in A, non ci sono dei mostri lì. Al Milan? Lui si trova bene a Ferrara. È felice, gioca in un club glorioso. Però ascoltami: il Milan ha speso un sacco di soldi per giocatori che fanno le riserve e che guadagnano minimo 2 milioni l'anno. Al Milan aveva fatto vincere anche la Coppa Italia Primavera dopo un sacco di anni».

CONTINUA - «Testa matta come il padre? No. È questo che mi fa rabbia. Io ero pazzo, non avevo voglia di allenarmi. Ero più appassionato di rugby che di calcio. Lui invece è serio, vuol sempre migliorarsi. Ha fisico, fa reparto da solo, in area è micidiale. Calcia sia di destro sia di sinistro. Io il destro al massimo lo usavo per salire sul tram. Però se in attacco con lui ci fossi io gli farei fare una valanga di gol in più. Il primo consiglio? Gli ho detto:“Ricordati Gianmarco, non abbatterti mai. Hai scelto il peggior ruolo che possa esistere, quello dell’attaccante. Se segni ti osannano,se non fai gol per una partita o due ti massacrano”. Guarda, mi è venuto in mente Bacca, quello del Milan: cazzo, ha fatto 15 gol quest'anno, cosa deve fare di più quel povero disgraziato?. In panchina con una pelliccia? Sì, bianca. Era di lupo. Me l'aveva regalata una signora,non mi ricordo chi. Ma me ne avevano regalate anche altre. Valcareggi, mio allenatore pure al Verona, mi aveva detto: “Zigo, oggi tu non giochi”. Gli ho risposto: “Io? Il più grande giocatore del mondo? Ti faccio vedere…”. Ho messo anche il cappello da cowboy e sono andato in panchina così». Guidolin mi portava la colazione a letto? Sì, era il mio compagno di camera ma anche il mio cameriere personale. Gli ordinavo brioche, tè e succo d'arancia. Che grande… Alleno ancora i ragazzini dell’Opitergina? No. Nella vita arriva un certo momento in cui, se ti accorgi che le cose non le fai più con gioia, vuol dire che devi smettere di farle se no non sei più un uomo libero. E poi era un impegno, sai?Tre allenamenti alla settimana oltre alla partita. Non me la sono più sentita. Cosa faccio oggi? In questo momento mi trovo in aperta campagna vicino al fiume, un posto meraviglioso. Sono con degli amici. E sai a cosa giocano? A foot golf. È proprio un gioco del cazzo».

FONTE: CalcioNews24.com


NEWS
Zigoni: “Verona in B, non me lo sarei mai aspettato”
L’ex attaccante: “Rosa migliore di altre squadre, difficile capire cosa non abbia funzionato”

di Redazione Hellas1903, 28/04/2016, 11:19

Gianfranco Zigoni, ex attaccante, uno degli storici idoli della tifoseria del Verona, commenta ai microfoni di www.hellas1903.it la retrocessione in B della formazione gialloblù.

Dice: “Non me la sarei mai aspettato un epilogo così. Il Verona ha una rosa, o almeno così ritenevo, superiore a molte squadre che invece gli sono arrivate davanti. Purtroppo ha perso gli scontri diretti con Carpi e Frosinone: avrebbe potuto salvarsi nonostante quel che è avvenuto nella prima parte della stagione. Invece si è arreso, mi è parso che in certe gare abbia mollato sul piano della convinzione”.
Prosegue Zigoni: “Sono dispiaciuto, è chiaro che molte cose non hanno funzionato. In Serie B servirà un rinnovamento dell’organico, la categoria è diversa ed esige degli interventi idonei”.
Redazione Hellas1903

FONTE: Hellas1903.it


CALCIO, DONNE E MOTORI 09/04/2016 10:01
Gianfranco Zigoni, eccentrica bandiera veronese, e la sua unica volta al San Paolo
di Davide Morgera -
Il carattere del tipo, capelli lunghi al vento e barba lunga giusto due giorni, lo si evince dal racconto di un episodio che assume i caratteri leggendari anche a distanza di anni. Si dice che, in una trasferta della Juventus nel 1964, il grande Omar Sivori, idolo incontrastato del giocatore in questione, appena sceso dal treno gli sussurrò: «Ragazzo portami la valigia». Il giovanotto, che aveva deciso che il tempo della gavetta per lui era finito, si rivolse così al fuoriclasse argentino: «Eh no, caro Omar, adesso tu porta la mia». Da quel giorno ognuno si portò per sempre la propria valigia. Senza rancore.

Questo era ed è ancora Gianfranco Cesare Battista Zigoni, trevigiano del 1944, genio e sregolatezza del calcio romantico a cavallo tra gli anni '60 e '70. Sbugiardato più volte, in un rapporto di odio-amore, dal suo presidente Garonzi (quello della telefonata a Clerici nel 1974) che, quando giocava male, andava in giro a dire «Quello ha troppe donne, lo sfiniscono, è un figlio de puta...».

Tanto si è scritto e detto del suo caratterino. Ci limiteremo, in questa sede, ai fatti che poi hanno avuto conferma e non a semplici leggende metropolitane. Ad esempio, il ritiro a Veronello per lui iniziava sempre un'ora dopo i compagni perchè doveva smaltire le baldorie della sera precedente. Se non era stato in dolce compagnia, di notte girovagava e quando rientrava in camera, con la sua "Colt 5" apriva la finestra che dava sul parco e, dopo aver preso la mira, faceva saltare tutte le luci dei lampioni. Non solo donne ma anche motori. Era solito girare in Porsche e frequentava ristoranti, dava del tu al presidente e riusciva ad ottenere l'ingaggio che voleva ogni volta che minacciava di andarsene. Il pubblico lo adorava e lo acclamava con l'urlo "Dio Zigo, salvaci tu!" soprattutto dopo la fatal Verona del Milan in cui fu protagonista con due assist caricandosi la squadra sulle spalle e dando inizio alla Caporetto milanista.


Ebbe rapporti controversi anche con i tecnici Valcareggi e Cadè che ricorrevano a lui solo quando erano in difficoltà. Mitica la partita di quando entrò in campo con la pelliccia ed il cappello. Successe che aveva litigato con Valcareggi nel pre partita perché l'allenatore non voleva farlo giocare, aveva vinto la partita precedente anche senza di lui. Doveva essere panchina. E panchina fu. Ma, visto che era una giornata molto fredda, decise di scendere in campo con la pelliccia e il cappello. I compagni di squadra lo sfidarono e fecero la scommessa che se fosse entrato in campo così gli avrebbero dato 50000 lire. Entrò in campo conciato così e ci fu un boato, poi lui si girò verso il pubblico e tutti zittirono.

Un'altra volta, durante un'amichevole tra Verona e Vicenza, a pochi minuti dalla fine sul risultato di 0 a 0, dribblò quattro avversari e mise la palla all'incrocio dei pali. Dopo il gol se ne andò dritto negli spogliatoi accompagnato dall'ovazione del pubblico con una parte degli spettatori che abbandonarono lo stadio. Ebbe l'ultimo contratto a Verona basato sulle non squalifiche e sulle partite disputate, caso più unico che raro nel mondo del calcio. Insomma gli avrebbero decurtato l'ingaggio se avesse saltato delle gare. Il suo fu, però, un rapporto d'amore davvero profondo col Verona al punto che quando Simoni, allenatore del Brescia, gli comunicò che avrebbe giocato contro i gialloblu lui disse: «No Gigi, non posso giocare contro il Verona». Una passione per i colori gialloblu quasi da tifoso se pensiamo che una volta disse al figlio : «Mi farebbe piacere tu andassi a giocare col Verona un giorno, in uno stadio che non si chiamerà più Bentegodi ma Gianfranco Zigoni».

Nei suoi sei anni di Verona, dal 1972 al 1978, Zigoni ha giocato solo una volta al San Paolo contro il Napoli. Era la seconda giornata del campionato 1976-77, il 10 ottobre di 40 anni fa. Il tabellino recita 62000 abbonati e 8500 paganti, esordio di Vinazzani davanti al pubblico amico. Dopo il pallido 0 a 0 d'esordio a Catanzaro la squadra di Pesaola affrontava i gialloblu scaligeri vogliosi di fare la partita e vincerla. E così fu, quel giorno per il Verona non ci fu nulla da fare perché prima Savoldi su rigore, poi La Palma e ancora Savoldi maciullarono la squadra di Valcareggi nonostante gli ospiti avessero provato a più riprese a pareggiare la partita sbilanciandosi in avanti e lasciando campo fertile alle puntate degli azzurri.


Alla fine della partita, per i carichi dovuti agli allenamenti fatti in vista degli impegni di Coppa delle Coppe, il Napoli contò tre infortunati. Massa (distrazione lombare), Chiarugi (stiramento degli adduttori della coscia destra) e Vinazzani (sublussazione della spalla destra). Migliore in campo per il Napoli, secondo Giuseppe Pacileo, fu Bruscolotti che si beccò un 7 pieno. Si legge nella pagella della "mascella di Sassano": «Addetto al controllo di Zigoni. l'uomo più temuto del Verona, gli ha impedito il tiro (salvo in una occasione) e buona parte del giuoco. Ebbene,occorre tenere presenti le doti di palleggio e l'imprevedibilità dell'estroso avanti veronese per valutare appieno l'impresa del terzino azzurro". (da Il Mattino del 11/10/1976).


Gianfranco Zigoni, cavallo di razza del calcio italiano, oltre che una grande ala sinistra, è stato un personaggio straordinario. La sua vita è sempre stata costellata di appassionanti avventure calcistiche e non, di simpatici aneddoti e divertenti storie che hanno avuto come protagonisti principali donne e motori. Un calciatore libero, "maudit" ed indipendente, ingovernabile ed imprevedibile per allenatori e presidenti, un persona estroversa ed originale, a suo modo un romantico del calcio, un trascinatore di folle, una bandiera del Verona. "Se non ci fosse, bisognerebbe inventarlo". Appunto, è quello che pensano i tifosi più anziani del Verona quando lo ricordano.

Una frase che sintetizza la simpatia e l'affetto da cui è sempre stato circondato il mitico "Zigo-gol", in tutte le piazze dove ha giocato, da Torino, sponda Juventus, a Roma, da Genova a Verona, da Brescia ad Oderzo dove terminò la carriera a 43 anni. Con le sue doti tecniche avrebbe potuto raggiungere traguardi immensi, avrebbe potuto fare molto più delle 100 reti da professionista, di uno scudetto, di qualche convocazione con la Nazionale, ma per lui il calcio era un divertimento e così doveva essere vissuto. Insomma, football sì ma senza farsi riempire tutta la vita. Aveva altro da fare, il Zigo. Da qui la sua ribellione, i suoi scontri con gli arbitri, il 'no' ai pallosi ritiri, il suo essere un po’ Best e un po’ Meroni, un po’ Sivori ed un po’ Eusebio. In verità ed in fondo lui era solo Zigoni e di giocatori così ne nascono raramente.

FONTE: IlNapolista.it


Martedì, 15 Marzo 2016 14:16
Gianfranco Zigoni: dalla giovanile con la Juventus al successo col Verona. Enrico Ruggeri raconta la storia del cowboy del calcio
Scritto da GdS
Martedì 15 marzo a Il Falco e il Gabbiano in onda alle 15.30 su Radio 24

Sognare di giocare a rugby e ritrovarsi a giocare nelle giovanili della Juventus: è quello che è successo a Gianfranco Zigoni, il protagonista della puntata de Il Falco e il Gabbiano di Enrico Ruggeri in onda martedì 15 marzo alle 15.30 su Radio 24.

Gianfranco Zigoni è il quinto di otto fratelli. Nasce da una famiglia semplice a Oderzo, in provincia di Treviso il 25 novembre 1944, sotto i bombardamenti di una guerra che ormai però è quasi alla fine. Lì nei dintorni sono tutti contadini e chi non ha voglia di spaccarsi la schiena nei campi se ne va in Canada o in Venezuela. Invece la famiglia Zigoni resta a Oderzo, in un quartiere che Gianfranco chiama “il bronx”. Un quartiere dove si conoscono tutti e tutti si aiutano con quel poco che hanno. Per i bambini il punto di ritrovo è l’oratorio.

E proprio all’oratorio, all’età di quindici anni, arriva uno dei tanti osservatori che girano alla ricerca del talento nascosto. In questo caso parliamo di un uomo della Juve che mette in campo Zigoni con la prima squadra e dopo dieci minuti ha già capito tutto. Chiede a quel ragazzino, che giocava a piedi nudi, se vuole andare a Torino a giocare sul serio. Gianfranco Zigoni non è convinto, anzi, rifiuta l’offerta perché a lui del calcio non è che gli importi più di tanto. La sua vera passione è il rugby e avrebbe preferito esser chiamato dal Petrarca Padova, dal Treviso, oppure dal Rovigo. Tutte squadre forti, tutte della zona. Invece si mette in mezzo anche il parroco che convince i genitori a dare una possibilità a quel talento che tutti conoscono.

A Torino vince uno scudetto, ma è a Verona che conquista i tifosi. Dopo aver trascorso due anni a Roma, nonostante fosse abituato ai locali e alla gente famosa, a Verona Zigoni si ambienta quasi subito e, anzi, trova nella tranquillità di una città di provincia la situazione ideale per farsi notare e diventare amico di tutti. Valcareggi, che ha allenato il Verona per tre anni, dal ‘75 al ‘78, un giorno dice a Zigoni di rimanere in panchina e lui, per ripicca, entra in campo indossando una pelliccia e un cappello da Cowboy. Tanto basta per diventare un personaggio.

Ora lo Zigo è un tranquillo signore che ha passato i settant’anni e che vive nella sua Oderzo in una casa piena di fotografie che ripercorrono la sua carriera da popstar del calcio. Le foto con Vendrame, la bandiera di Che Guevara, un tavolo con una bella bottiglia di vino da condividere con gli amici e tanti ricordi di una vita vissuta senza sottostare a rigide convenzioni, lasciando esprimere il genio ed il talento di un uomo che a Verona viene celebrato come un dio.

Scopriremo la sua storia oggi, martedì 15 marzo, a Il Falco e il Gabbiano di Enrico Ruggeri in onda alle 15.30 su Radio 24.

FONTE: IlGiornaleDelloSport.net


INVITATO SPECIALE
ZIGONI: “SE CI FOSSI IO SALVEREI IL VERONA”
L’ex gialloblù: “Questi tifosi mi fanno sentire orgoglioso. Tutti dovrebbero imparare da loro”

di Alessandro Lerin, @alessandrolerin

Diretto e sincero come sempre, Gianfranco Zigoni, uno che il gialloblù l’ha vestito e vissuto ma, soprattutto, non ha mai smesso di amarlo. Queste le parole di “Zigo-gol” ai microfoni di hellas1903.it.

Che effetto ti fa vedere il Verona in questa situazione di classifica?
Sono triste, ma come si dice: “finché c’è vita c’è speranza”. Quindi finché c’è la matematica io ci spero sempre. Ho visto la partita con la Roma e li ho visti abbastanza bene, per me nel campionato ci sono squadre inferiori al Verona. Non so come si sia arrivati a questa situazione, l’alibi principale a mio avviso è stato la mancanza di Toni. L’Hellas dall’inizio ha puntato quasi esclusivamente su di lui, Pazzini secondo me non l’hanno preso per farli giocare insieme ma come prima riserva. Mancando Toni è mancato molto, con lui potevano avere almeno quei 6-7 punti in più che oggi darebbero qualche speranza ulteriore.

Ora è troppo tardi, dunque, per la salvezza?
Adesso è dura, molto dura. Io ci spero sempre, ma a parte Carpi e Frosinone le altre non credo che perdano tutti questi punti di vantaggio. Il Verona deve comunque lottare per la dignità e l’orgoglio fino alla fine, poi nella vita non si sa mai. Ricordo, per esempio, che una quindicina di anni fa (nel 1999-2000, ndr) la Juve ha perso il campionato pur avendo avuto 9 punti di vantaggio sulla Lazio. Puoi anche retrocedere, ma a testa alta: anche per rispetto della gente che ama questa grande squadra e questi bei colori. Io, sul campo, non sono mai retrocesso con il Verona: finché giocavo io era impossibile retrocedere. Forse…

Forse?
Se in questo momento ci fossi io, probabilmente sarei in grado di salvarli. Purtroppo ho qualche anno in più e dovrei ricominciare ad allenarmi. Se ci fossi io, quasi sicuro che ci salviamo. Però non ci sono e devono fare in qualche modo. Col Verona eravamo ultimi perché io ero ammalato e Luppi anche: poi sono rientrato e ci siamo salvati. Era normale, loro sapevano già che sarebbe finita così. Mai abbattersi: anche se sarà Serie B spero che facciano una squadra per ritornare subito in A. Dobbiamo imparare dagli inglesi, lì anche se retrocedono si brinda per il prossimo ritorno nella massima serie.

E, da questo punto di vista, i tifosi del Verona stanno dimostrando anche quest’anno di avere la mentalità più “inglese” di tutti…
Volevo proprio dire questo, mi hai anticipato tu. Nella partita contro l’Empoli, che l’Hellas ha perso immeritatamente, mi sono sentito orgoglioso di essere stato tanti anni a Verona: sia come giocatore che col cuore. Cantavano nonostante stessero perdendo e lo hanno fatto anche dopo la partita. Mi sono sentito davvero orgoglioso e devo ringraziarli per questo. Spero che continuino così. Tutti devono imparare da Verona.

Il tuo ultimo gol in campionato con la maglia del Verona, nel 1977-1978, lo hai segnato contro il Foggia di Gigi Delneri. Qual è il tuo giudizio su di lui?
Mi chiesero un parere anche quando anni fa andò ad allenare la Roma, e dissi che è un grandissimo. Un bravissimo allenatore, poi purtroppo lì è andata male per tanti motivi. Ho un bel ricordo di Delneri anche perché l’ultimo campionato che ha fatto lo ha giocato nell’Opitergina, in Serie D, a Oderzo: il mio paese. Poi ha smesso e lì ha cominciato ad allenare. Contro la Roma ho visto un bel Verona, qualche speranza ci può ancora stare. Le grandi squadre che vengono a Verona non devono pensare di avere vita facile: l’Hellas non deve regalare niente a nessuno, devono tornare a casa con la coda tra le gambe.

Ti piace di più il calcio moderno o quello degli anni ’70?
Il nostro mi sembrava un calcio più poetico, più bello. C’era meno stress. Una volta non si prendeva molto: c’era un premio partita e si lottava per 2-300 mila lire, che erano già tanti rispetto a quanto guadagnava un operaio o mio padre, che li prendeva in un mese. Però era più bello così. Oggi prendono miliardi e tutti baciano la maglia “per qualche dollaro in più”. No, io non lo concepisco. Io non giocavo per soldi, giocavo per la maglia. Anche i presidenti di allora erano proprio dei tifosi: ricordo Garonzi, un grande presidente. Ora è tutto cambiato ed è un po’ triste: dicono che il mondo va avanti ma per me no. Sento di giocatori che non possono cambiare squadra perché ne hanno cambiate tre in un anno. Non è possibile una roba simile. Mio figlio ha preso un po’ la mia mentalità: a gennaio lo volevano alcune squadre di Serie B, ma lui ha deciso di restare alla Spal e dare tutto per giocarsi lì la promozione. Mi ha dato una bella gioia. E poi io ho un sogno…

Quale?
Vedere mio figlio vestire la maglia gialloblù del Verona. Lo spero con tutto il cuore. Dopo potrei anche morire.

Domenica il Verona affronterà il Genoa, una delle tue prime squadre da calciatore. Che partita ti aspetti e per chi farai il tifo?
A Genova ho fatto due anni meravigliosi, mi hanno voluto bene. A vent’anni ero già in Nazionale. Io però spero che domenica vinca il Verona. Il Genoa è una squadra forte, non avrà problemi anche se perde domenica. Dopo il temporale esce l’arcobaleno: speriamo esca domenica e che la ruota giri. Io sono ottimista, ma in questo momento mi sto comunque toccando le palle.

FONTE: Hellas1903.it


Un Dio sulla fascia
Storia e leggenda di Gianfranco “Zigo” Zigoni, campione folle e geniale che del calcio “perfetto” di oggi non saprebbe che farsene

di Mauro Zanon | 20 Luglio 2015 ore 13:42
1° febbraio 1976, Gianfranco Zigoni si siede sulla panchina del Verona con addosso un cappello da cow-boy e la pelliccia regalatagli da una delle sue amanti

“La vita è un lungo cammino di speranze e di illusioni, di lotte contro fantasmi e di angeli che ti guidano. Poi il risveglio e ti sembra di non esserti mai allontanato. Un attimo di sgomento, ora sono qui nel mio dolce quartiere, mi guardo intorno, qualcosa è cambiato, il fiume che non c’è più, qualche ruga, molti capelli bianchi, amici che non vedo, la tristezza mi pervade, il mio pensiero corre lontano, ma che sia stato solo un lungo sogno?”. (Gianfranco Zigoni, testo tratto da “Dio Zigo pensaci tu”, Biblioteca dell’Immagine)


Nell’immaginario collettivo dell’Italia pallonara, che negli anni Settanta seguiva il dipanarsi del sacro campionato sulla popolare trasmissione radiofonica “Tutto il calcio minuto per minuto”, più che ogni altro gol, dribbling, rovesciata o meraviglia balistica resta impresso un fotogramma di quel primo febbraio 1976: Gianfranco Zigoni, l’idolo di Verona e dei butei della curva gialloblù, seduto in panchina con addosso una pelliccia e un cappello da cow-boy. Quel giorno al Bentegodi arrivava la Fiorentina di Carletto Mazzone, e Zigo, come tutti lo chiamavano, era sceso dal pullman che accompagnava la squadra allo stadio con una voglia matta di giocare. Situazione che si era verificata poche altre volte durante l’anno, perché lui, l’indomabile Zigo, il tombeur de femmes più chiacchierato di Verona, preferiva la vita fuori da quel rettangolo erboso, così stretto e soffocante per il suo incontenibile, straripante bisogno di libertà. La domenica precedente era stato fuori per squalifica, una delle tante giornate di sospensione inflittegli da quelle “giacchette nere”, gli arbitri, che il suo spirito ribelle mal sopportava tanto quanto i “noiosissimi allenamenti”. Il Verona aveva vinto comunque e così, Ferruccio Valcareggi, all’epoca allenatore della squadra scaligera, decise di riproporre quella formazione vincente, senza il suo diamante. Poco prima del calcio d’inizio, zio Uccio, come Zigo lo chiamava affettuosamente, gli si avvicinò e senza troppi giri di parole gli comunicò la scelta : “Zigo, oggi non giochi”. Un fulmine inaspettato, uno schiaffo più doloroso dei fallacci che subiva in campo ogni domenica da avversari che non avevano altre soluzioni per arginare il suo talento sconfinato. Rimase attonito Zigo quando sentì quelle parole. Non voleva crederci. Poi prese fiato e tuonò: “Come, non fai giocare il giocatore più forte del mondo? Stai scherzando, spero!”. No il Valca non stava affatto scherzando, ma nemmeno Zigo scherzò poco dopo, quando annunciò ai suoi compagni di squadra che per fargliela pagare sarebbe entrato in campo con la pelliccia che una delle sue amanti veronesi gli aveva regalato e il cappello da cow-boy che si era portato con sé da New York, quando era in tournée con la Juventus. Gli undici titolari uscirono dal tunnel degli spogliatoi, seguiti da Valcareggi, che non si era accorto dell’ultima trovata della sua ingovernabile ala sinistra. Passarono soltanto pochi secondi e sbucò Zigo, avvolto nel suo manto ferino, con aria spavalda e la sua chioma riottosa arginata da un cappello à la John Wayne. Dalla curva dell’Hellas si levò un boato. Zigo con passo solenne, ieratico, si avviò verso la panchina dove si accomodò sfrontatamente, prima di rivolgere uno sguardo di sfida a tutto lo stadio. Gli scatti erano tutti per lui, i tifosi veronesi erano in sollucchero per la loro rockstar, e Zigo era già il migliore in campo, ancor prima che la partita cominciasse. Per la prima volta nella storia del calcio, la gente sugli spalti tenne gli occhi incollati sulla panchina per tutti i novanta minuti, fregandosene di quello che stava accadendo sul rettangolo di gioco.

La cifra dell’imprevedibile genialità di Zigo, del suo estro senza eguali, del suo essere intimamente anticonformista e refrattario a ogni regola imposta contro la sua volontà, è certamente rintracciabile in quest’episodio. Un episodio che lo ha definitivamente allontanato dai comuni mortali del calcio, per lanciarlo nel pantheon delle divinità pagane della palla rotonda. Il processo di divinizzazione si era naturalmente già concretizzato sul campo, a suon di prodezze e gol spettacolari, serpentine e assist favolosi, giocate da capogiro e finte che mandavano gli avversari al manicomio e le tifoserie in visibilio. E non è un caso che a Verona, nella sua adorata Verona, dove sfoggiò al meglio le doti calcistiche che madre natura gli aveva concesso, sia per tutti ancora oggi il venerato “Dio Zigo” (“Dio Zigo pensaci tu” è anche il titolo dell’esilarante biografia, scritta a quattro mani con un altro grande poeta del calcio che il nord-est ha sfornato, Ezio Vendrame). Quella vampata di calore che irruppe in un Bentegodi infreddolito, quell’incursione da divo hollywoodiano in una Verona che sognava e sperava ogni domenica che Zigo-gol avesse la luna giusta, fu però soltanto il punto esclamativo di una vita, calcistica e no, straripante di storie, aneddoti, incontri incredibili e amori esagerati. Una vita che ha avuto come protagonisti donne bellissime e preti eroici, divi e disgraziati, principi e contadini, intellettuali e vitelloni, allenatori dittatori e compagni di squadra misericordiosi, una vita da trascinatore di folle, da romantico del pallone, da eroe e antieroe popolare, da sudamericano, per passione e follia, nato in Veneto per sbaglio o forse per dono di Dio, una vita, soprattutto, da uomo libero, eternamente insubordinato. Tutto, d’altronde, era già chiaro nell’origine del suo nome: Gianfranco, derivante dall’ebraico Yohanan, che significa “dono del signore”, e dal germanico Franc, che significa “libero”.

Oggi, a quasi trent’anni dall’abbandono del calcio come professione, Zigo indossa gli scarpini soltanto per partite di beneficenza, specialmente se i destinatari degli incassi sono i bambini, ma continua a scaldare i cuori dei nostalgici del suo mancino micidiale e delle sue avventure mondane in veste di narratore. Durante la stagione balneare, Zigo lo fa nella splendida Caorle, deliziando con la sua innata ironia un pubblico composito di giovani e meno giovani, nonni e bambini, pescatori e bagnini, curiosi e ammiratrici, e anche qualche turista, affascinato dai suoi modi fuori dal comune. Il Foglio lo ha incontrato proprio lì, in quel lembo di terra accarezzato dal mare Adriatico e popolato da gente pittoresca, stravagante e genuina, proprio come lui. La storia di Gianfranco Zigoni inizia nel Veneto profondo, rurale, umile, religioso, a Oderzo in provincia di Treviso, nel quartiere popolare Marconi, “nel Bronx”, come era chiamato, “dove noi bambini eravamo degli emarginati, dunque ci sembrava inevitabile che per espiare la colpa di essere figli della miseria avremmo dovuto commettere qualche ingiustizia”, e “dove da sempre è rimasto il mio cuore”. Vi era nato nel novembre del 1944, “tremavo sul lettino per i bombardamenti”, ricorda Zigo, e lì nei primi anni della sua vita ne combinava di tutti i colori assieme agli altri figli del Bronx opitergino. Spedizioni per rubare le uova alle suore e le galline ai contadini, “perché la vita era grama in periferia”, in attesa del momento più bello dell’anno per “quelli del Marconi”: l’estate e il Grest, durante il quale venivano organizzate gare di ogni disciplina. “Sulla carta – racconta Zigo – i più forti erano quelli del centro e il prete tifava per loro perché non mancavano mai alla Santa Messa. Ma purtroppo per lui alla fine vincemmo tutto noi”. La sfida più sentita era naturalmente quella calcistica. E guarda caso, un anno, in finale, si scontrarono “quelli del Marconi” e “quelli del centro”. Zigo, prima del fischio d’inizio, si rivolse ai suoi compagni ordinando: “Tutti in difesa e la palla a sempre me”. La partita, va da sé, la vinse Zigo da solo, ma venne anche espulso per le proteste veementi contro l’arbitro di quella gara, Nane Vendrame, che poi divenne un suo grande amico ma che quella volta gli annullò un gol regolare: “Da quel giorno ho iniziato a detestare gli arbitri”. Nel Bronx, nel suo amato Bronx, erano nati anche Armando Buso “il più grande pittore veneto in bianco e nero del Novecento”, e la celebre presentatrice Gabriella Farinon, il “viso d’angelo” della televisione italiana, che però, racconta Zigo, “si è sempre vergognata delle sue origini al contrario di Armando Buso”, e “purtroppo per lei, non capendo i valori del quartiere, da queste parti non è più tornata”. Da adolescente Zigo giocò nella squadra dell’oratorio, il Patronato Turroni, fino a quando non passò da quelle parti Bepi Rocco, detto il Crèp, che all’epoca reclutava giovani per la Juve. Bastarono pochi istanti per capire che quel ragazzo lì, che palleggiava scalzo davanti al portone di casa con la grazia di un ballerino, meritava di fare strada. E così decise di mandarlo al Pordenone per un provino, prima di lanciare la profezia: “Gianfranco, un giorno giocherai nella Juve”. Arrivò a Torino ad appena diciassette anni, nella Juve del suo grande idolo Omar Sivori, “ma ero triste perché avevo lasciato il quartiere e gli amici”, e in più era un grande tifoso del Toro. Eppure si verificò un episodio emblematico in quei prime tre anni alla Juve (vi ritornò dal 1966 al 1970 dopo una parentesi al Genoa), che Zigo ricorda sempre con piacere: Real Madrid-Juventus, amichevole a Torino, finisce tre a uno per gli spagnoli, ma Zigo fa una partita da urlo, e nel secondo tempo prima prende un palo clamoroso, poi segna. Il Real era quello di Di Stefano, Puskas, Gento, Santamaria, ed è proprio quest’ultimo che a fine partita si avvicina a Luis Del Sol per una curiosità: “Chi è quel ragazzo con la maglia numero 9?”, chiede il grande difensore centrale argentino. “Si chiama Zigoni”, risponde Del Sol. “Porcos ****”, replica Santamaria, “è più forte di Pelé”. Da quel momento, un po’ per gioco, un po’ perché i colpi di genio à la Pelé ce li aveva veramente, si autoproclamò il “Pelé Bianco”, anche se per Zigo i più grandi di sempre sono stati Maradona e Sivori: “Messi e Ronaldo non sono nulla rispetto a loro”. E quando gli chiedi un nome per l’Italia, Zigo non ha dubbi: “Meroni, il grande Gigi Meroni, la ‘farfalla’ del glorioso Toro, che ci ha lasciato troppo presto (morì a 24 anni travolto da un’auto, ndr)”. E che, come Zigo, era un ribelle, un creativo, un avanguardista, che per le strade di Torino si dice andasse in giro con una gallina al guinzaglio, vestito sempre con una pelliccia e gli occhiali da sole, come una vera rockstar. Ma Zigo aveva anche un altro mito, che a calcio non aveva mai giocato, ma come lui amava il popolo, e il popolo ricambiava: Ernesto Guevara de la Serna, il Che. “In quell’uomo che lottava per la povera gente e per combattere in ogni parte del mondo l’ingiustizia io mi identificavo”. E accanto al Che, anche Gesù Cristo: “Sarebbero andati d’accordo. Gesù è venuto sulla terra per dirci che gli uomini sono tutti uguali. Io, Gesù Cristo e il Che: siamo il trio perfetto”. Alla Juve, nonostante lo scudetto e i grandi ricordi come la semifinale di Coppa dei Campioni contro il Benfica di Eusebio, non fu mai totalmente a suo agio. Disciplina tattica e comportamentale, rigore, intransigenza e inflessibilità: parole che non esistevano nel vocabolario di Zigo. Figurarsi poi, quando nel 1964 arrivò il sergente di ferro Heriberto Herrera: “Era un dittatore, mi faceva sempre correre. Ora che se n’è andato spero di non doverlo incontrare in cielo quando sarà il mio turno, perché quello è capace di farmi correre anche lassù”. Pur non dimenticando la sua parentesi genovese così come i due anni giocati con la maglia del Brescia di Gigi Simoni, gli anni più entusiasmanti per la carriera di Zigo furono quelli trascorsi nelle fila della Roma (1970-1972) e del Verona (1972-1978): “Quando nell’estate del 1972 la Roma mi vendette al Verona ero triste. Ma non sapevo ancora che avrei trovato un altro paradiso”. La capitale, per Zigo, è un fiume di ricordi: la città stessa, “un’esplosione di bellezza”, l’attico sulla Cassia, dove portava le sue conquiste per dimenticare il mondo, l’incontro con Laura Antonelli, “bellissima, la conobbi in una sartoria, dove andava anche Alain Delon, mi mostrò una mutandina di raso rosso che si stava comprando e mi chiese con uno splendido sorriso se mi piaceva” – la grande amicizia con Franco Citti e il povero Alessandro Momo, le ceste di birra e i quintali di Marlboro rosse per passare il tempo nel ritiro a Fiuggi mentre il “Mago” Herrera andava a trovare di nascosto la sua Fiora Gandolfi, i pizzicotti di Franco Scaratti quando non aveva voglia di giocare, e naturalmente la mitica curva Sud. Per Verona fu lo stesso: la curva dei butei che cantava a squarciagola Zigo-gol, il rapporto di amore e odio con il presidente Garonzi, le porsche sfasciate, la Fatal Verona, gli spari ai lampioni con la sua inseparabile Colt 45, le notti infinite, il derby col Vicenza, quando dopo settanta minuti di letargo segnò un gol pazzesco e subito dopo decise di uscire dal campo, le estati a Jesolo, dove conobbe Pier Paolo Pasolini, i “ritiri spirituali” in cascina, come lui li chiamava, con il sacro uovo sodo, il sacro panino col salame e il sacro raboso, fino alla crisi mistica che lo condusse a vivere per un anno in parrocchia da don Augusto – uno dei tanti preti che aveva segnato la sua vita – e diede l’assist all’Arena di Verona per un titolo che ancora oggi riecheggia nelle strade della città scaligera, “Zigoni: dal Dom Perignon all’acqua santa”. Alvise Tommaseo Ponzetta scrive bene nella prefazione di “Dio Zigo pensaci tu”, che il grande Zigo, “pur diversissimo nel carattere, potrebbe essere paragonato, per certi versi, a Primo Carnera, il gigante buono di Sequals”, perché “a entrambi il denaro e il successo, che pur avevano meritatamente conquistato, interessavano relativamente; quello che contava erano gli amici e l’amore per la loro terra, dove alla fine sono sempre tornati”. Vorresti che il flusso dei racconti che sgorga dalla bocca di Zigo non si fermmasse mai. Poi lo guardi e non hai dubbi che quella frase che ama ripetere per descrivere il suo grande amico Ezio Vendrame vale anche per lui: troppo grande per essere di questa terra.

FONTE: IlFoglio.it


INTERVISTA AL MITICO DOPPIO EX
ESCLUSIVA Zigoni: "Saviola deve giocare"
Zigoni con la pelliccia

28/05/2015 17:45
“Sai qual è l’unica cosa che non mi piace di Verona? Il nome dello stadio. Con tutto il rispetto per il grande uomo, Bentegodi non è un bel nome. Pensa al nome - Stadio Gianfranco Zigoni - (ride, ndr), senti come suona bene, sarebbe più bello. Però forse sai chi realmente si meriterebbe più di tutti lo stadio intitolato a suo nome? Saverio Garonzi”. Non ha bisogno di presentazioni Gianfranco Zigoni: semplicemente un mito. Sempre idolatrato dal pubblico di Verona si rese protagonista per sei stagioni in riva all’Adige, dopo un passato importante alla Juventus. Nel 1974 rifiutò l’Inter e scese in Serie B con il Verona, che grazie a lui, tornò subito nella massima serie. Un uomo privo di retorica: ha sempre detto quello che pensava ed è sempre stato poco avvezzo al “politically correct” che investe la gran parte dei calciatori nelle conferenze e nelle interviste post-partita. Per tggialloblu.it, Zigo-gol parla di Verona e Juventus tra passato, presente e futuro. Sabato alle 18 le due squadre tanto rivali si affronteranno di nuovo al Bentegodi:

Arrivi ancora minorenne alla Juventus. Il ricordo più bello con la maglia bianconera?
“Sono arrivato giovanissimo alla Juventus. Ho un bel ricordo perché a Torino ho conosciuto il mio idolo: Omar Sivori, ho imparato tanto da lui. Il ricordo più bello fu senz’altro il gol dello Scudetto. Anche se l’esordio fu estremamente emozionante: avevo diciassette anni, ero un bambino che sostituiva Sivori. Credo fosse il sogno di ogni ragazzino a quell’epoca”.

Con la dirigenza andavi d’accordo? Lo “Stile Juve” forse era troppo restrittivo per te…
“Credo che tutto sommato un po’ tutte le società siano simili. Forse c’è troppa attenzione su questo fantomatico Stile Juve. Ai miei tempi non erano poi così inflessibili, o forse io non mi sono accorto perché sono sempre stato un uomo libero. Forse una cosa che mi dava fastidio è che sono stati i primi a mettere sempre la casacca invece della maglia, che in fondo rompeva le palle mentre giocavi: era fastidiosa perché era pesante e sudavi troppo (ride, ndr). Però, anche se era un onore, forse alla fine giocare nella Juve mi stava un po’ stretto”.

Ben sei anni passati al Verona. Molto probabilmente è la squadra a cui sei più legato…
“Tra tutti i ricordi della mia carriera da calciatore, Verona è il più bello. La magia dell’Hellas è sempre nel mio cuore. Quando senti l’affetto della piazza non puoi che ricambiare. Poi mi sono divertito anche in altre piazze: Roma, Genova sponda rossoblù e Brescia a fine carriera. Però Verona è Verona”.

Il ricordo più bello in assoluto con la maglia del Verona?
“Il ricordo più bello sai qual è? Tutti. Dal giorno che sono arrivato ho visto la Valpolicella e pensai tra di me quanto fosse bella Verona. Fu tutto meraviglioso: la gente, lo stadio, i tifosi, la città. Poi guarda caso ho fatto nascere i miei figli proprio a Verona”.

Il gol più bello che segnasti con l’Hellas?
“Io ti dico la verità non ho mai fatto gol belli. Io non mi ricordo queste cose, il calcio non è poi così importante. Se però devo ricordare un gol particolare per esecuzione, mi ricordo un gol contro il Napoli: saltai un uomo e scambiai con Livio Luppi, poi di destro segnai da fuori area. Mi sono meravigliato perché feci gol di destro, io che ero un mancino puro ed ero parecchio negato con il piede destro (ride, ndr)”.

I tifosi del Verona cosa avevano di diverso rispetto a quelli della Juve, Inter o Milan?
“Sono tanto appassionanti, seguono la squadra in maniera viscerale. Io a dire la verità giocavo per loro, anche se a volte li ho traditi perché non giocavo al massimo della forma, ma quando uno vive come Steve McQueen è difficile essere sempre in forma (ride, ndr). Amavo tanto i veronesi, ho voluto lasciare sempre un bel ricordo: rifiutai l’Inter per loro”.

Se non sbaglio quando il Verona retrocesse nel ‘74 tu sei rimasto a Verona in B…
“Io da piccolino simpatizzavo per l’Inter. Quando siamo retrocessi i neroazzurri mi cercarono ma al presidente chiesi di non accettare l’offerta di trasferimento: perché avevo promesso ai tifosi che sarei rimasto anche in B e che saremmo stati promossi e infatti così è stato. Un pochettino mi è dispiaciuto perché l’Inter mi stava simpatica, ma feci la scelta giusta. Anche se adesso da vecchio mi sarebbe piaciuto raccontare di aver indossato la maglia dell’Inter”.

Un altro tuo gesto famosissimo avvenne a fine carriera. Quando giocavi nel Brescia ti rifiutasti di giocare contro il “tuo” Verona…
“Al giorno d’oggi ci sono giocatori che non esultano quando fanno il gol alla loro ex squadra. Lo trovo un po’ ipocrita: se fai un gol non credo sia una mancanza di rispetto, fa parte del gioco del calcio. Se non te la senti di giocare devi fare solo una cosa: non giocare. Mi ricordo che il grande Gigi Simoni, persona intelligente e sensibile, mi comprese e non mi fece giocare quel giorno: io al Bentegodi contro il Verona non volevo giocare. Volevo solo venire in panchina a vedere il mio amato stadio Bentegodi ma non me la sentivo di giocare contro l’Hellas in quel momento. Chi non vuole esultare semplicemente non deve giocare. Mi sembra molto più coerente e logico”.

Tornando a quel famoso episodio della pelliccia, che rimane ancora indelebile, ti chiedo: se potessi tornare indietro nel tempo, quando Valcareggi ti comunicò la panchina, rifaresti la scelta di indossare la pelliccia?
“Lo rifarei sempre (ride, ndr). In quel momento non ci ho pensato, sono una persona istintiva. Quel giorno faceva anche freddo e siccome avevo la pelliccia negli spogliatoi me la sono messa su. Ma non era tanto per ripicca contro Valcareggi che mi aveva lasciato fuori: avevo rispetto per i miei compagni e potevo capire che c’erano anche altri che volevano giocare. Certo, siccome sono un istintivo in quel momento gli avevo ricordato che stava lasciando il più grande giocatore del mondo in panchina (ride, ndr). Quando mi vide con cappello e pelliccia mi ricordo ancora che mi diede del matto (ride, ndr)”.

Ha dato di più Zigoni al Verona o il Verona a Zigoni?
“No, non c’è storia: Verona ha dato molto di più a me. Io ho dato pochissimo, anche se ho dato amore incondizionato: rifiutare l’Inter che mi offriva lo stipendio quattro volte maggiore non è da tutti, ma però Verona mi ha dato tantissimo, forse anche troppo. Potevo dare di più: ma i tifosi erano felici lo stesso e ancora oggi devo ringraziarli per questo. Sono eternamente grato a loro”.

Nella tua carriera con quale allenatore ti trovasti meglio?
“Simoni e Valcareggi, quest’ultimo fu come un padre per me. Mi avevano capito, avevano capito l’uomo. Poi avevo grande rispetto anche per Heriberto Herrera, anche se a volte mi rompeva i coglioni, però era un uomo onesto, non guardava in faccia nessuno. Lui riconosceva il mio valore”.

Perché in Nazionale non ci fu mai la scintilla?
“Io giocavo a calcio non perché ero innamorato, ma perché dovevo farlo e basta. Mi chiamarono in Nazionale dopo che vinsi il premio come migliore giovane. Io sinceramente non ci tenevo tantissimo, non sono mai stato un nazionalista. E poi avevo il terrore dell’aereo, che mi accompagna ancora adesso”.

Finita la carriera da giocatore hai incominciato ad allenare nei settori giovanili. Perché non hai continuato? Non lo sentivi tuo il ruolo di allenatore?
“Bravo, hai centrato il punto. Non mi sentivo un allenatore. Volevo che i ragazzi facessero come me: giocare con la palla e divertirsi. Volevano fare sempre la partitina e io li accontentavo: mezzo minuto di corsa e poi via con la palla. Dopo un po’ di anni ho detto basta, allenare non faceva per me. Così mi godo l’ozio e quando mi dicono – Gianfranco come fai a stare nell’ozio? – Io rispondo di stare benissimo: guardo la luna, le stelle, i prati, gli alberi, i miei figli e i miei nipotini. Non faccio un cavolo e mi riposo (ride, ndr). La vita è corta: anche quando giocavo mi chiedevo perché dovessi correre e sudare sotto il sole ogni giorno come un pazzo. E poi ogni tanto penso che eravamo solo venti uomini che correvano dietro ad una palla: alla fine il gioco del calcio è un gioco solo per bambini che si divertono, il calcio dovrebbe essere giocato solo fino a 7-8 anni. Guarda per esempio alcune squadre nella Liga che affrontano il Barcellona: stanno tutto i tempo a vedere gli altri giocare e fissare una palla. Mi chiedo a cosa pensino in quel momento… (ride, ndr)”

Qual è la maggiore differenza tra il calcio degli anni ‘70 e quello di oggi?
“Adesso si corre il doppio. L’aspetto fisico risulta più importante di quello tecnico. Mi vien da ridere quando dicono che Rivera e Maradona non possono giocare nel calcio di oggi: loro possono giocare fra cento, fra mille e forse duemila anni, la tecnica è sempre fondamentale. Però obiettivamente oggi il fisico conta molto. Noi avevamo più fantasia, più poesia. Entravamo in campo con il sorriso, oggi invece sembrano tutti pronti per fare la guerra. Noi cercavamo di divertirci: anche se purtroppo le marcature a uomo con le botte e i calci in campo ai giocatori più bravi arrivavano sempre. Soprattutto i primi anni quando subivo troppo, perdevo la testa e partivo con le gomitate e con i falli di reazione. Ma alla fine volevo bene a tutti i miei avversari. Mi ricordo ancora le facce distrutte dei giocatori del Milan dopo la “Fatal Verona”, mi ricordo che dopo tanti anni il povero Angelo Anquilletti, che non c’è più da poco, mi disse che se la sognava ancora di notte quella partita. Il calcio per certi versi è tremendo: mi ricordo che sbagliai un rigore in Roma-Napoli e ci rimango male ancora oggi se ci ripenso. Perché ti senti in debito con le migliaia di tifosi che ripongono fiducia in te in quell’istante: senti una pesante responsabilità. Poi comunque mi ricordo che ci pensò un mio compagno a segnare sulla ribattuta e vincemmo lo stesso. Ma in quel momento sarei sprofondato dalla vergogna”.

C’è uno “Zigoni” nel calcio moderno che ti assomiglia?
“Certo. Mio figlio Gianmarco: ha un grande fisico, ha grande tecnica. Sta facendo benissimo, logicamente al suo livello, ma lui merita molto di più. Quando lui gioca e lo guardo, da un momento all’altro sento che stia per fare gol: ha l’istinto del gol. Forse si è bruciato un po’ in B quell’anno a Frosinone. Quest’anno con la gloriosa Spal in Lega Pro ha fatto 12 gol a 24 anni pur giocando poche partite intere. Adesso a 24 anni credo sia prontissimo per palcoscenici più importanti, il Milan dovrebbe dargli più fiducia. Guarda caso gioca con la Spal, la squadra a cui io segnai il primo gol della nella mia carriera: strano il destino eh?”.

Invece se dico Cassano, bestemmio?
“È un giocatore che mi piace molto: lo guardo sempre con piacere, perché da un momento all’altro mi aspetto qualcosa di creativo e di affascinante. Fa parte del calcio che piace a me: accarezza la palla, la sua è una specie d’arte. Se mi assomiglia? Io ero più bello e simile a George Best (ride, ndr). Un altro grande contemporaneo è Totti: il più grande talento è stato Maradona, ma secondo me, Totti nel suo periodo migliore ci va dietro non di molto. Adesso non dovrebbe sporcare la sua carriera: se vuole fare un altro anno deve sentirsela veramente la voglia di giocare. Dovrebbe fare come Altafini a fine carriera: entrare ogni volta dalla panchina ed essere decisivo”.

La Juventus quest’anno ha stupito tutti. Quanto è il merito di Allegri? E chissà Conte quanto rosica…
“Conte ha fatto bene, ma poi ci si mette sempre il destino di mezzo. Io ti svelo una cosa: quando dicevano che Allegri non andava bene perché non era un buon allenatore, io ti giuro che parlando un po’ con tutti a proposito dissi che la Juve aveva preso un grande allenatore. Io mi auguro che vinca la Champions anche se a qualcuno non potrà piacere. Io non sono un grande nazionalista però in Europa spero sempre nella squadra italiana. Ci sono rimasto male anche per Fiorentina e Napoli, sono piazze calorose e attaccate alla squadra. Credo che la Juve vincerà ancora altri campionati, anche se spero possa vincere la Roma l’anno prossimo. La Juve ha vinto più di trenta scudetti, è una società gloriosa. Sugli scudetti revocati nella storia del calcio voglio dire la mia: è ora che la finiscano, devono ridare al Torino il campionato del 1927! Non è giusto: è una vergogna che non ridiano il tricolore al Toro. Anche per rispetto al Grande Torino”.

Il Verona ha fatto un buon campionato?
“Il Verona ha fatto un ottimo campionato, si è ripreso anche nei momenti difficili. Il mio sogno è che il Verona faccia come l’Inter: stia sempre in Serie A. Non chiedo la luna. E poi mi piacerebbe che vincesse Toni la classifica dei cannonieri, sarebbe un vanto per la città. Speriamo bene.”

Saviola, talento puro spesso in panchina. Cosa ne pensi?
“Saviola è un campione. A me Saviola piace tantissimo, sono innamorato: guarda la partita contro il Parma, appena è entrato la partita è cambiata. Poi come dimenticare quel meraviglioso tacco a San Siro: stupendo. Quando tocca la palla esprime pura poesia. Io non voglio giudicare nessuno, ma se fossi l’allenatore farei giocare Saviola sempre. È un giocatore che ti crea l’occasione dal nulla: per esempio quell’assist di tacco non te lo facevano 99 giocatori su 100”.

Forse si guarda più alla fisicità a discapito della tecnica e dello spettacolo?
“Probabilmente il problema è quello, si predilige la fisicità. Poi per carità se ci si salva ogni anno va benissimo così. Ho sofferto molto quando il Verona è retrocesso, soprattutto quando era in C. Però desidero che giochi Saviola almeno l’ultima contro la Juventus: Mandorlini spero che me lo faccia vedere almeno una partita (ride, ndr). Poi mi piace anche Nico Lopez, è veloce e ha tecnica, potevano dargli più spazio. Vedi, io non potrei mai fare l’allenatore: farei giocare davanti Toni, Saviola e Lopez insieme (ride, ndr). Questo senza mancare di rispetto agli altri giocatori che hanno dato tanto al Verona”.

Un giocatore del Verona che ti ha stupito?
“Jacopo Sala. Conte dovrebbe dargli un’occhiatina. Ha gamba, buoni piedi, fisico, può giocare in più ruoli. Così almeno uno del Verona va in Nazionale. Toni con 38 anni non credo rientri nei piani di Conte. Anche se Toni, visto gli ultimi due anni, meriterebbe senz’altro di andare in Nazionale”.

Pronostico per sabato?
“Spero che sia una festa. Credo che ci tengano tutte e due a vincere: la Juventus ha vinto lo Scudetto e vuole finire bene, il Verona si è salvato e con una big non vuole uscire sconfitta dal Bentegodi. Per me finirà con un bel pareggio. E poi si sa che Verona è sempre fatale… anche se la vittima preferita forse è più il Milan. Da Rivera e Rocco fino a Sacchi e Van Basten”.

Vieni al Bentegodi sabato?
“Non lo so. Siccome è venuto a casa mia figlio, credo che me la guarderò con lui bello comodo in poltrona. Il Verona al Bentegodi può battere tutti in una partita secca, anche ai miei tempi. Sai qual è l’unica cosa che non mi piace di Verona?"

Cosa?
“Il nome dello stadio. Con tutto il rispetto per il grande uomo, Bentegodi non è un bel nome. Pensa al nome - Stadio Gianfranco Zigoni - (ride, ndr), senti come suona bene, sarebbe più bello. Però forse sai chi realmente si meriterebbe più di tutti lo stadio intitolato a suo nome? Saverio Garonzi”.
LUCA VALENTINOTTI

FONTE: TGGialloBlu.it


SERIE A
ESCLUSIVA TMW - Zigoni controcorrente: "Toni non mi fa impazzire"
10.04.2015 19.14 di Marco Conterio Twitter: @marcoconterio
De gustibus. Gianfranco Zigoni nella vita e nella carriera è sempre stato un ribelle. Ed i suoi pareri non sono mai banali. Su Luca Toni è una voce fuori dal coro visto che, tra mille celebrazioni per il vizio del gol che non va mai via, lui che è il miglior vecchio d'Europa, non lo esalta certamente per Tuttomercatoweb.com. "Sono contento che faccia il bene del Verona, che rimanga tutta la vita con questa maglia se continua così. Come giocatore non mi fa impazzire".

Ah no?
"Ma no; fa gol, lo apprezzo per quello, ma come stile sono per altri giocatori. I Sivori, i Van Basten, i Cruyff".

Beh, qui siamo però su altri livelli, Zigoni.
"Chiaro. Lo dico col massimo del rispetto: ai miei tempi io non entravo in campo per fare gol ma per farlo fare. Sono un buono, ero il più forte e dovevo dare una mano ai miei compagni. Però, tornando all'argomento principale, posso solo parlare bene di Toni, ma non vado allo stadio per vederlo giocare: ripeto, io sono per un altro calcio, in questo Verona non c'è un giocatore di qualità che valga la pena esser elevato al ruolo di campione. Come stile non è il mio preferito, non divento matto nel vederlo. Ma finché segna va bene...".

Sì, ma chi le piace.
"Totti, Pjanic, Gervinho. Sono giocatori che valgono la pena d'esser visti. E lo dico perché oltre che per il Verona sono anche romanista. Ma simpatizzo anche Inter, Brescia, Genoa ed anche Milan, visto che ci gioca mio figlio".

FONTE: TuttoMercatoWeb.com


20.03.2015
Canal + España a L'Arena per lo special su Zigoni
Una troupe di Canal + España ospite de L'Arena per registrare un contributo del giornalista Raffaele Tomelleri su Gianfranco Zigoni per una puntata del programma «Informe Robinson». Alla redazione del nostro giornale sono arrivati Raul Roman, sceneggiatore; Javier Culebras, regista e addetto al montaggio; e Jose Luis Pimoulier, cameraman e fotografo.
Zigoni, Zigo-Gol, è il calciatore fuori dagli schemi, idolo dell'Hellas anni '70 (in gialloblù 106 gare e 20 gol), un fuoriclasse assoluto che ha confessato: «Sognavo di morire sul campo, con la maglia del Verona addosso. Mi immaginavo i titoloni dei giornali e la raccolta di firme per cambiare il nome allo stadio: non più Bentegodi, ma Gianfranco Zigoni. E alla radio si sarebbe sentito: "Scusa Ameri, interveniamo dallo Zigoni di Verona..."».

FONTE: LArena.it


Calcio, Zigoni fa settant’anni: «Ma lo dite voi, non li ho mai contati»
Una vita sempre sopra le righe, da Oderzo alla Juventus fino a Verona. «Esordii al posto di un certo Omar Sivori»

di Mattia Toffoletto

26 novembre 2014
ODERZO. «Non conto gli anni, non so quanti ne festeggio e nemmeno mi interessa». La personalità di Gianfranco Zigoni si riassume in queste poche parole. Ribelle, trasgressivo, fuori dagli schemi. Originale, battagliero, anticonformista. Centravanti che trascinava compagni e folle, capace di mettere assieme 265 presenze e 63 gol fra Anni Sessanta e Settanta con le maglie di Juventus, Genoa, Roma e Verona.

Il campione opitergino ha compiuto ieri 70 anni, festeggiando con i figli del suo scopritore Bepi Rocco, detto “Il Crep”: «Mi vide giocare per i campetti di Oderzo, insistette per farmi provare con il Pordenone, che a quel tempo era legato alla Juve. Se sono diventato calciatore lo devo a lui». E la carriera decollò. Fra gol indimenticabili, stravaganze che hanno fatto la storia del calcio e massime tramandate dall’epoca in cui calcava i palcoscenici più famosi. Il giorno del compleanno è una centrifuga: pensieri e parole, immagini che tornano alla mente. «L’esordio a 17 anni in serie A con la Juventus», inizia il viaggio nel passato, «Presi il posto di un certo Sivori».

Il coronamento del sogno cullato da bambino: «Ero cresciuto con il mito del Real Madrid di Di Stefano, Puskas e Gento. Mi sentii realizzato il giorno in cui li trovai di fronte per un’amichevole. Vincemmo 3-1 e feci pure gol. Quella volta della Coppa Campioni, invece, andò diversamente. Avevo la concorrenza dei Sivori e Charles, perciò venni relegato in panchina. Ho sempre ringraziato il destino per non aver giocato: davanti ai 100mila del Santiago Bernabeu, avrei rischiato di farmela addosso..».

Espressioni in linea con il personaggio. Zigo è così: prendere o lasciare. «Il gol più bello della carriera? Mai pensato a queste piccolezze... Firmai la rete del 13º scudetto juventino, un memorabile 2-1 alla Lazio, mentre l’Inter incappò nella fatal Mantova. Ma forse ricordo con più piacere il 2-1 all’Ofk Belgrado nella Coppa delle Fiere. Ero un ragazzino e anche quella volta subentrai a Sivori. Segno del destino».

Ma è anche quello della pelliccia: «Non sono mai stato trasgressivo. Mi comportavo in quel modo perché mi veniva naturale. Ho sempre amato pellirossa e cowboy, sono uno spirito libero. Giocavo nel Verona e quella volta Valcareggi mi spedì in panchina. Faceva freddo e trovai normale indossare la pelliccia a bordo campo». L’unico rimpianto riguarda forse l’esperienza scaligera: «Per come mi hanno amato, avrei potuto dare molto di più. Innumerevoli i momenti felici: le scorribande in Porsche per la Valpolicella o la zona dei Castelli trangugiando vino nella mia parentesi romana. Mi ritengo soddisfatto: la mattina mi alzo sereno e ho solo ricordi positivi». Il più emozionante esula però dalla sua carriera di calciatore: «Quando mio figlio Gianmarco (oggi al Monza, ndr) debuttò in B con il Treviso segnando un gol: rischiai l’infarto»

FONTE: TribunaTreviso.Gelocal.it


martedì 25 novembre 2014
Gianfranco ZIGONI
Nato a Oderzo (Treviso) il 25 novembre 1944. Cresciuto nella società, nel 1961, poco più che diciassettenne, debutta in bianconero ed in serie A. Dopo un triennio caratterizzato da sporadiche apparizioni la Juventus lo cede in prestito al Genoa. Due stagioni con i rossoblu e nell’estate del 1966 rientra a Torino dove conquista la maglia di titolare. Attaccante di ottimo talento, eccede in personalismi ed un autentico limite è il suo carattere ribelle che in molte occasioni gli costa espulsioni e squalifiche.

Zigo ha la fama da sciupafemmine ma, si rende protagonista di vere e proprie bravate da bullo di periferia. Come quando, per cercare di sconfiggere la noia dei ritiri, si diverte a sparare ai lampioni con la sua “Colt 45”. Ma Zigoni, per fortuna, non è solo questo. È soprattutto un calciatore, anzi, un fuoriclasse.
«Quello è un musso, è un “figlio de puta” e poi ha troppe donne che lo sfiniscono, ma quando vuole è un purosangue». Queste parole, pronunciate da Saverio Garonzi, presidente di Zigoni nei suoi anni a Verona, riassumono perfettamente la personalità ed il carattere del nostro. Pare di vederlo ancora, Zigo, che si toglie pelliccia e cappello, il suo abbigliamento da panchina, saluta il suo pubblico e, se gli gira bene, porta a casa la partita con un paio di prodezze.

Racconta: «Detestavo gli arbitri, tiranni al servizio delle squadre più potenti e fregarli non era solo un piacere, ma un dovere per chi giocava in una squadra di provincia. Sognavo di morire sul campo, con la maglia del Verona addosso. Mi immaginavo i titoloni dei giornali e la raccolta di firme per cambiare il nome allo stadio: non più Bentegodi, ma Gianfranco Zigoni. Ho accumulato più giorni di squalifica che goal, perché non sottostavo ai soprusi degli arbitri. Dicono: bisogna credere alla buona fede di quei signori. Ma per favore, ho visto furti inimmaginabili ed ho pagato conti salatissimi. Una volta mi diedero sei giornate di squalifica e trenta milioni di multa perché dissi ad un guardalinee di infilarsi la bandierina proprio là. Trenta milioni negli anni Settanta: all’epoca con quei soldi compravi due appartamenti. Il prezzo della mia libertà di opinione. Ho un unico rimpianto, essermi tagliato i capelli alla Juventus, ma ero troppo giovane, non avevo la forza di ribellarmi agli Agnelli. Avevo una grande opinione di me stesso, pensavo di essere il più forte calciatore sulla terra. In campo odiavo l’avversario e lo colpivo col mio pugno, che era micidiale, fuori gli volevo bene e lo invitavo a bere un whisky.

Un giorno, alla Roma, capita di incontrare il Santos di Pelè, in amichevole, allo stadio Olimpico. Mi dico: “Oh, giustizia sarà fatta, oggi il mondo capirà che Zigo-goal è più forte di Pelè”.
Lo aveva già detto Trapattoni dopo un Genoa-Milan 3-1 degli anni sessanta, tripletta mia. “Ragazzi”, dichiarò il Trap quel giorno, “Zigoni è meglio di Pelè”.
Lo aveva ammesso Santamaria, gran difensore, dopo una sfida Juventus-Real Madrid: io avevo fatto impazzire il Santa, finte e tunnel, e quello a fine partita si rivolse così a Sivori: “ ‘Sto chico è migliore del negro”. Ero convinto della cosa, mi sentivo più bravo di Edson Arantes e di tutti i suoi cognomi. Poi arriva l’amichevole col Santos, vedo Pelè dal vivo e mi prende un colpo. Madonna, che giocatore. Ho una botta di depressione, di malinconia, penso che a fine partita annuncerò in mondovisione il mio ritiro dal calcio. Mi preparo la dichiarazione in terza persona: “Zigoni lascia l’attività, non sopporta che sul pianeta ci sia qualcuno più forte di lui”. Ad un certo punto il Santos beneficia di un rigore, Pelè va sul dischetto e Ginulfi, il nostro portiere, para. Allora è umano, penso, e così resto giocatore».

Girava in pelliccia, mangiava coniglio e polenta prima di un allenamento, erano più le volte in cui usciva dal campo con la maglietta ancora asciutta, ma sapeva come far innamorare i tifosi. Calzettoni perennemente abbassati, una stempiatura evidenziatasi ben presto nonostante sulla nuca i capelli fossero sempre lunghi, Gianfranco Zigoni dall’inizio degli anni sessanta alla fine dei settanta è stato uno dei calciatori più spettacolari. Faceva impazzire gli allenatori, ma li ripagava sul campo: «Più forte di me? C’è stato solo Pelè, io ero il corrispettivo in bianco. Solo che per avere continuità avrei anche dovuto allenarmi, qualche volta».

Il vocabolo estroso sarebbe fin troppo riduttivo per inquadrare Zigo-gol. Lui era la mosca bianca, quello che usciva dagli schemi, che non si faceva ingabbiare, convinto che il suo enorme talento sarebbe comunque emerso. Juventus, Genoa, Roma, Verona, Brescia: «In bianconero vinsi anche uno scudetto con Heriberto Herrera: mi faceva impazzire chiedendomi di andare a coprire a centrocampo. Quello era uno Zigoni vincente, ma triste».
Il meglio è convinto di averlo dato a Verona (sei campionati, uno in serie B) e nelle ultime due stagioni con il Brescia: «A Verona ero e sono tuttora un idolo. I bambini incidevano sui banchi delle chiese il mio nome ed i preti si arrabbiavano con me. Ci vorranno almeno altri trent’anni prima che a Verona mi dimentichino. Quando giocavo penso di aver distribuito almeno 5.000 fotografie autografate ed ancor oggi i tifosi mi chiamano nei club».

Arriva a Brescia l’11 ottobre 1978, al mercatino di riparazione, lo pagarono 60 milioni. Ha già trentaquattro anni, si teme che sarebbe venuto a tirare indietro il piedino, ma serve una quarta punta dietro il trio Mutti-Grop-Mariani: «La squadra era in B e navigava in brutte acque. Mi chiamò il mio amico Gigi Simoni, con il quale avevo giocato nella Juventus. Giocai 21 partite e segnai 4 goal, ci risollevammo in fretta per una salvezza dignitosa».
L’anno successivo è quello della promozione: «Rimasi, ben sapendo che il mio compito sarebbe stato quello di uomo spogliatoio».
Lo ricordiamo con il numero 14 sulle spalle (al tempo in panchina andavano tre giocatori), in quei riscaldamenti sotto la tribuna del Rigamonti: «Entravo sempre, io dicevo al mister di far giocare i giovani, ma lui aveva bisogno della mia esperienza».

Quando la gara non si sblocca, dalle scalette del Rigamonti s’alza il coro: "Zigo, Zigo, Zigo” e Simoni, puntualmente, opera il cambio. Capita però che vada a prendere posto in panchina a partita già ampiamente iniziata. Capita proprio in un Brescia-Verona del 6 gennaio 1980: «Ad una certa età il freddo pungente fa male», commenta a fine gara, mentre Simoni lo guarda sorridendo.
«L’anno della promozione non feci goal, ma dopo un pessimo inizio della squadra giocai 4 partite consecutive e facemmo 7 punti. Ci diedero la spinta decisiva».

Ma Zigoni in che ruolo giocava? «Lerici, l’allenatore che ebbi al Genoa, diceva prima della partita: date la palla a lui. Ero un numero undici, che aveva bisogno di giocare a briglie sciolte, oggi mi farebbero stare, forse, nei Dilettanti, eppure ero il più forte. Per fare un’altra carriera avrei dovuto rinunciare a parecchie bicchierate con gli amici, e vedere qualche alba in meno, ma non ne valeva la pena».
Nonché un aneddoto ulteriore, con parole sue: «Prima della gara Valcareggi mi dice: “Zigo, oggi non giochi”. Non c’era nulla da fare, dovevo andare in panchina, e visto che era una giornata molo fredda decisi di andare in campo con la pelliccia ed il cappello. Entrai in campo e ci fu un boato».

Nelle sette stagioni al servizio della maglia bianconera totalizza 118 presenze ed un bottino di 33 goal. Con la Juventus si laurea campione d’Italia nel 1967. Nell’estate del 1970 lascia Torino e si accasa alla Roma, dopo un biennio nella capitale raggiunge il Verona dal quale si separa al termine della stagione 1977/78 per indossare la maglia del Brescia e con le “Rondinelle”, a trentasei anni suonati, conclude l’attività a livello professionistico.
Zigoni, il 25 giugno 1967, debutta in Nazionale A lanciato a Bucarest contro la Romania da Valcareggi e rimane quella la sua unica esperienza azzurra.

“HURRÀ JUVENTUS” MARZO 1996:
Siamo a cavallo del 1968, l’anno in cui in gran parte dell’Europa occidentale esplode la contestazione studentesca. Il calcio italiano, generalmente impermeabile ai fermenti politici e sociali, va avanti per la sua strada come se nulla stesse accadendo. Sui rettangoli di gioco al massimo fa la sua timida apparizione qualche calciatore dai capelli lunghi ed i modi un po’ originali che viene immediatamente bollato come rivoluzionario. Nello sport attuale, il look non scandalizza più nessuno. Ma all’epoca per i vari Meroni, Mondonico, Sollier e Zigoni si gridava quasi allo scandalo. In quel mondo un po’ bacchettone ed omologato dove i presidenti dei club, da qualcuno definiti i ricchi scemi, erano di fatto i padri padroni del sistema calcio, chi cantava fuori dal coro stonava e steccava davvero. Anche se la politica c’entrava proprio marginalmente.

Tutto questo lungo preambolo per presentare Gianfranco Zigoni, barbuto e capellone attaccante un po’ bohemienne di un calcio in cui gli attori cominciavano timidamente a prendere coscienza dei loro diritti: «Sin da piccolo avevo l’abitudine di portare i capelli lunghi», racconta Zigoni, «per cui da calciatore il mio aspetto era assolutamente in linea con il mio carattere e non aveva nulla a che vedere con le idee politiche. Certamente anch’io, come tanti miei coetanei dell’epoca, nutrivo simpatia per Che Guevara: ma ero affascinato più dal personaggio che da quello che faceva».
Gianfranco nasce a Oderzo, in provincia di Treviso, nel novembre del 1944, e da i primi calci nel Settore Giovanile dell’Opitergina. A sedici anni e mezzo lo acquista la Juventus, che lo fa esordire in Serie A pochi mesi più tardi. Per altre due stagioni rimane in bianconero a mezzo servizio tra prima squadra e De Martino, quindi viene spedito al Genoa per fare esperienza. Le sedici reti realizzate sotto la Lanterna sono il migliore biglietto da visita per il rientro a Torino.

Siamo nell’estate del 1966: ha inizio la seconda avventura juventina della punta veneta che, in quattro stagioni, mette complessivamente a segno 32 goal in 117 incontri ufficiali. Molti dei quali entrando in campo con il numero 13: «Accadde con una certa regolarità nel corso della mia ultima stagione in riva al Po, che non fu proprio felice. l metodi d’allenamento ed i rapporti con Heriberto Herrera mi avevano distrutto fisicamente e psicologicamente. Ero arrivato quasi sull’orlo dell’esaurimento. Dopo il triennio con il trainer uruguagio arrivò Carniglia, il quale vide giusto. Ed io ripagai la sua fiducia a suon di goal dalla panchina».

Nel 1969 la separazione definitiva. Ma per il capelluto attaccante la carriera conserverà ancora corpose e durature soddisfazioni, raccolte tra Roma, Verona e Brescia: nel complesso altri dieci campionati da protagonista che porteranno il suo score definitivo, tra A e B, a toccare le quasi cento marcature in circa quattrocento incontri. Ma quali erano le migliori caratteristiche di gioco di Gianfranco? «Nei primi anni della carriera ero un attaccante puro e mi muovevo da prima punta. Avrei potuto esordire, in A, a sedici anni, ma una squalifica rimediata con la “De Martino” rimandò l’esordio. Ricordo ancora come fosse adesso il mio enorme disappunto e la voce di Stivanello che mi gridava: “Ehi fu bambino, ne avrai tempo per giocare”. Dopo la massacrante esperienza con Heriberto mi convertii nel ruolo di seconda punta: non più sfondatore, ma uomo assist che si divertiva un mondo a far segnare i compagni. Ero un tutto mancino con un discreto colpo di testa ed un destro deboluccio, con il quale ho realizzato qualche goal per caso».

Domanda indiscreta: il calcio di 15-20 anni fa ti ha arricchito? «Credo che soltanto i Rivera ed i Mazzola abbiano fatto fortuna. Ma io ancor ora posso definirmi benestante e non potrei mai lamentarmi della vita che ho fatto: se penso a mio padre che ha lavorato tutta la vita in fabbrica. Della mia carriera ho solo un rammarico: non aver dato alla Juve tutto ciò che era nelle mie possibilità. Approdai a Torino con la nomea del fenomeno, tant’è che Gipo Viani mi definì “La perla nel fango”. Dopo essere arrivato in Nazionale a venti anni con il Genoa, vissi male, forse anche per colpa mia, i sistemi di allenamento che trovai al mio ritorno in bianconero. Di certo non ho alcun rimpianto di tipo economico: per il mio modo di vedere la vita i soldi non rappresentano la vera fortuna per un uomo. Anzi, se ce ne sono troppi, spesso si rovina qualcosa dentro. Oggi, cinquantenne, vivo a Oderzo, dove mi trovo da re con la mia famiglia. Ho un maschietto di soli quattro anni che mi fa letteralmente impazzire, alleno i giovani della Opitergina e dirigo una scuola calcio collegata con la Juventus, alla quale ho segnalato alcuni ragazzini promettenti come un certo Zigoni».

Per chiudere, chiediamo a Zigoni di svelarci qualche episodio divertente: «Ottobre 1969, Furino disputa il primo dei suoi tantissimi derby, nei minuti iniziali realizzo il goal del nostro vantaggio e quindi si va negli spogliatoi per l’intervallo. Lì Herrera mi dice “Gianfranco, ti vedo stanco, vai sotto la doccia”. Io non fiato, ma ci rimango di sasso, anche perché stavo andando alla grande. Morale: nella ripresa il Torino può riversarsi in massa nella nostra metà campo, e vince per 2-1».

FONTE: IlPalloneRacconta.BlogSpot.it


IL COMPLEANNO DEL GRANDE CAMPIONE
I FAVOLOSI ANNI 70 DI ZIGO-GOL
25/11/2014 09:01
Gianfranco Zigoni trascinato via dai compagni

Ribelle, geniale, rivoluzionario, play-boy, campione, incompreso. E mille altre cose. Avrebbe voluto morire al Bentegodi. "Così mi intitolavano lo stadio". Simbolo di una generazione che tifava Hellas Verona prima dello scudetto di Bagnoli, di Elkjaer. Il 25 novembre 1944 nasceva a Oderzo, nel Trevigiano, Gianfranco Zigoni, il giocatore più amato dai veronesi.
Un amore, come tutti gli amori, contrastato, mai lineare, pieno di incomprensioni ma anche di comprensioni. Zigo-gol è stato croce e delizia, amore e morte di una tifoseria che per lui ha delirato, perdonandogli tutto e facendolo diventare un mito al di là dei meriti calcistici (pochi) ma comprendendo che il suo enorme talento andava difeso a prescindere.

BUON COMPLEANNO. Oggi Zigoni compie 70 anni. E' ancora un guascone e quando lo chiami ti parla ancora di Pelè come il suo termine di paragone. Lui e Pelè, cioè il più forte giocatore del mondo e forse di tutti i tempi, come linea di demarcazione per capire chi è Zigoni. "Quando giocai un'amichevole contro il Santos" racconta "vidi giocare la perla nera e pensai di mollare il calcio. Non sopportavo l'idea che ci fosse uno più forte di me sulla terra. Poi Pelè sbagliò un rigore e pensai che anche lui era umano. Così continuai a giocare a calcio".

LUI E GARONZI. A Verona Zigoni trova la maturità, trova Garonzi che lo pungola, trova Valcareggi, trova soprattutto una squadra che lo coccola e lo sopporta. Da Nanni a Mascetti a Livio Luppi: non è facile avere vicino uno come il Zigo. E invece quella squadra lo protegge, persino lo induce a scherzare. Come quando gli dicono che non sarebbe stato capace di andare in panchina vestito con una pelliccia per l'esclusione dai titolari di Valcareggi. "Scommettemmo con lui" dice Franco Nanni "vediamo Zigo se hai il coraggio di metterti la pelliccia...". Zigo lo ebbe. Mise la pelliccia e quella foto fece il giro del mondo. Lui con la pelliccia in panchina. Ma aveva vinto la scommessa. Garonzi lo amava come un figlio. I giorni del rapimento furono una sofferenza devastante per Zigo. Anche se Garonzi era abilissimo a mettere davanti obiettivi impossibili per Zigoni e il rapporto tra i due, soprattutto quando si trattatava di firmare i contratti, era quantomeno burrascoso.

CHI E' STATO ZIGONI. Oggi le nuove generazioni fanno fatica a capire chi è stato Zigoni. Il conformismo è oggi Balotelli, mentre Zigo era figlio dei suoi tempi, del ribellismo del '68 e di quello che poi sfociò nei durissimi anni '70. Allora era veramente "contro" avere i capelli lunghi, le basette, la barba. E Zigoni, ovviamente aveva tutto. Zigo è parente stretto di George Best, di cui abbraccia solo gli aspetti esteriori e non il senso di autodistruzione. E' un poeta, un santo, un navigatore, uno che avrebbe potuto e mai voluto. Un grande talento inespresso, un genio del pallone, mai compreso. O Forse compreso solo per uno spicchio di vita, a Verona. Matti come lui.

IL RANCORE DEI NOSTRI GIORNI. Ad un simile genio si concede tutto. Anche oggi Zigoni vive ribellandosi. Da tempo non viene più a Verona, ha disertato la festa dei 100 anni. E' arrabbiato e ce l'ha soprattutto perchè il Verona non ha concesso una chance a suo figlio Giammarco. "Che per fortuna" dice "non mi assomiglia per niente. Ha preso tutto da sua mamma...".
GIANLUCA VIGHINI

FONTE: TGGialloBlu.it


24.11.2014
Buon compleanno, mitico Zigogol!
Gianfranco Zigoni

Buon compleanno, mitico Zigogol. Uno dei più grandi giocatori della storia dell'Hellas, sicuramente il più amato dai tifosi, compie oggi 70 anni. E' nato infatti a Oderzo, il 25 novembre 1944. Ha giocato anche con Juve, Genoa, Roma e Brescia, "ma se sono Zigogol, lo devo al Verona". Un giocatore senza tempo, un campione infinito, che ha segnato un'epoca e continua a giocare nel cuore e nella fantasia della gente.

FONTE: LArena.it


PRIMO PIANO
Zigoni: "La classifica del Verona è ottima ma manca qualcosa"
04.11.2014 16:40 di Matteo Rocchini Twitter: @RoccoN71
Dopo il pareggio di ieri sera, la redazione di Tuttomercatoweb.com ha intervistato in esclusiva Gianfranco Zigoni, l'ex bomber del Verona:
"È una buona classifica, non si può pretendere la luna ma sicuramente sta facendo un buon campionato. Manca sicuramente qualcosina, Toni ha un anno in più e quest'anno sta facendo più fatica. Se avesse vinto avrebbe agganciato l'Inter, ma nel calcio i se e i ma non vanno contati. Ora possono anche permettersi di speculare con le grandi, di portare a casa anche un pari. Spero che si sblocchi Toni e non solo su rigore".

Cosa manca per il definitivo salto di qualità? "Da quel che ho visto, non si può pretendere più di quello che stanno facendo con questa rosa. Inoltre non credo che la società abbia tutto questo denaro da investire. Per fare un campionato dignitoso va anche bene così. Se dobbiamo cercare cosa manca, magari servirebbe un centrocampista forte. In questo momento fanno fatica tutte le big e al Verona non manca niente: ha un grandissimo pubblico, una grande piazza e una bella squadra. Può crederci fino alla fine. Magari servirebbe un attaccante più giovane di Toni per dargli il cambio e poi serve un difensore forte".

FONTE: TuttoHellasVerona.it


18:25 | giovedì 25 settembre 2014
Zigoni: «Roma, sarà battaglia contro la Juve. Hellas? I brividi a pronunciare questo nome»
L’ex calciatore di Roma e Hellas Verona parla della sfida dell’Olimpico di sabato pomeriggio

di Christian Schipani - twitter: @ChristianSchipa
Roma e Hellas Verona riprendono la preparazione in vista del match di sabato pomeriggio all’Olimpico. Sarà una battaglia, ma ciò è scontato. Entrambe le compagini non lasciano nulla al caso, sempre con il coltello tra i denti e in campo danno spettacolo. Tanto, il tasso tecnico che sarà presente nell’impianto sportivo della capitale. Sarà, inoltre, una partita tra due big del calcio italiano. A parlarci di questo incontro è, ai microfoni di CalcioNews24.com, Gianfranco Zigoni, doppio ex di Roma e Hellas Verona. «Florenzi? Lo avrei premiato per il bacio alla nonna. Giocare a Verona è come essere nella fossa dei leoni»

Inizia bene la Roma, in campionato quattro successi in altrettante gare...
«Un inizio meraviglioso, stupendo. Ieri sera ho avuto un po’ di paura, ma meno male che Pjanic ha fatto quel gran bel gol. Prevedo già una battaglia tra Juventus e Roma, le due squadre sono alla pari».

Buffon ha detto che “con una Roma così, quest’anno sarà dura per la Juventus ripetersi”. Come commenta?
«(ride ndr) Buffon è un ragazzo furbo, ma non credo che lui pensi davvero così. La Juventus, purtroppo, è più abituata a vincere della Roma, ma quest’anno sarà una bella lotta. Spero in una vittoria dello scudetto dei giallorossi, sarebbe un bel regalo per i miei prossimi anni».

In queste prime quattro giornate quale giocatore della Roma l’ha soddisfatta di più?
«Pjanic, è un fenomeno, bravo e simpatico. Poi, che dire. Totti non si discute, mi sta piacendo. Sono allibito, io a 38 anni ero già nonno e lui gioca ancora. Lo ammiro anche perchè io a 33 anni ero stanco del calcio, lui no. Ma poi, Florenzi è un giocatore sottovalutato: è davvero forte. Il portiere numero uno in Italia è De Sanctis, unico nel suo ruolo. Non c’è nessuno che non mi piace della Roma».

E a proposito di Florenzi, dopo il bacio alla nonna è stato multato. Una sanzione giusta per comportamenti che, magari, dovrebbero vedersi più spesso?
«Attualmente nel mondo si tirano bombe e vedere un gesto come quello di Florenzi è un qualcosa di meraviglioso, io lo avrei premiato. Però poi non multano uno che rompe una gamba all’avversario. Non ci siamo, è tutto da rifare».

Non solo la Roma, ma anche il Verona ha avuto un avvio positivo...
«Me l’aspettavo, ha ingaggiato giocatori forti e di esperienza che hanno aumentato la qualità di un buon gruppo. L’Hellas ha preso Marques, Saviola, quindi non mi meraviglio dell’avvio. E poi Verona è una leggenda del calcio italiano, bisogna finire di sorprendersi se gli scaligeri sono tra i primi in Italia. Andare a Verona è come andare nella fossa dei leoni, poi senti il nome: fa già paura a pronunciare il nome Hellas. È ora di finirla di meravigliarsi di questi risultati».

E su Mandorlini?
«Non ce l’ho con nessun tecnico, ma secondo me contano poco gli allenatori. Mandorlini è stato bravo anche perchè in squadra aveva giocatori altrettanto bravi. L’unico che merita qualcosa in più è Zeman, adesso tutti gli puntano il dito contro perchè non vince, ma c’è da dire che non ha neanche grandi giocatori. Trapattoni fu esonerato a Cagliari perchè non aveva una buona squadra, ma il grande Trap ha allenato ovunque: in Germania, in Portogallo, in Austria, in Irlanda, portando il nome dell’Italia in alto».

Roma-Hellas Verona all’Olimpico, che partita dobbiamo aspettarci?
«Sarà una partita tra due squadre forti, ma, ahimè mi tocca dirlo, all’Olimpico non ci saranno tante speranze. La Roma in casa spinge troppo».

FONTE: CalcioNews24.com


SERIE A
ESCLUSIVA TMW - Zigoni: "Juve-Iturbe? Se si fosse chiamato Netturbino..."
27.06.2014 21.33 di Alessandra Stefanelli
Gianfranco Zigoni, campione d'Italia con la Juventus nel 1967, ha commentato ai microfoni di Tuttomercatoweb.com le ultime vicende che hanno visto per protagonista Giorgio Chiellini: "Io dico che in campo si può anche dare una gomitata in faccia, come qualche volta ho fatto io che non sono un santo, ma morsicare no. A parte il morso, mi ha dato fastidio perché si è messo le mani sulla faccia come se fosse stato colpito lui. A me è scappato da ridere, io gli avrei dato un anno di squalifica e molte più giornate di stop. È recidivo, è la terza volta, io non ho mai visto una cosa del genere. E la sua Federazione l'ha addirittura difeso. Mi spiace solo che l'Uruguay, che mi è anche simpatica come squadra, debba giocare senza un giocatore che faccia reparto da solo. Suarez da quello che ho capito ha avuto anche problemi di razzismo, dice di non voler parlare con i neri, e se è così deve farsi curare, io magari davo un pugno ma finiva lì".

Qualcuno ha anche dato la colpa a Chiellini...
"Io non capisco queste cose, capisco che il calcio è contatto ma è grave che uno vada in giro a morsicare. Io rispetto le opinioni di tutti, ma questa penso sia una cretinata".

Cambiando argomento, si parla di Juan Iturbe per la Juventus.
"Sarà sicuramente bravo, ma un ragazzo di 21 anni non può valere 25-30 milioni. Mi sembra eccessivo dopo un solo anno al Verona. Purtroppo è così perché si chiama Iturbe, se si fosse chiamato Netturbino non l'avrebbe voluto nessuno o l'avrebbero preso per la metà. Non capisco queste cifre, la Juve forse ha soldi da spendere ma mi sembrano eccessive".

FONTE: TuttoMercatoWeb.com


12.08.2013
«Di Natale come me? Totò sarà contento...»
GIANFRANCO ZIGONI
Il solito Zigo, quandomai ne nascerà un altro così? E' in giro per Caorle, in bici. "Qua sono a casa mia, ci vengo da una vita...". Un idolo, per tutti. In spiaggia, uno spasso. Carte, bocce, qualche sinistro dei suoi, "... anche un mezzo bicchiere di Raboso, è quasi meglio del Valpolicella...".

Il solito Zigo, quandomai rivedremo uno forte come lui? "Lui e Di Natale sono i più forti dei miei 40 anni di carriera» ha detto nei giorni scorsi Guidolin. «A Zigo, ho portato pure la valigia».
Zigo ci ride su. «Questa della valigia non me la ricordavo, di sicuro mi ha fatto da cameriere...»
Come, da cameriere? «Eh sì, specie la domenica mattina. Guido dormiva in camera con me. Lui si alzava presto, andava a Messa. Sempre stato un bravo ragazzo, lui...»
E tu, niente Messa? «Io andavo in Chiesa, ma non a Messa. Io dormivo finchè potevo, il Valca me lo permetteva, sapeva che poi in campo l'avrei ripagato...»
Sì, ma il cameriere? «Allora, io dicevo a Guido. Fai piano, non svegliarmi. E portami in camera latte, un po' di succo e la brioche. E lui lo faceva sempre...».
Com'era da giocatore? «Era un bel centrocampista, tecnico, è stato importante, in quel Verona. Ragazzo educato, bravissimo. Per questo il Valca l'ha messo in camera con me, ero il suo contrario...».
Forse troppo buono per fare di più, come giocatore... «No, io penso invece che ognuno abbia un destino, io ci credo. E' come da allenatore, uno come lui dovrebbe allenare anche oggi una grande. Per me, è il migliore e lo ha dimostrato, ha sempre fatto grandi risultati»
E allora, perchè mai una grande? «Perchè ognuno di noi ha un ruolo e perchè nella vita non conta dove sei e dove lavori, ma come lo fai. Cosa vuol dire, essere in una grande? E' così importante? Guidolin ha trovato a Udine la sua dimensione, non gliene frega niente delle grandi e di tutto il resto. Nella vita, sempre, non contano tanto le apparenze, quello che conta è essere in pace con se stessi».
Zigogol, il saggio... «Se ricordi, ai miei tempi mi voleva l'Inter, a un certo punto. Il povero Commenda l'avrebbe portato a Milano in braccio, l'Inter gli dava 700 milioni, a quei tempi... Io ho detto di no, "io resto al Verona". Nella vita ci sono cose più importanti...»
Guidolin ha detto anche che i più forti giocatori dei suoi 40 anni sono stati Zigoni e Di Natale... «Lo so, gli ho telefonato, ne abbiamo parlato...»
Bel complimento... «Per Totò di sicuro. Chissà come sarà orgoglioso Di Natale di essere stato paragonato a Zigoni...»

FONTE: LArena.it


EX GIALLOBLU
Guidolin ricorda Verona Zigoni il più forte
05/08/2013 14:05
Da quarant'anni è nel mondo del calcio e Francesco Guidolin, oggi allenatore dell'Udinese, intervistato dalla Gazzetta dello Sport non ha dimenticato da dove è partito: "Andai in ritiro con il Verona per la prima volta il 4 agosto 1973; nel novembre '75 debuttai contro l'Ascoli. Il mio allenatore era Valcareggi. Più avanti ho incontrato Osvaldo Bagnoli da cui ho imparato moltissimo. Il più forte con cui ho giocato? Nessun dubbio, Gianfranco Zigoni al quale portavo anche la valigia".

FONTE: TGGialloBlu.it


10:14 | 30/03
Esclusiva - Verona, l'ex Zigoni: "Hellas superiore al Livorno. Gomez, Cacia e Mandorlini…”
Dopo il pareggio contro il Sassuolo, l’Hellas Verona si gode le vacanze di Pasqua. Una piccola pausa, per ricaricare le pile, e poi si tornerà sul campo di allenamento per preparare la sfida contro la Ternana. La redazione di CalcioNews24.com ha contattato Gianfranco Zigoni, ex attaccante della formazione scaligera. Ecco quanto dichiarato in esclusiva.

Quali sono le sue considerazioni circa l’Hellas Verona?
“Non seguo molto il Verona, ma è sempre nel cuore. In partenza era la favorita, adesso è in lotta per la Serie A. Onestamente pensavo di più con la rosa che ha, speravo fosse al posto del Sassuolo, ma ogni anno c’è la sorpresa. Non mi aspettavo che fosse a pari punti con il Livorno, l’Hellas è superiore ai granata. Non sono entusiasta al cento per cento”.

Quali sono le difficoltà che ha incontrato la squadra?
“Bisognerebbe chiedere all’allenatore, dall’esterno magari è difficile dare una risposta”.

Giovedì un pareggio contro la capolista Sassuolo…
“Non ho avuto modo di vedere la partita, ma voglio essere onesto: il pareggio era una cosa scritta già dall’inizio. Anche io ho pensato che facessero 1-1. E’ un pari ottimo e fortunato perché il Livorno ha pareggiato, e se avesse vinto il Verona avrebbe perso la seconda posizione. Vedo molto in forma anche l’Empoli e credo che alla fine del campionato ci siano i play-off”.

Il secondo posto è ancora bagarre fra Verona e Livorno, chi delle due riuscirà a tenere duro?
“Per squadra, tradizione e personalità il Verona è più attrezzato del Livorno. Però vorrei vedere il calendario, a volte ci si ritrova a giocare contro squadre che devono salvarsi o che lottano per i play-off”.

Hellas Verona-Ternana e Livorno-Ascoli…
“Il Verona vince con la Ternana. Per quanto riguarda il Livorno si ritroverà davanti a se una squadra difficile, soprattutto in questo periodo. Credo che l’Hellas, alla fine, la spunti”.

Juanito Gomez, rispetto all’anno scorso, sembra essere meno cinico…
“Come per tutti gli attaccanti, anche lui ha i suoi alti e bassi. L’importante è vedere come gioca, il gol può essere un momento di fortuna. Voglio fare riferimento a Ciro Immobile: a Grosseto ha fatto solo un gol, invece con Zeman, a Pescara, ne ha siglati ventotto. Quest’anno, con il Genoa, fa fatica anche perché la Serie A è un campionato molto difficile. Ci sono momenti in cui il gol viene facile, ma ripeto, l’importante è giocare bene per la squadra. Da ciò che leggo Gomez fa belle prestazioni, ma non fa gol. Cacia segna, ma non gioca benissimo, ha segnato per merito dei compagni. Io non guardo chi segna, ma qui in Italia è così: si va a guardare solo chi fa gol, magari non si vede se sono stati fatti tutti su rigore o no. Trovo antipatici quelli che criticano Giovinco, ma cosa deve fare? Salta gli uomini, mette in crisi la difesa, non farà tanti gol però gioca benissimo. Sono d’accordo con il tecnico Antonio Conte, lo schiererei sempre in campo. Quando giocavo io non facevo tanti gol, però li facevo fare. Per me Gomez è più forte di Cacia, quest’ultimo andrà a segno perché sfrutta le azioni della squadra”.

Mandorlini deve continuare con lui? Quest’anno è stato messo in discussione…
“Ho letto le sue ultime interviste e non ha la stessa grinta dell’anno scorso, lo vedo più pacato e tranquillo, ma questa è una mia impressione. Forse anche l’essere stato messo in discussione gli ha levato la grinta che aveva prima. Non conosco Mandorlini, ma quello che sta facendo lo fa abbastanza bene. Poi per i presidenti cambiare allenatore è come mangiare la pasta asciutta, è facile”.

FONTE: CalcioNews24.com


PRIMO PIANO
Brescia-Hellas, il derby di Zigoni l'eretico
29.11.2012 18:25 di Redaz. TuttoB.com
Fonte: Carlos Passerini - Corriere della Sera
«Se fai il barista ed entra Gianni Agnelli, tu il caffè mica glielo fai pagare. Se entra un muratore sporco di calce, paga eccome e non vedi l'ora che va fuori dalle palle. È per questo che il mondo va così, di merda». Zigoni, ma lei non cambia mai? «A me non me ne frega niente, io non odio nessuno, solo gli arbitri che sono dei tiranni al servizio delle grandi squadre. Però dammi del tu, amico mio, sennò metto giù». Una volta ti sei beccato sei giornate di squalifica e trenta milioni di multa per aver suggerito al guardalinee uno stravagante utilizzo della bandierina. «Ci compravo due appartamenti con quei soldi, ma la libertà di opinione ha un prezzo».

Ce ne vollero sessanta per portarlo al Brescia nel '78, aveva già 34 anni e con quella vita lì alle spalle, da rockstar, in molti pensavano fosse bollito. Anarchico autentico, come Vendrame, come Meroni, girava con la pelliccia e una pistola infilata nei pantaloni, leggeva libri di filosofia, in ritiro sparava ai lampioni, stava con Che Guevara. «Lui e Cristo sono gli unici immortali passati sulla terra». A convincere l'allora presidente Saleri era stato l'allenatore Gigi Simoni, che aveva giocato con lui nella Juve. Serviva una punta in più dietro a Mutti, Mariani e Grop. «Più che altro serviva una chioccia, un fratello maggiore. Io e il Gigi avevamo un accordo: ti di una mano, ma tu non mi scassi. In ritiro andavamo all'hotel Ambasciatori ma a pranzo mangiavo in una trattoria, in un vicolo in centro. Poi andavo all'allenamento e Simoni mi diceva: vedo che hai un po' di panza, fammi indovinare, oggi coniglio con la polenta e tre quarti di rosso. Azzeccava sempre, quel diàol , mai capito chi fosse la spia. Poi ridevamo. Ero già vecchio, in squadra erano tutti ragazzini bravissimi: Malgioglio, De Biasi, Galparoli. Io li tenevo insieme come il fil di ferro, qualcuno lo sento ancora, beviamo un bicchiere insieme qui da me a Oderzo. Un po' di tempo fa ho saputo della tragedia del povero Luciano Bertoni (suicidatosi sotto un treno nel 2008, ndr ), portiere di riserva, bravissima persona. Che disgrazia».

Girava voce che decidessi tu se-quando-come-dove giocare. Il primo anno segni 4 gol in 21 partite e non centrate la promozione in A, la stagione dopo giochi meno e non ne metti dentro neanche uno. Però tutti ti adorano. Quando ti togli la famosa pelliccia e ti alzi dalla panchina tutto il Rigamonti grida «Zigo-Zigo-Zigo». Però una volta col Verona quella famosa mano a Simoni non gliel'hai data. Così vuole la leggenda, almeno. Diciotto maggio 1980. «Verona-Brescia, certo. Leggenda niente, confermo tutto, firmo tutto. Avevo giocato sei anni nell'Hellas, quella era casa mia, a Brescia stavo da dio, ma non potevo andare a rubare nel mio salotto. Tu la prenderesti a schiaffi tua madre?». Effetti collaterali del professionismo. «Mai stato un professionista, io giocavo a pallone e basta. Non mi piaceva neanche tanto giocare, è che ero bravo e non mi hanno più fatto smettere. A calciare mi hanno insegnato i preti, qua al paese». Il derby. «Ah ecco, stavamo andando in A, ci servivano punti. Gigi mi chiama e mi dice: entra. Io lo guardo fisso negli occhi e gli rispondo: se tu mi fai entrare io smetto di giocare a pallone. Bluffavo, tanto sapevamo tutti e due che avrei smesso comunque di lì a un mese. Silenzio. Attorno rimbomba lo stadio, fra Brescia e Verona era già sentita allora, c'era un casino. Lui mi osserva, poi si volta, mi dice va bene e si rimette a guardare la partita. Io mi risiedo felice e contento. Finisce pari, mi sembra». Zero a zero.

Cinque mesi prima, all'andata al Rigamonti, l'avevi fatta simile. «Sì, ma quella volta lì volevo giocare per far capire al presidente del Verona che aveva fatto una cazzata a non tenermi. Io andrò in A col Brescia, gli avevo detto, mentre tu resterai in serie B. È successo proprio così, poveraccio. Però non mi sono impegnato tanto quella partita, e poi ero rimasto nascosto negli spogliatoi per un'ora, entrai alla fine, tipo venti minuti». Parentesi: quel presidente era Saverio Garonzi, ex rigattiere divenuto ricchissimo con la guerra, burbero e autoritario, rapito nel '75 in centro a Verona e liberato dieci giorni dopo nella Bergamasca. Chiusa parentesi. Fra Brescia e Verona fu pari anche al Bentegodi, 1-1, Mutti e D'Ottavio. E sabato? «Ancora 1-1. E se vanno tutte due in A la prossima volta prometto che vengo a Brescia a vedere il derby. E prima andiamo a cercare la trattoria, magari fanno ancora il coniglio». Controllato: lo fanno ancora.

FONTE: TuttoB.com


«Se mi lascia fuori vado in panchina con la pelliccia...»
AMARCORD. Gianfranco Zigoni sempre protagonista, ricordate?
E quando Valcareggi gli disse: «Zigo, oggi non giochi» fu di parola. «I miei compagni non mi credevano, io mi infilai la pelliccia e poi mi misi anche il cappello»

05/02/2012
Scese dal pullman con l'aria stropicciata di sempre. Capelli scombinati, lo sguardo truce, i suoi soliti stivaletti da cow boy. «La vinco da solo» pensò tra sè. «Questa sento che è una grande giornata». Sicuro di giocare. Anzi, sicurissimo. Anzi, ancora di più. «Come fa la Valca senza di me?» pensò tra sè Zigogol. Beh, questo lo pensava sempre, faceva parte del personaggio, lui era Zigogol, mica uno come gli altri. C'era la Fiorentina, ad aspettare. Zigo s'era preparato bene, per quello che poteva essere «bene» per quelli come lui. «Non mi son mai fatto mancare niente» racconta sempre. Magari ci marcia un po', romanzando notti brave e donne ancora più brave, compagni che chiudevano un occhio e allenatori che spesso ne chiudevano due. «Whisky, donne, macchine, mai lasciare indietro niente». E se gli capitava il sabato sera l'occasione giusta, beh, «... la prendevo al volo».

Come quella volta, vigilia della Sambenedettese, «eravamo in camera io e Fanzot. Lui dormiva, io ero sveglio anche per lui. Mi son spiegato? La domenica vincemmo 4 o 5 a 2 e io segnai 2 gol. Quando avevo voglia, chi mi poteva fermare?». Lui era così, come recitava quello striscione, lassù in curva. «Dio Zigo, pensaci tu». Il Valca lo guardò per bene, senza darlo a vedere. Ne aveva viste tante, zio Uccio. Uno che era passato indenne attraverso la staffetta Mazzola-Rivera, secondo voi, poteva mai sentirsi a disagio? Zio Valca conosceva bene i suoi uomini. Li spiava mentre erano in pullman, li ascoltava, li studiava da tanti piccoli o grandi particolari. Capiva quando poteva osare, anche con Zigo, certo. In fondo, l'aveva pure chiamato in Nazionale, quella volta.

«Ma sì - ridacchia Zigo - eravamo in Romania, partita facile...». La notte, racconta lui, la trascorse come sempre, quando si sentiva invincibile, quando si sentiva Zigoni. «Mi ricordo che un mio compagno, mi sembrava che fosse Juliano, mi vide alla sera con un bicchiere di whisky. «Sei matto?» mi disse. E io: «Non sono mica matto, sono Zigoni, io... Il giorno dopo vincemmo 1-0 e io giocai una grande partita. L'unica in Nazionale...». L'unica, ma non aspettatevi rimorsi e rimpianti. Glielo dissi io al Valca. «Mister, non mi chiami più in Nazionale, ci sono troppi sacrifici da fare, meglio che faccia giocare gli altri...». Andò davvero così? Non fatevi troppe domande, non lo sapremo mai. Quel «faccia giocare gli altri» rimbalzò quel giorno nella testa di zio Uccio.

Sarà che la settimana prima, senza Zigo, il Verona se l'era cavata. O meglio, Luppi e Macchi, in coppia, «m'erano piaciuti». Sarà, come a volte succedeva, che in settimana l'aveva visto un po' «via di testa». Sarà quel che sarà, pensò zio Uccio. «Gianfranco, oggi vieni in panchina con me». Il tono giusto e la voce ancora più giusta, l'aria convinta e convincente. Un papà, più che un allenatore. «Non gli potevi voler male, anche quando sparava... cazzate. Come quel giorno» ricorda Zigo. «Entri dopo». Zigo lo guardò con l'aria da duro, l'aria di sfida, che zio Uccio conosceva bene. L'aria di uno che non ha capito e se ha capito non ci crede per niente. Silenzio. «Cazzo» sospirò Zigo. Senza altre parole. Solo pensieri. «Io in panchina? Ma questo non ha capito un cazzo, se lascia fuori uno come me vuol dire che vuol perdere la partita. Io, il più forte, in panchina. Zigo in panchina? Ma come farà mai a vincere? E poi, perché io in panchina? anche se non mi sono allenato bene, io le partite le vinco da solo se ho voglia... Ma questo, me la fa passare la voglia...».

Zigo s'accomodò al suo posto, senza nascondere l'aria vigliacca di sempre. E mentre qualcuno lì vicino, gli batteva una mano sulla spalla, lui s'inventò la protesta più bella che potesse immaginarsi. «Bene, vado in panchina con la pelliccia». I tre-quattro che aveva lì intorno, finsero di non capire. «La pelliccia? Ma sei matto, il Valca te la fa togliere...». Zigo scrollò le spalle e lisciò la pelliccia. «Mi metto la pelliccia e anche il cappello da cow boy e poi vediamo come va...» aggiunse in tono di sfida. «La pelliccia era il regalo di un'amante. Tieni, mi aveva detto, come te non c'è nessuno... Il nome? Era una veronese, ma i nomi non si fanno. Il cappello invece, l'avevo comprato a New York, durante una tournée con la Juve».

Cominciò a spogliarsi. Lentamente. «Zigo, scommettiamo che non ce la fai ad andare in panchina con la pelliccia?» gli disse il Livio Luppi, che a lui poteva dire di tutto. «Se mi date dieci carte da mille, vi faccio vedere chi comanda» rispose Zigo. C'erano lì anche il Masca e pure il Klaus. «Bachlechner, un bravissimo ragazzo, era famoso per il suo braccino corto. Ero sicuro che di fronte all'idea delle diecimila lire, si sarebbe tirato indietro...». Ci pensò il Livio a stuzzicarlo. «Vero Klaus, che per Zigo in panchina con la pelliccia, dieci carte ce le metti anche tu?». Il Klaus sorrise, infilò la mano in tasca e prese diecimila lire. «Tieni Zigo, eccole...». A quel punto, il gioco era fatto. «Se ci stava anche Klaus, voleva dire che ne valeva la pena» racconta oggi Zigo.

Continuò a spogliarsi. S'infilò stancamente la maglia e sopra la tuta. Zio Valca ripeteva le solite cose. Zigo non ascoltava, perso nei suoi pensieri. «Non mi serve». Legò le scarpe, con fare solenne. Sentì l'arbitro fischiare, vide i compagni avviarsi. Prese dall'attaccapanni la sua pelliccia. Vriz che andava in panchina con lui sorrise. «Che fai?». Zigo se la infilò sopra la tuta. Prese il cappello da cow boy che aveva comprato a New York, sistemò anche quello. E s'avviò. Zio Valca fece in tempo a vederlo ma forse non a capire. Quando realizzò, Zigo era già nel tunnel. Anzi, forse già sulla scaletta. Dopo un attimo, un boato. Il Bentegodi lo vide entrare in campo così. Zigo s'avviò col passo lento verso la panchina, come fosse la cosa più normale del mondo. S'accomodò, ultimo posto a destra. La gente sugli spalti impazziva. I fotografi pure. Si risistemò il cappello. Click. Forse non lo sapeva, o forse sì. Quella foto è diventata il poster di una stagione bella e impossibile. Una stagione infinita.
Raffaele Tomelleri

Zigogol diventa ... scrittore
14/04/2011
Questo pomeriggio, ore 18, alla libreria Gheduzzi "Giubbe Rosse", grande attesa per il debutto di Gianfranco Zigoni come... scrittore. L'indimenticato Zigogol è l'autore di una delle tre prefazioni del libro "Dal Piave al Rio Negro" realizzato da Alvise Tommaseo Ponzetta. Un lavoro di storie e di vita, che, in alcuni episodi, vede protagonista proprio Gianfranco Zigoni. "Un'ultima considerazione" scrive Zigoni. "Questo libro è adatto a tutti: ai bambini e ai nonni, ai calciatori e ai cacciatori, fino agli ambientalisti e naturalmente ai veneti, oltrechè ai sudamericani". Fin qua, niente di speciale, direte. Ma dal grande Zigo, aspettatevi sempre un finale a sorpresa: «Quindi, per Natale, ne invierò una copia in regalo ai miei amici Roby Baggio e Pelè».

FONTE: LArena.it

- Zigoni, il genio ribelle con Juve e Roma nel cuore.
Uno dei campioni più amati e discussi degli anni Sessanta e Settanta racconta gli aneddoti più divertenti della sua carriera, tra donne, lunghe squalifiche e tiri al lampione...
VERONA, CHIESA E PELLICCIA - Due stagioni a Roma, poi la cessione al Verona. "Mi sono messo a piangere, ma che vita a Verona". Sei stagioni, il 5-3 inflitto al Milan nel '73 che regala lo scudetto alla Juve, la squadra che Zigo ha amato meno. Per qualche tempo vive in una parrocchia. "Monsignor Augusto mi aveva preso a ben volere. Così ho vissuto nella chiesa di San Giorgio in Braida, stupenda sulle rive dell’Adige (con dipinti di Tintoretto e Veronese, ndr). Mi stavo convincendo ad andare per un mese in un convento di frati camaldolesi. Sono andato a visitarlo, mi ha aperto un frate polacco dalla lunga barba bianca. Era stato calciatore e sapeva tutto di me. Sembrava di stare in un film. Mai poi tante donne si son messe a piangere. Dai Zigo, non puoi lasciarci. Mica potevo far piangere tutte quelle donne. E il mese in convento è saltato". "Un giorno Valcareggi mi dice che non mi avrebbe fatto giocare. E gli dico ridendo: "Ma come? Tiene fuori il più grande giocatore del mondo?". Comunico ai compagni che sarei andato in panchina con pelliccia e cappello da cowboy, in cinque scommettono che non l’avrei fatto. E invece presi posto sulla panchina del Verona conciato in quel modo".

LA COLAZIONE DI GUIDOLIN - Nel Verona di Zigoni c’è anche un giovane centrocampista timido di 18 anni, è Francesco Guidolin, oggi allenatore del Palermo. "Dormivamo in camera insieme. Valcareggi mi consentiva di alzarmi più tardi. Checco, dico a Guidolin, portami la colazione alle 10. E una mattina alle 8 sento Francesco che usciva dalla stanza piano, piano per non svegliarmi". "In un Verona-Lazio, Ammoniaci, il terzino che forse ricordava i due gol che gli avevo fatto quando lui giocava nel Cesena, mi tratteneva per la maglia in continuazione. Non ne potevo più e gli ho mollato un cazzotto. Ammoniaci cade per terra senza dare segni di vita. Guidolin mi venne vicino: "Dio Bon, Zigo è morto". E io: 'Speriamo così non mi trattiene più per la maglia'". Quattro giornate di squalifica. Ne prende invece sei dopo un Verona-Vicenza. "A una mia protesta, un guardalinee mi si avvicinò e mi disse 'Cadi sempre, non stai in piedi'. Era vero, ero stato con una donna fino alle cinque del mattino, Lo mandai a quel paese. A fine partita sto parlando col mio amico Faloppa del Vicenza. Arriva il guardalinee e mi chiese cosa gli avessi detto durante la partita. E io: 'Come ti permetti di interrompermi mentre sto parlando. La bandierina te la cacci su per il culo'. Mi costò sei giornate di squalifica e sei mesi di stipendio".

I VERI RIMPIANTI - "Un giorno Valcareggi mi disse che se avessi fatto una vita più regolata, sarei stato il più grande calciatore italiano. Ma ero fatto così. Quando ero in giornata e avevo voglia non bevevo e non fumavo. Per il resto: 40 Malboro al giorno, il whisky dopo pranzo, le birre, le donne: o ero un fenomeno io o erano scarsi gli altri. Mi sento fortunato. I rimpianti veri? I miei genitori che sono morti giovani, aver perso una nipotina di 4 anni. Ecco perché non potrò mai capire Pelè e Maradona che litigano per stabilire chi è stato il più grande".

FONTE: La Gazzetta dello Sport on-line

...E come poteva un personaggio del genere non essere amato dai "veronesi tùti màti"? Eppure, nonostante le mattane, Zigo dimostra con la frase su Pelè e Maradona, che sotto sotto forse è l'unico che ha capito tutto nel "calcio dei grandi" a cui appartiene di diritto: GRANDE ZIGO!!!

- TRA CHE GUEVARA E PADRE PIO
«Credevo di essere più forte di Pelé»

«Gli arbitri in buona fede? Ma per favore...»

«Sognavo di morire sul campo, con la maglia del Verona addosso»

«Mi arrabbio quando i calciatori si lamentano. Andate in miniera...»


C'è l'arbitro per l'appello «Ma Zigo era nascosto...»
STORIE DI EX. Aneddoti in serie l'altra sera a TeleArena (la replica stasera a mezzanotte)
Penzo e Salvioni: «Andammo noi dalla società per evitargli il ritiro...»

"Dio Zigo, pensaci tu". Lo striscione era questo, "...e me l'ha fatto solo a Verona". Il dio Zigo ogni tanto ci ripassa, da Verona. "Gli amici, i ricordi, la nostalgia... E l'Amarone. Cosa vuoi di più dalla vita?". Il dio Zigo c'è passato anche in settimana, da Verona. Lui, Nico Penzo, Sandro Salvioni più un altro mattocchio geniale come Vinicio Verza. "Palla lunga e pedalare", diventa presto uno show. L'Amarone va giù a fiumi, sgorgano pure i ricordi. Facile giocare Brescia-Verona, sul filo dell'amarcord. "Ti ricordi, Zigo?", lo incalzano Penzo e Salvioni. "Mi ricordo, sì..." ridacchia Zigo. "Io al Brescia non volevo andare, ma poi mi trovai bene. C'era Gigi Simoni, in panchina, eravamo stati compagni di squadra. Vieni, mi disse, ci dai una mano... E grazie a me, andammo in A...". Ridono tutti, ma un po' è vero. Penzo e Salvioni raccontano un aneddoto bellissimo. "Ti ricordi, Zigo, quando la società ci portò in ritiro? All'inizio c'era stato qualche problema, così si partiva per il ritiro praticamente a inizio settimana...". E che successe? Successe che Zigo disse ai compagni: "Ragazzi, se volete che vi dia una mano, ve la dò, ma io in ritiro non vengo...". E allora, che successe? Una cosa più unica che rara, forse soltanto a Maradona, ai tempi del Napoli, furono concessi privilegi come questi. "Andammo in tre o quattro dalla società - riprende Penzo - a chiedere che risparmiasse il ritiro a Gianfranco. E la richiesta venne accolta...".

Il vecchio Zigo, 68 anni domenica scorsa, ha gli occhi lucidi. "Me lo ricordo..." sussurra. "Vedi, il nostro calcio era questo, era pieno di umanità, di passione, di amicizia. Questo è uno dei più bei ricordi, perchè la squadra poteva fregarsene, lasciarmi perdere, dirmi che eravamo tutti uguali... A parte che non eravamo tutti uguali (ride), ma quella richiesta era soprattutto un gesto d'amicizia. Che io ripagai, trascinando il Brescia in serie A... Beh, trascinando è una parola grossa..." scherza. Un altro po' d'Amarone gli "asciuga" gli occhi. "Però, quella volta, ma eravamo al Bentegodi, dissi di no a Simoni. Gigi, gli dissi, io in questo stadio, non posso giocare contro il Verona...". Non chiedetegli un confronto. "Sono stati due momenti diversi della mia vita e della mia carriera" racconta Zigo. "Al Brescia mi hanno voluto bene, abbiamo vinto un campionato e ho un bellissimo ricordo. Ma a Verona sono diventato Zigogol, Verona è casa mia, Verona è tutto... E non parlo solo dal punto di vista sportivo, quello viene dopo... Cosa volete che sia il calcio, è una parentesi, quello che conta è la vita di tutti i giorni. E questa città mi ha amato e continua ad amarmi...". E' uno Zigo di grande sensibilità, quello che si racconta. "Ma Zigo è così" interviene Penzo. E Salvioni. "Lui è sempre stato un generoso, uno abituato a dar tutto per gli altri e questo la gente l'ha sempre capito...".

Anche a Brescia, l'hanno capito. "E poi, lui era unico anche per come viveva lo spogliatoio..." sottolinea Salvioni. "Mi ricordo che durante un Brescia-Lecce, mi pare fosse entrato dalla panchina, aveva sbagliato un paio di gol, uno da due passi. Era disperato. Poi, gli capitò una palla, fece gol e per festeggiare, corse dritto negli spogliatoi. Lo vedemmo imboccare la scaletta, andò a farsi la doccia. restammo in dieci, meno male che non mancava molto alla fine...". Uno spasso. "E quella volta, dov'è Zigo?" stavolta parla Penzo. "Prima di una partita, arriva l'arbitro per fare l'appello. "11, Zigoni". Ci guardiamo tutti, dov'è Zigo, se lo chiede anche Simoni. Andiamo nell'altro stanzone, c'era la vasca per l'idromassaggio, lui era dentro, nascosto... Lui era fatto così...". Ci fossero ancora, quelli grandi come lui... E il presente? Tutti d'accordo, l'Hellas è costruito per la A. Penzo non ha dubbi: "Con quella squadra, non può non salire direttamente...". Qualche dubbio lo solleva Salvioni: "Attenti alla B, è micidiale...". E Zigo? "L'Hellas in A, poi prende come quinta punta un certo Zigoni...". Tutti ridono, lui si fa serio. "No, non io, ma GianMarco, mio figlio. E' il sogno della mia vita, vederlo con la maglia dell'Hellas. Io sogno ancora,, i sogni non finiscono mai..." Così parlò Zigogol...

FONTE: LArena.it


Imperversò tra gli anni Sessanta e Settanta: attaccante di talento, amava dissacrare il sistema. Gli piacevano le armi e nei ritiri si divertiva a prendere di mira i lampioni. Assieme a Mascalaito, suo compagno al Verona, e per la disperazione di Valcareggi, allenatore dell'Hellas all'epoca.
«Finché un giorno - racconta Zigo-gol - a caccia, colpii un merlo, che cadde vicino a un laghetto. Mi avvicinai per raccoglierlo e incrociai il suo sguardo. Lui era ferito, ma vivo, e i suoi occhi mi dicevano: "Brutto bastardo che non sei altro". Mi sentii un mostro. Lo strozzai per non farlo soffrire, gettai la carabina e mi ferii volontariamente alla fronte con il filo di ferro di un vitigno. Sanguinavo. Il giorno successivo vendetti i fucili».
Zigo-gol, il ribelle col cuore grande.

Nei turbolenti inverni degli anni Settanta era solito indossare una pelliccia bianca e portava la pistola infilata nella cinta dei pantaloni. «Sognavo di morire sul campo, con la maglia del Verona addosso. M'immaginavo i titoloni dei giornali e la raccolta di firme per cambiare il nome allo stadio: non più Bentegodi, ma Gianfranco Zigoni. La radio avrebbe gracchiato: "Scusa Ameri, interveniamo dallo Zigoni di Verona...". Ero pazzo furioso».

Così si racconta Gianfranco Zigoni, detto Zigo-gol.
Zigoni come Ezio Vendrame, anarchico era e tale è rimasto.
Vive in un paesone di origini romane, l'antica Opitergium, ma non vuole che se ne faccia cenno: «Guai a voi se nominate questa cittadina». Ok Zigo, ma un posto bisogna indicarlo. «Scrivi che ci siamo visti al quartiere Marconi, il mio Bronx. Da bambino ci giravo armato di fionda, più cresciuto tenevo sotto controllo il territorio con la carabina».

In realtà l'incontro si consuma alla cascina Vallonto, nelle campagne del paese innominabile.
Un casale di fine Ottocento, con la vigna e le galline ruspanti, proprietario Giovanni Vendrame, nessuna parentela col Vendrame di cui sopra, ma un passato calcistico degno di rispetto.
«E' stato il capitano dell'Opitergina per tanti anni».
Con Zigo c' è il nipote, Giancarlo Bruniera: sono le undici del mattino e si stappa la prima bottiglia di bianco. Seguiranno bicchieri di rosso, salame e uova sode. Zigo spiega: «Qui veniamo a ritemprarci, a fare i nostri ritiri spirituali».
Alle pareti tante foto di Zigo calciatore, il motto «la gloria è tutto e il tutto è nulla» e tre immagini dominanti: Ernesto Che Guevara, con la scritta «o patria o muerte», Padre Pio e la Madonna.
Zigo illuminaci: com'è possibile conciliare il Che con il santo di Pietrelcina e con l'Immacolata?
«Mai sentito parlare di Gesù Cristo? Questo signore, duemila anni fa, è venuto sulla terra per dirci che gli uomini sono tutti uguali. E il Che cosa predicava? Che in ogni parte del mondo bisogna combattere l'ingiustizia. Il Che e Gesù sarebbero andati d'accordo, ma stà attento: io non sono comunista, per quanto sia fedele al calcio di una volta. Voglio dire: per me il numero 7 è l'ala destra e l'11 è l'ala sinistra».

Ok Zigo, però il Che e Fidel Castro, a Cuba, hanno fatto una bella rivoluzione comunista.
«Io non posso dirmi tale perché a me i soldi non fanno schifo, nel senso che ne riconosco l'importanza. Senza denaro non si vive. Ho quattro figli e, per quanto una sia già avvocato e si mantenga da sé, a quelli minorenni devo comprare i jeans e le scarpe da ginnastica. Faccio acquisti, dunque sono consumista, non comunista. In più ho il telefonino».
Perché? E' grave?
«Gravissimo, ma sono stato costretto ad arrendermi. Mia moglie non si fida, vuole sapere subito in quali guai mi infilo».
Zigo s'infervora. «A me ribolle il sangue quando sento i calciatori lamentarsi. Ueh, ragazzi: andate a fare un giro in miniera. Mio padre si è rovinato i polmoni a furia di lavorare nella fabbrica delle schifezze, uno stabilimento che ha ammazzato tanta gente di questo posto. Mio padre è morto e lui, il padrone, vive in un castello con parco annesso. Queste sono le ingiustizie. Se fosse vivo il Comandante... Io da giovane volevo fare la rivoluzione».
E invece, caro Zigo, facevi il calciatore.
«Ma non ho mai frequentato il gregge. Ho accumulato più giorni di squalifica che gol perché non sottostavo ai soprusi degli arbitri. Dicono: bisogna credere alla buona fede di quei signori. Ma per favore, ho visto furti inimmaginabili e ho pagato conti salatissimi. Una volta mi diedero sei giornate di squalifica e trenta milioni di multa perché dissi a un guardalinee di infilarsi la bandierina proprio là. Trenta milioni degli anni Settanta: all'epoca con quei soldi compravi due appartamenti. Il prezzo della mia libertà di opinione».


Gli aneddoti sgorgano («Ho un unico rimpianto, essermi tagliato i capelli alla Juve: ma ero troppo giovane, non avevo la forza di ribellarmi agli Agnelli») e si arriva a Pelé: «Sta' a sentire, io avevo una grande opinione di me. Pensavo di essere il più forte calciatore sulla terra. In campo odiavo l'avversario e lo colpivo col mio pugno, che era micidiale. Fuori gli volevo bene e lo invitavo a bere un whisky. Un giorno, alla Roma, capita di incontrare il Santos di Pelé. In amichevole, all'Olimpico. Mi dico: "Oeh, giustizia sarà fatta, oggi il mondo capirà che Zigo-gol è più forte di Pelé". Lo aveva già detto Trapattoni dopo un Genoa-Milan 3-1 degli anni Sessanta, tripletta mia. "Ragazzi - dichiarò il Trap quel giorno - Zigoni è meglio di O Rei". Lo aveva ammesso Santamaria, gran difensore, dopo una sfida Juve-Real Madrid. Io avevo fatto impazzire il Santa, finte e tunnel, e quello a fine partita si rivolse così a Sivori: "'Sto chico è migliore del negro". Ero convinto della cosa, mi sentivo più bravo di Edson Arantes e di tutti i suoi cognomi. Poi arriva l'amichevole col Santos, vedo Pelé dal vivo e mi prende un colpo. Madonna, che giocatore. Ho una botta di depressione, di malinconia, penso che a fine partita annuncerò in mondovisione il mio ritiro dal calcio. Mi preparo la dichiarazione in terza persona: "Zigoni lascia l'attività, non sopporta che sul pianeta ci sia qualcuno più forte di lui"».
Perché cambiasti idea"? «A un certo punto il Santos beneficia di un rigore, Pelé va sul dischetto e Ginulfi, il nostro portiere, para. Allora è umano, penso, e così resto giocatore».

Chiusura mistica: «Cristo e il Che sono gli unici immortali transitati sulla terra. Loro vivono, noi siamo morti».

LA SCHEDA
Gianfranco Zigoni nell'estate del '61 approda al settore giovanile della Juventus e debutta in A con la maglia bianconera all'età di 17 anni e 15 giorni il 10-12-1961, in Udinese-Juve 2-1.
Alla Juventus rimane fino al 1964, poi un biennio al Genoa (1964-1966), dove diventa un idolo della gradinata Nord (8 gol in A e 8 in B). Nel '66 il ritorno a Torino: vince lo scudetto del '67 e resta fino al '70.
In totale, con la maglia bianconera, Zigoni colleziona 86 presenze e 23 reti in serie A.
Zigoni si esibisce nella Roma per due stagioni, dal '70 al '72, e in campionato gioca 49 partite e segna 12 reti.
Nel '72 il ritorno al Nord, a Verona. Questo il suo bilancio in gialloblù: 106 gare e 20 reti in A, 33 gettoni e 9 centri in B.
Zigoni chiude la carriera professionistica a Brescia: due anni in B, dal 1978 al 1980, 40 gare e 4 gol.
In Nazionale Zigo-gol vanta una presenza, il 25-6-1967 a Bucarest, Romania-Italia 0-1, partita valida per le qualificazioni all'Europeo '68.
Oggi Zigoni allena i bambini (6-10 anni) del Basalghelle

E PER FINIRE...
Quella volta... che Valcareggi lo escluse dalla formazione titolare del Verona, e lui si presentò in panchina a Bentegodi con una pelliccia di volpe e un cappello da cowboy. «Ma la domenica dopo il vecchio Valca mi fece giocare».

Quella volta... in cui si fece cucire la Zeta («Di Zigoni e di Zorro») sui pantaloncini. «Fui il primo, trent'anni fa non si usava. E fui anche il primo a giocare con le scarpe rosse e gialle. Sono sempre stato uno spirito libero, ero sempre me stesso, nel bene e nel male: non come i calciatori di oggi che sembrano fatti con la fotocopiatrice. A quei tempi, giravo in Porsche. Oggi ce l'hanno tutti. E allora vado in bici».

Quella volta... che in ritiro con la nazionale Juniores tirò addosso a Boninsegna una palla da biliardo. «Era appena arrivato in Nazionale e voleva fare tutto lui: battere le rimesse laterali, le punizioni, i calci d'angolo e allo stesso tempo andare a colpire di testa. Gli ho fatto capire chi comandava». Mancò di un niente l'occhio di Bonimba, che da quel giorno girò al largo dalle punizioni e calci d'angolo.

Quella volta... che ebbe una discussione con l'allora allenatore della Juventus Heriberto Herrera, lo alzò da terra, chiamò la squadra sotto la finestra della sua stanza e lo lasciò ciondolare nel vuoto per un paio di minuti. «Cominciò lui, perché mi diede a freddo un pugno sullo stomaco. A quel punto non ci vidi più: meritava una lezione».

Quella volta... che andò a discutere il contratto col presidente del Verona Garonzi e sapendo che questi teneva una pistola nel cassetto della scrivania, aspettò il momento opportuno, aprì il cassetto, prese al volo la pistola e gliela puntò. Uscì dall'ufficio con un sostanzioso aumento.


Quella volta... a che all'esordio in Nazionale a Bucarest nel '67 giocò («Divinamente, d'altronde ero il più forte...») solo un tempo, poi nella ripresa decise che era meglio riposare. «Faceva un caldo terribile. Nel secondo tempo Rivera andò a cercarsi l'ombra sotto la tribuna, e gli altri fecero più o meno lo stesso. E perché io dovrei essere l'unico a correre?, pensai. Esordiente sì, ma cretino no». L'Italia vinse, ma da quel giorno "Zigo" non giocò più in maglia azzurra.

Quella volta... che dopo un Lazio-Juve uscì in mutande all'Olimpico, perché il difensore che lo marcava non riuscendo a stargli dietro gliele aveva sfilate. «Con le regole di oggi, se qualcuno cercasse di fermare uno come Zigo si beccherebbe il cartellino rosso dopo cinque minuti. Dicono che una volta si giocava al rallentatore? Balle. Questi di oggi corrono, perché non sanno fare altro. Si chiamano "calciatori" perché calciano tutto quello che gli capita sotto tiro. Noi eravamo "giocatori", perché ci piaceva giocare».

Quella volta... che alla Roma prima di una punizione dal limite finse di litigare con Bob Vieri (il padre di Christian) e cominciò a tirargli la barba. «Era un modo per far perdere la concentrazione al portiere». Inutile dire che tirò la punizione e segnò.

Quella volta... che l'amico Logozzo protestò perché in ritiro tutta la squadra era costretta ad alzarsi alle 8 mentre Zigo poteva starsene a letto fino a quando gli pareva. «Valcareggi lo prese da parte e gli disse: quando avrai anche tu due piedi come Zigoni, allora potrai dormire fino a mezzogiorno».

Quella volta... che sulla sua Porsche azzurra, per evitare un trattore, uscì di strada, fece due-tre capriole, finì in un fosso, distrusse la macchina, non si fece un graffio e si finse morto. «Stavo tornando a casa dopo l'allenamento, ma andavo piano, te lo giuro. Dietro di me e 'erano Maddè e Costa, il medico del Verona. Scesero dalle loro auto e corsero a prestarmi soccorso. Appoggiai la testa sul volante e finsi di essere morto: quando si avvicinarono di corsa al finestrino, sorrisi e gli feci l'occhiolino. Per poco non schiattarono lì sul posto».

Quella volta... che sognava di morire sul campo, con la maglia del Verona addosso. "M’immaginavo i titoloni dei giornali e la raccolta di firme per cambiare il nome allo stadio: non più Bentegodi, ma Gianfranco Zigoni. La radio avrebbe gracchiato: ‘Scusa Ameri, interveniamo dallo Zigoni di Verona...’"

Quella volta... che nel corso di un Verona-Vicenza, amichevole di fine stagione (con Vendrame dall'altra parte: che partita!), si destò dal suo torpore endemico, saltò in dribbling 4 avversari e infilò il pallone all'incrocio dei pali, salvo poi andare dritto negli spogliatoi, a 20 minuti dalla fine della gara. Risultato? Gli ultimi 20 minuti si giocano in un silenzio assoluto, perchè il pubblico ha abbandonato letteralmente lo stadio quando il suo idolo ha deciso di uscire dal terreno di gioco.

Quella volta... che si è guardato alle spalle. «Sono stato fortunato. Mi sono divertito un sacco. Rifarei tutto, non rimpiango niente. Ho giocato a calcio per vent'anni (ha esordito nel '61, a diciassette anni, con la Juve, poi ha vestito le maglie di Genoa, Roma, Verona e Brescia, dove ha chiuso nel 1980, n.d.a.) e dappertutto mi hanno voluto bene. Sto bene con me stesso, e questa è la cosa più importante. Adesso insegno ai bambini a giocare a calcio (è responsabile della scuola calcio dell'Opitergina)»

Quella volta... che disse: "Sono il Pelé bianco". «E il bello è che qualcuno finì per crederci, io per primo...».

FONTE: StorieDiCalcio.Altervista.org


04 gennaio 2010
Zigoni: «Questo calcio è senza poesia. Per fortuna ci sono i pulcini»
Zigo striglia procuratori e genitori: rovinano i giovani. «Mio figlio gioca nel Milan solo grazie alla madre»
Il calcio e il sociale, le ripercussioni della crisi, l’apocalisse di Treviso e Venezia, la favola Chievo, l’ascesa di Padova e Vicenza, le speranze del Verona… il 2009 si è portato appresso un bel po’ di eventi, alcuni belli altri sicuramente brutti. Ma qualcosa ha preservato: l’innocenza di un bambino che insegue un pallone. Un’immagine che è speranza, un’immagine dalla quale questo sport, in Veneto, deve ripartire se vuole consolidare, nell’anno del 50° anniversario della Lega Dilettanti, quel ruolo di guida regionale che da anni gli appartiene. Ne parliamo con Gianfranco Zigoni, oggi 65enne, ex campione di Juventus, Roma, Genoa, Verona e Brescia e oggi allenatore del Basalghelle, club della cintura opitergina, che lavora prevalentemente con i giovani, oltre che padre di Gian Marco, promessa veneta che l’estate scorsa è passato al Milan.

Zigoni, il 2009 è stato l’anno della crisi economica. Come si è ripercossa sul calcio dilettantistico veneto? «Sicuramente ha avuto effetti deleteri per molti club, specie per quelli che si sono viste tagliare le sponsorizzazioni. Ma il mio Basalghelle non ne ha risentito. Qui gli allenatori lavorano gratis o quasi, i ragazzini pagano una cifra irrisoria. La crisi l’abbiamo sconfitta con la passione e il divertimento. E siamo tutti felici».
Lei allena i pulcini?
«Solo i pulcini, appena crescono diventano troppo impegnativi per me. Sono meravigliosi, abbiamo un dialogo alla pari. Io sono solo un pulcino cresciuto fisicamente, non di cervello. Ed è bellissimo».
Si può dire che quello dei bambini è ancora l’unico vero calcio?
«Sì, si può dire. Ma per essere ancora migliore questi bimbi dovrebbero essere orfani o non avere genitori nati per rompere le scatole. La mia fortuna è quella di avere un presidente, il professor Domenico Favaro, che è un insegnante e spesso spiega ai genitori come va il mondo del calcio e quale ruolo devono avere. Alla nostra società non interessa vincere o perdere. Però so che ai bambini piace vincere. E pur facendoli giocare tutti è inevitabile che quelli più bravi abbiano un minutaggio maggiore».
Ci sono però anomalie che hanno un minimo comun denominatore: la bramosia di fama e di denaro. Ci sono procuratori che vendono facili illusioni a piccoli talenti in erba…
«Anche nelle piccole squadre c’è sempre un obiettivo. Il nostro presidente, ammaliato da Bulgarelli, è un grande tifoso del Bologna e il Basalghelle è una società satellite del club felsineo. Quanto ai procuratori… ci sono, non lo nego. Certo, ai miei tempi non era così. Si giocava all’oratorio, al massimo c’era un prete che ti chiedeva di andare nella sua squadretta. Ma tutto è cambiato».
Lei però ha un figlio che è approdato al Milan. Come è riuscito a tutelare Gian Marco dalle facili illusioni?
«Il merito è tutto di mia moglie. Da brava mamma ha sempre seguito Gian Marco, senza mai permettere che venisse intaccato da qualche miraggio. Giocare è sempre stata solo una scelta di mio figlio. Noi, anzi, gli abbiamo sempre detto che se fosse stato stanco del calcio non ci sarebbe stato alcun problema. Lui è bravo. Ha studiato e lo sta facendo tuttora visto che è al 5° anno di ragioneria. Lo ammiro, non somiglia certo a me. Ed è pure un talento, ben superiore a suo padre. Vedrete cosa farà fra un paio d’anni. In quattro mesi di Milan ha già fatto 20 gol. E non sono pochi».
Zigoni, il Veneto è terra di immigrati. Può essere il calcio un veicolo chiave per l'integrazione?
«Deve esserlo. Prendi un prato di sole margherite bianche. E’ bello? Sì, ma ti stufa. Prendi un prato con tanti fiori colorati. E bello e non ti stanca. Ho avuto la fortuna di allenare brasiliani, peruviani, albanesi e indiani e vi assicuro che è una sensazione meravigliosa. Vederli giocare assieme è stupendo. E trovi il bimbo nero che parla veneto perché, di fatto, è veneto a tutti gli effetti. L’integrazione è stupenda e mi fa male quando penso che a qualcuno dà fastidio».
Cosa resta del suo calcio?
«Nulla. E lo dico a malincuore. Ai miei tempi a farla da padrone erano il piacere di giocare, la poesia di Sivori, la lotta per le 100 mila lire di premio partita, l’onore di vestire una maglia. Ora ci sono le tivù, il 6 gennaio Chievo-Inter si giocherà alle 12.30… troppi interessi. La poesia è finita, c’è solo tanta falsità, anche da parte dei giocatori. Baciano la maglia e poi per un pugno di euro in più salutano e vanno in un altro club. Ma dov’è la serietà?».
Se guarda a una squadra veneta c’è un modello da imitare?
«A me piace come lavora l’Udinese che però è friulana. Tra le nostre, il Chievo sta dimostrando con i fatti di essere bravo. E il Verona, sono sicuro, tornerà…».
Intanto il 2009 ci ha lasciato in eredità due squadre come Venezia e Treviso retrocesse tra i dilettanti…
«Lo so. Nel Treviso ci ha giocato mio figlio, ho visto la serie B fino a maggio e due mesi fa ho assistito al derby d’Eccellenza con l’Opitergina. Il Venezia è in D. Venezia è una città del mondo e nel calcio dovrebbe sempre stare in serie A. In A poi mi piacerebbe vedere presto il Padova, la squadra dei miei idoli Pin e Scagnellato. Ma il calcio è come la vita: una ruota che gira. Spesso si scende, poi si risale».
Sono i 50 anni della Lega Dilettanti. Qual è la vera funzione del calcio dilettantistico?
«La funzione è sociale e di divertimento. Ma si ferma alla Terza categoria, ovvero dove non sono previste le retrocessioni. Da lì in su cominciano a prevalere interessi e denaro e tutto diventa maledettamente complicato, privo di quei valori che dovrebbero invece accompagnare il calcio nelle serie inferiori».
Zigoni, il 2010 vorrebbe che fosse l’anno di…
«Vorrei che fosse l’anno in cui tutti i bambini del mondo possano avere da mangiare ed essere almeno sereni. E poi vorrei che mio figlio Gian Marco esordisse in serie A con il Milan. Io sono un padre e per un padre la felicità del figlio è tutto».
Antonio Spadaccino

FONTE: CorriereDelVeneto.Corriere.it


Il figlio di Zigo debutta fra i professionisti con un gol! Gianfranco: 'E' un predestinato! Fortuna che non ha la mia testa...'
- Zigoni lancia Zigoni "Che coppia saremmo stata"
Il figlio debutta con un gol nel Treviso e papà Gianfranco, genio ribelle degli anni Settanta, non nasconde la commozione: "È un predestinato, me lo ha confermato il parroco. Per fortuna non ha preso il mio carattere"
Una lacrima sul viso, come nella canzone di Bobby Solo. "Quando Gianmarco ha segnato, mi sono messo a urlare, l’ho fatto per nascondere la commozione. Sai, io sono Zigo e non è che posso piangere con tanta facilità". Da uno Zigoni all’altro. Da Gianfranco, classe 1944, detto Zigo-gol o Dio-Zigo, a Gianmarco, classe 1991. Padre e figlio. Il papà giocò nel Genoa, nella Juve, nella Roma, nel Verona, e aveva piedi da artista, degni di Pelé. Il suo ragazzo gioca nel Treviso e ieri ha segnato il primo gol in serie B, ad Ancona.

 
 

Zigo, che effetto fa vedere una maglia con la scritta Zigoni? Siamo nel 2009, non nel 1969.
"E’ stata una delle cose che mi ha emozionato di più. Quando giocavo io, c’erano i numeri dall’uno all’undici e tanti saluti. Lunedì sera ero più teso di quando debuttai nella Juve. Non c’è niente da fare, per un figlio si provano cose che non si sentono neppure per se stessi, però poi mi sono un po’ arrabbiato".
Perché?
"Perché l’allenatore l’ha sostituito all’inizio del secondo tempo. Se l’avesse lasciato dentro, Gianmarco avrebbe fatto un’altra rete. Ne sono sicuro, lo conosco, si stava ambientando. L’ho visto smarcarsi da dio. Se a fianco gli avessero messo un’altra punta… Pensa che lui, nelle giovanili del Treviso, ha fatto più di cento gol. E’ un predestinato, me l’ha confermato il monsignore del Patronato Turroni di Oderzo, dove viviamo. “Sai, Gianfranco – mi ha detto -, già a 7-8 anni si vedeva che Gianmarco avrebbe fatto strada, segnava sempre lui”. I preti se ne intendono di calcio, ricordatevi degli oratori".
Il figlio che cosa ha preso dal padre?
"Se potessimo giocare assieme, saremmo una coppia eccezionale. Lui è alto uno e novanta e pesa 80 chili. Un centravanti moderno, sa smarcarsi e fare gol. Io l’avrei ricoperto di palloni. Madonna che duo avremmo formato. Peccato, se non avessi qualche annetto di troppo ritornerei in campo per fargli qualche assist".
A chi assomiglia Gianmarco?
"Non vorrei dire una cosa esagerata, ma qualche volta mi sembra che abbia qualcosa del Van Basten. Per fortuna, in tema di carattere, non ha preso niente dal padre. Accetta le decisioni degli arbitri, mentre io… E’ posato. Serio, determinato. Ora è in camera a studiare, fa la quarta ragioneria e ci tiene al diploma. Non mi chiede la luna, si accontenta di un cioccolatino. A volte ho l’impressione che lui sia il padre e io il figlio".
Che futuro prevedi per lui?
"Il futuro è suo, Gianmarco deciderà che cosa fare. Da bambino scrisse sul diario della scuola: “Voglio diventare un calciatore”. Beh mi pare che stia riuscendo nell’impresa. La prossima squadra se la sceglierà lui, più avanti. Il Treviso ha tante richieste, ma Gianmarco ha già detto che vuole chiudere la stagione qui per motivi scolastici, non gli va di cambiare classe (Milan, Inter, Napoli, Fiorentina e Genoa sono tra le società più interessate a Zigoni junior, ndr)".
E tua moglie, la mamma di Gianmarco, che cosa dice?
"Doretta ha più meriti di me, è stata lei a portarlo agli allenamenti in tutti questi anni. E’ figlia del grande Pierluigi Ronzon (ex mezz'ala di Atalanta, Milan, Napoli e Lazio negli anni Cinquanta e Sessanta, ndr). Diciamo che in Gianmarco c’è una discreta componente ereditaria".

FONTE: Gazzetta.it

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